Archive for giugno 2007

Alla radice dell’ottimismo

"Nulla è impossibile
per colui che non deve farlo."

A. Bloch.

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Prosit, sbileurc.

Spiegavamo ad amici che, visti i danni causati all’insalata, ci siamo dati alla lotta biologica al lumacone (nel comasco: sbileurc).

-E come fate?
-Con la birra!
-Cioé?
-Lasciamo della birra in una ciotola interrata, alla mattina la troviamo piena di lumaconi affogati.
-Ma dai, e funziona?
-Ti dico! E’ irresistibile per loro. Guarda, io stesso mi salvo solo perché munito di arti.

Acido (urico)

Se qualcuno mi chiederà in quali tempi e luoghi ho vissuto, gli risponderò che ho vissuto in un paese dopo che si è scoperto abbastanza sofisticato e igienista per fare a meno dei vespasiani; ma prima che questo paese acquisisse la civiltà e la lungimiranza per impiantare (o, quando impiantati, per far durare) wc chimici autopulenti da strada.
 
In mezzo, questo paese si è arrangiato con la libera iniziativa; che significa –qui da noi- che uno fa come gli pare, nella tacita certezza della mancanza di controlli, per il solo fatto che nessuno li vuole.
E’ proibito, sì, orinare per strada, ma l’alternativa è entrare in un bar pagando di tasca tua (se ce n’è, se sono aperti) o farla in giro fregandotene; dipende dalla tua personale inclinazione alla civiltà.
 
E’ una metafora della vita in Italia; infatti, più o meno, è andata così anche con tutto il resto: pagare il canone tv, pagare le tasse in generale, rispettare il codice della strada, l’etichetta del parcheggio cittadino, la raccolta differenziata, l’inquinamento, il rumore… continuo?
Fai come ti senti, civile o incivile non fa tutta questa differenza; l’importante è essere liberi dalle limitazioni, rispettare regole elementari richiederebbe organizzazione, e noi non siamo mica tedeschi.
 
Più mi addentro nella metafora, più mi rendo conto che questo paese ha bisogno che si tiri lo sciacquone.
 

Figure storiche 19: matrimonio a sud di Milano

Paola sposa Pino, e questo è bello. Ci invitano, anche, e questo è già più complicato.
Mi dice Paola al telefono: “Sabato 9, ore 11.30, qui al municipio, se vuoi ci troviamo prima qui da noi (i due convivono già da tempo, tanto che sono già in quattro). Io opto per il municipio. Si noti che Paola NON mi dice il nome del paese; no, questo lo dico perché più tardi sosterrà di avermelo detto, e invece no, o comunque non ci sono testimoni in grado di provare il contrario.
 
Ma andiamo con ordine.
 
Da Faggeto Lario a S. Giuliano Milanese ci sono parecchi chilometri, includendo anche l’attraversamento di Como, che avviene per una via che passa in piena città, per quanto si ostinino a chiamarla insensatamente “tangenziale”. Questo per dire che avremmo dovuto calcolare cospicui tempi di percorrenza. Cosa che ci pareva di aver fatto.
Mi alzo, piscio, passeggio e mangio i cani, che rimarranno a casa.
Poi mi doccio.
Poi la sveglio.
“Perché mi svegli solo ora?”
“Perché non ti sei puntata la tua sveglia?”
Fra reciproche recriminazioni inizia così la scena di “Quattro matrimoni e un funerale”, avete presente cazzocazzocazzissimo?
Oltretutto Faffo trova pure naturale collegarsi a internet (col 56k, che allunga a dismisura i tempi) per dare un’occhiata ai suoi villaggi in Travian. Dieci minuti buoni buttati nel cesso. [Tesoro, lo so che avevo promesso che non lo dicevo a nessuno, ma tu sai quanto io sia falso quando prometto.]
 
Partiamo con mezzora di ritardo, io guido come uno che ha molta fretta e Faffo chiude gli occhi ad ogni curva come una molto preoccupata.
Poi troviamo il camion che fa manovra bloccando il lungolago.
Poi dobbiamo fare colazione perché lei ha un buco al posto dello stomaco, anche se io, imputando a lei il ritardo, sostengo che il buco ce l’abbia in testa.
Poi c’è traffico (da Como a Milano il sabato mattina, qualcuno mi spiegherà perché, prima o poi).
Non c’è da meravigliarsi che arriviamo a S. Giuliano tardi.
 
Beh, in realtà non proprio a S. Giuliano, perché venendo dalla tangenziale ovest, ed essendo l’uscita per S. Giuliano sulla est, la manco. Me ne rendo conto, saracco il giusto, esco a quella dopo, che è Melegnano (segnatevi questo nome). Orribile inversione a U appena fuori dal casello e risalgo la est, arrivando a S. Giuliano con ulteriori 10 minuti di ritardo.
 
Mi chiama mio fratello (che è il testimone, e anche in assenza di altri motivi capirete perché è stato scelto lui e non io). E’ signorile e quasi comprensivo, ma io che lo conosco so che è in uno di quei momenti in cui non potendo rinnegarmi come fratello almeno vorrebbe cambiare cognome. Dopo avermi informato che la cerimonia è finita, mi chiede “dove sei?”
“Ci sono, ci sono. Adesso cerco il cartello che indichi il municipio di S. Giuliano”
“…. Perché S. Giuliano?”
E qui si instaura quel breve silenzio che odio, in cui io –prima di rispondere- calcolo mentalmente se esiste una sola possibilità che io NON abbia fatto una cazzata. Lo odio, perché non è mai così.
“….. non era a S. Giuliano che abita Paoletta?”
E qui invece immaginate la pausa che serve a mio fratello per non insultarmi.
“No, a Carpiano… da 5 anni abita a Carpiano.”
“ah, uh, oh… ecco… e come ci arrivo?”
“Devi uscire a Melegnano.”
Faffo è travolta da un riso isterico, io da una sequela di saracche che mi fanno guadagnare altri tre secoli di purgatorio, o due gironi più in basso all’inferno, vedremo al momento in cui si porrà il problema.
 
Insomma, arrivo direttamente al ristorante dopo averli fatti aspettare tutti anche lì.
 
Ah, ovvio che il regalo mi ero dimenticato di incartarlo.
 
E poi il biglietto; rivolto al mio rassegnato fratello, sussurro:
“Pssst… ma come, si fanno i biglietti anche per i matrimoni?”
“Sì, tutte le volte che fai un regalo fai anche un biglietto.”
“No, dai, non è vero… mica in ogni occasione.”
“Ah, sì? E allora quando non si fa?”
“Ai…   …    ai funerali!”
“Sì, ma non fai neppure il regalo, ai funerali.”
“Hm. Anche questo è vero.”
 
Ho anche pagato una sorta di fio, per quanto sproporzionato alle mie colpe: a tavola mi hanno messo di fronte all’anziano suocero, che biascicava in uno stretto dialetto molisano (non credo sia una lingua indoeuropea, per me ha evidenti affinità con l’ugro-finnico). Siccome aveva sempre la stessa espressione, non capivo mai se dovessi annuire dopo una perla di saggezza, o ridere di una spassosa battuta: tanto suonavano tutte uguali, cioè biascicate in ugro-finnico. Ho optato per una reazione ambigua, ridacchiando divertito ma con l’aria di dire “la sa lunga, lei!” ad ogni frase; spero sinceramente non mi abbia parlato delle miserie patite in tempo di guerra o di qualche altra disgrazia capitatagli.
 
Il risotto al basilico, però, era buonissimo.
Viva i sposi, poccavacca.
 
 

Milano e la buona amministrazione.

Apprendo che a Milano il Comune da qualche anno, quando avvia un cantiere, predispone anche una task-force di vigilantes con l’incarico di sorvegliare il cantiere; il loro compito è quello di controllare tempi, termini, esecuzione qualitativa dei lavori da parte delle imprese a cui la costruzione è stata affidata dal Comune.
Dico io: bene.

Poi mi si chiarisce chi paga lo stipendio a questi vigilantes non è il Comune. Sono le stesse imprese.
Dico io: ma vaffanculo, va’.

(Fonte: "Milano da morire" di Luigi Offreddu e Ferruccio Sansa)

Buontemponi.

Faffo manda un’email in cui segnala che un’associazione (cinofila, ovvio) cerca un dato tipo di PC.
Le risponde PbM, già noto da queste parti.

Faffo: "Cerchiamo un modello particolare, ossia unicamente quello con le specifiche elencate nell’oggetto, e’ il modello Fujitsu Siemens YBDM227817, in condizioni mediamente decorose."

PbM: "La vedo agra, anche perchè quello  un numero di serie, non un modello."

Faffo: "Uhm. Però agra si sente, mica si vede."

PbM: "Tu e la sinestesia, un amore mai nato."

Per carità, trovatemene uno così la smetto di assistere a queste scaramucce. Grazie di cuore.