Archive for luglio 2007

Michele in vacanza.

E puntuale arriva l’sms di Michele, la sua versione della cartolina dalle vacanze.
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E’ pieno di orridi romani. Non serve nemmeno avvelenare l’acquedotto perchè bevono la minerale. 12enne viterbese dalle forme degne di Isa Barzizza a fine carriera tuona in coda in un supermercato che sembra l’ambasciata inglese a pechino durante la rivolta dei boxer: "a ma! Questa sera me magno due pommoddori spaccati e basta.”

Il cane di mattina.

Se c’è una cosa che amo dei cani, sono le feste mattutine.
Si alzano e corrono da te, scodinzolando e attendendo fiduciosi carezze e grattate di saluto, con quall’aria felice che sembra dire:
"Oh, ma hai visto che forza? E’ mattina anche oggi! Pazzesco, eh?

Intolleranza 06: tre risposte che non mi dovete dare.

Lo avrete notato, non rifuggo dalla polemica, per metterla così; direi anzi che mi ci trovo spesso a mio agio.
Quando si ha questo tipo di atteggiamento, se non si vuole finire in una zuffa molto presto, occorre sapere accettare e ascoltare dal proprio interlocutore qualsiasi tipo di risposta.
E va bene.
Però, cazzo, non proprio TUTTE le risposte. Credo di averne individuate tre tipologie che ho deciso di non accettare più.
1)  E allora i bambini che muoiono di fame?
Questa è una variante (particolarmente odiosa) di una serie di risposte che spostano il problema. Tu parli di una cosa, il tuo interlocutore non nega né controbatte, semplicemente sposta la tua attenzione a qualcosa di più grave. Tu stai dicendo che parcheggiare in seconda fila è male e uno ti risponde che la fame nel mondo, allora? E i politici corrotti? E perché nessuno fa niente per la delinquenza?
E tu, lì, arranchi; si, beh, per carità, grave anche quello. Ma…
…ma, o cretino, cosa c’entra?
Chiaro che, salvo poche eccezioni (tipo la puzza del sigaro del mio avvocato), non ci sono drammi che non siano superabili da un dramma peggiore.
Ma i problemi non si elidono a vicenda, anzi tendono a sommarsi; quindi, questo tipo di repliche non controbatte in realtà nulla, semplicemente sono un tentativo si spostare l’attenzione.
Sostengo che i furgoni in città inquinano: mi ribattono che inquina di più il riscaldamento della abitazioni.
Suggerisco che gli statali vanno ancora in pensione troppo presto; controbattono che i parlamentari sono in pensione dopo pochi anni.
Ventilo l’ipotesi che in Africa ci siano troppe morti per Aids; mi mettono a tacere dicendo che ne uccidono di più la malaria e la dissenteria.
Insomma, il problema, qui, non è mai quello di cui parlo io!
Però, cazzo, i furgoni inquinano, gli statali si accomodano in pensione troppo presto e gli africani muoiono, e tu mi hai rotto i maroni; se vuoi parlare di una altro argomento mettiti in coda, per ora siamo su questo, e la tua non è un’obiezione.
2)  Intanto D’Alema ha la barca.
Nell’improbabile ipotesi che io stia dichiarandomi d’accordo con un punto di vista espresso dall’onorevole D’Alema, sappiate in anticipo che non sto beatificandolo, proponendolo come esempio di virtù, deificandolo: semplicemente, sono d’accordo con una cosa che ha detto, e se poi spazza il mediterraneo con una portaerei, beh, non me ne può fregare di meno, sono ancora d’accordo con lui (ripeto, se succedesse).
Altri esempi:
Intanto Bertinotti veste cachemire.
Intanto te che sei vegetariano calzi scarpe di pelle.
Intanto quelli che parlano di evasione fiscale delle imprese se gli chiedono se vogliono la fattura dicono di no se gli fai risparmiare l’Iva.
Per carità, la coerenza è un valore: ma non dovrebbe essere una scusa per invalidare ogni discussione. Se Bertinotti dice che gli operai guadagnano troppo poco, ha ragione (o meno) qualsiasi cosa indossi, qualsiasi cifra guadagni, qualsiasi uso faccia dei soldi che legalmente ha guadagnato.
Se vogliamo, è una variante del punto precedente, un tentativo di spostare l’attenzione: non a un diverso problema, ma al valore della coerenza improvvisamente –e in maniera più che sospetta- assurto a valore dei valori.
L’assunto diventa che può dire la sua opinione solo chi porti quell’opinione a un livello di coerenza fra la santità e la perfezione divina; solo allora si sarà disposti ad accettare quel punto do vista, nella certezza che nessuno ci arriverà mai.
Così, D’Alema che parla di operai ha la barca, mi rispondono ammiccando. E io replico che il pauperismo come valore non è una delle convinzioni mai espresse D’Alema; che semmai è (o dovrebbe essere) un valore cristiano, visto che in una stalla ci è nato Cristo e non Carlo Marx (il quale doveva essere all’opposto piuttosto benestante, perché fare il filosofo non è un’occupazione a cui si dedichino nel tempo libero i minatori alla fine del turno di lavoro); che però a nessuna messa ho mai visto respingere una persona perché ha la barca; che D’Alema può spararsi i suoi soldi in un arricciabaffi di platino, se vuole, basta che li abbia guadagnati senza sfruttare lavoratori mediante le storture del sistema capitalistico.
Per come la vedo io, un ecologista non deve essere un asceta, una persona che chiede equità fiscale può anche avere risparmiato l’Iva, per dire una cosa con cui si può essere d’accordo non occorre essere sovrumani.
Vi dirò, che secondo me anche Ghandi ogni tanto cazziava la mamma se i suoi due chicchi di riso non erano cotti a dovere, e può darsi che abbia schiacciato più di una zanzara in vita sua; però, sulla protesta non violenta non ha detto cazzate, mi pare.
3)  D’altra parte è sempre stato così e sempre sarà così.
Ecco, di tutte le repliche subdole, questa è quella che davvero mi fa perdere il lume della ragione.
Ma allora che cazzo stiamo parlando a fare?
Voglio dire, se devo prendere per buona l’obiezione che un problema c’é sempre stato, allora qual è il problema di cui mi posso occupare? Qualcosa che non c’é mai stato? O un problema dell’ultima settimana?
E comunque, se la cosa di cui stiamo parlando fosse anche una questione così antica che in Siberia hanno trovato un mammut congelato che se ne stava occupando, cosa vuol dire che sarà sempre così? Ragionando in questo modo godremmo ancora della schiavitù, dei benefici del vaiolo, magari degli attacchi delle tigri dei denti a sciabola, perché no?
Oppure, ammettiamo che le cose possono cambiare; e che –soprattutto-  potete impegnarvi a rispondermi qualcosa di più intelligente. Guardate, per venirvi incontro accetto anche uscite tipo mago Forrest:
“Sì, ma te lo sai che il quadrato costruito sull’ipotenusa è uguale per superficie ai quadrati costruiti sui cateti? Eh? Lo sai?”
“Sì, ma che c’entra?”;
“Nulla, era per sottolineare che non sono mica un pirla, io.”
Davvero, è un’obiezione che vi farebbe fare miglior figura ai miei occhi.
Quindi, in definitiva: sappiate che se volete discutere con me non accetterò come valida obiezione nessuna variante dei tre gretti espedienti verbali (leggi: stronzate) di cui sopra.
O vi impegnate un tantino di più, per darmi torto, oppure mi date ragione su tutto; che, se siete arrivati a quest’ultima riga, è un bel risparmio di tempo, ne converrete.
Cercasi adesioni alla campagna: non ogni risposta è accettabile.
  •  PBM, due punti su tre non è male, trattandosi di lui.
  • Lascar, ma senza lasciarsi coinvolgere.
  • F, almeno mi pare.
  • Iorek lo arruolo e basta, tanto a chi interessa davvero la sua opinione?
  • Locusta, “ma difatti!”.

Il secondo principio della termodinamica for dummies.

Se fai bollire un acquario ottieni una zuppa di pesce, ma e’ molto difficile che raffreddando la zuppa di pesce ritorni ad avere l’acquario.

Cellulite.

“Il 98% delle donne ha la cellulite: combatterla è un suicidio statistico collettivo. Avrebbe più senso che quel 2% di stupide sgallettate si facesse impiantare un chilo di arance sottochiappa invece di stare a impazzire noialtre tutta la vita.
[…]
La cellulite è come la mafia. Non esiste. Se la sono inventata dal niente. O meglio, c’è sempre stata, ma, guarda un po’, per dieci milioni di anni non ha mai dato fastidio a nessuno. E’ come se domani decidessero di dare un nome alle venuzze dell’occhio, chiamandole, chessò, fluppolite, e convincessero tre miliardi e mezzo di persone a scavarsi le orbite. La fobia per la cellulite è una fobia tutta mentale che si trasmette attraverso i giornali e la tivù. E’ una truffa a tutti gli effetti: connota negativamente una parte del nostro corpo, in sé neutra, come le tette, i capelli, le ciglia, al fine di spingere all’acquisto di nuovi prodotti che prima non avrebbero avuto mercato. Si tratta in altre parole di ingenerare artificialmente un bisogno per poi vendere le pappe puzzolenti atte a soddisfarlo.
La cellulite non è dunque il risultato di una cattiva alimentazione, come vogliono farci credere, è il risultato di qualche dozzina di noiose riunioni del reparto marketing. L’infondatezza della guerra contro la buccia d’arancia è provata dal fatto che, se strizzi la coscia di mia cugina di dieci anni, la buccia è già lì. Mi si obietterà che la povera cuginetta soffre di cattiva circolazione. E io mi domando perché, se naturalmente presente, venga chiamata cattiva. Non è cattiva. Di chiappa poco irrorata non è mai morto nessuno, e per millenni le donne hanno convissuto con la fisiologica evidenza che certi tessuti sono meno irrorati di altri. Le donne ritratte nei dipinti del Settecento erano pingui dame col doppio mento, e sembravano anche piuttosto compiaciute. Quando sono comparsi i primi nudi su tela nessuno si è disturbato alla vista delle voragini di cellulite che butteravano le cosce delle signore. Signore tranquille, che picniccavano sull’erba, acquattate nel loro lardo. Che male c’è. Provate invece ad aprire un magazine femminile qualsiasi. Manichini slavati con l’occhio assassino che guardano gelidamente nel vuoto, ragazze torte in pose confortevoli, reduci da chissà quale massivo sterminio, o annichilite per una fine del mondo drammaticamente vicina. Però non hanno neanche un filo di cellulite.
Vuoi mettere.”
Pulsatilla, “La ballata delle prugne secche.”
Vedi blogroll. 

E per la quinta volta mi sorbo Harry Potter.

Premetto: ci sono andato perché ho perso una scommessa. I termini delle scommesse fra me e Faffo sono: chi vince sceglie un film al cinema e ci si fa accompagnare. Chi perde, non solo paga, ma all’uscita deve anche dire “Bel film, proprio un bel film.”
Faffo, donna disonesta e manipolatrice –insomma, donna- ha ancora una volta sfruttato la mia tendenza ad intestardirmi un tantino, tipo:
“Guarda che, se vinco io, scelgo il film dei Tranformers”
“Ma se hai detto che ti faceva schifo.”
“Sì, ma so per certo che farebbe più schifo a te, quindi lo scelgo.”
Invece, ha vinto lei, quindi non vi parlo dei Transformers, questi simpatici e meccanici trans dello spazio, ma dell’insopportabile Enrichetto Vasaio*, che odio con tutto me stesso.
Lo odio perché è un predestinato che non vuole prendersi le proprie responsabilità (per tre quarti dei suoi film cerca di sgattaiolare, poi alla fine il male lo combatte sì, ma svogliato, e non senza botte di culo), perché è un idolo di stupidi teenagers, perché è arrivato quando io non ero più stupido teenager e non potevo farne un idolo. Ah, sì, e poi è noioso come un simposio di sindacalisti.
 
Adesso veniamo al film, che mi pare sia la quinta solenne martellata sui miei cojoni, una roba intitolata tipo “Stavolta il simpatico Enrichetto vi asfalta i maroni con l’ordine della Fenice”.
 
All’inizio parte bene, perché per un buon venti minuti Enrichetto pare stare sui maroni a tutti all’Istituto dei Maghetti Odiosi, e io mi sono sentito compreso. Poi però arriva una stronza così intollerabile che di controvoglia inizi a tifare per il maghetto. Poi arriva quello senza naso e fa wooom e wooosch e zot e come al solito alla fine deve fuggire, battuto perché la differenza fra i due è che lui non ha l’ammore e Enrichetto sì, oltre al naso naturalmente.
Poi sono tutti amici e felici a dispetto del fatto che evidentemente non c’è incantesimo in grado di fare crescere le tette di Ermione, e per questo motivo credo di avere notato nel pelorosso un’ombra di tristezza.
 
Giudizio: se perdete anche voi una scommessa, dormite tranquilli per il grosso del film, ma puntate la sveglia del cellulare a dieci minuti dalla fine, perché la battaglia di wooom e di wooosh è divertente, e fa pensare ai Tranformers.
Oppure andateci per vedere Helena Bonam-Cosam tutta immerlettata e paranoide fare delle faccette inquietanti, per poterla giustamente piazzare fra i vostri incubi o perversi sogni erotici, a seconda della vostra inclinazione sessuale.
 
(*Ringrazio per la traduzione il Professor Iorek Birnyson, titolare della cattedra di Minchiate in un posto abbastanza lontano da conferirgli un’immeritata autorevolezza)
 

Innocente ‘sta cippa.

Fate uno sforzo di memoria: tornate indietro di un paio mesi, e cercate di ricordare l’enfasi con cui i telegiornali diedero la notizia che un ex-presidente del Consiglio era stato giudicato innocente in uno dei pochissimi processi da cui non era già stato sollevato per decorrenza dei termini processuali.
Dalle file della destra –e anche fuori dalla triade di scimmiette Bonaiuti-Cicchito-Schifani- si parlò della “fine di una persecuzione” e del “crollo di un castello di menzogne”. Grande festa dei nemici delle Toghe Rosse; a sinistra, non sapendo cosa dire, qualcuno si limitò a commentare che tanto rosse allora non erano.
 
Adesso, risalite verso oggi e fermatevi a venerdì, quando i giornali hanno riportato la notizia che quel Cesare Previti che fra breve, se esiste ancora la decenza in Italia, sarò dispensato dal sentire chiamare Onorevole, è stato condannato in via definitiva, in terzo e ultimo grado: pietra sopra, è colpevole marcio di corruzione di giudici.
 
Adesso, visto che nessuno lo fa, vogliamo mettere insieme le due cose?
 
“E’ ragionevole la deduzione che il versamento da parte di Cesare Previti al giudice Renato Squillante il 6 marzo 1991 di 434.000 dollari, provenienti da un conto estero alimentato da fondi etrracontabili di pertinenza della Fininvest, avesse funzione corruttiva.
Macroscopica è poi l’inverosimiglianza che Berlusconi fosse del tutto all’oscuro dei pagamenti esteri compiuti dai suoi dipendenti, e soprattutto che avessero mano libera per le movimentazioni bancarie sicuramente illecite(se non altro perché effettuate in nero su conti esteri).”
 
Non ho tratto le righe che avete appena letto dal giornalino di un centro sociale, né mi sono inventato una parola: si tratta della motivazione della sentenza di assoluzione di Berlusconi (parole in corsivo), pubblicata pochi giorni dopo i titoloni in prima pagina che giubilavano per l’innocenza del suddetto. Le ho tratte dal Corriere della Sera di venerdì 11 maggio a pagina 22; sì, a pagina 22, e questo già da solo avrebbe meritato un commento su questo blog.
 
Insomma, la corruzione passò dalle mani di Previti che agì non solo nell’interesse ma per conto di Berlusconi, che ovviamente sapeva.
Perché allora non fu condannato il mandante?
Perché le prove non erano sufficienti; mancava la certezza che dopo avere preso i soldi il giudice avesse effettivamente modificato la sentenza in favore di Berlusconi; il fatto che la sentenza incriminata fosse favorevole a questi di per sé non è sufficiente.
Signori, vi piaccia o meno, questo è diritto penale: uno dei cardini è che in mancanza di certezza –e certezza significa prove, prove provate come dice la vulgata popolare- uno è innocente.
Tant’è.
 
Mi viene in mente un curioso accostamento, che molti di voi avranno presente: un tale Moggi, in un certo sport piuttosto popolare, chiamava al telefono gli arbitri e si accordava su certi risultati. E’ bastato provare questo, perché la giustizia sportiva –non quella penale- condannasse sacrosantamente lui, gli arbitri e le squadre implicate (di fatto, una: la mia; vabbe’) a varie pene, anche se tutte troppo leggere.
A breve, lo vedrete, gli stessi fatti saranno oggetto di giudizio in sede penale; e qui, come per Berlusconi, occorrerà dimostrare che gli arbitri, oltre ad accordarsi, di fatto influenzassero davvero le partite.
Che ci riescano o meno, vi chiedo: qualcuno al momento ha dei dubbi sulla colpevolezza, sull’abiezione morale o sulla scorrettezza di Moggi?
 
E allora perché lasciate che vi passino Berlusconi per innocente?
 
Previti ha usato i soldi (tantini) di Berlusconi per pagare un giudice che doveva emettere una sentenza che desse torto o ragione a Berlusconi, e che finì –toh!- per dargli ragione.
Una sentenza penale ci dice poi che non è provato (si può dedurre, ma non provare) che dietro Previti ci fosse Berusconi, e lo assolve penalmente.
Il che non significa che Berlusconi possa dirsi –nell’accezione del linguaggio comune- innocente, né pulito, né estraneo ai fatti. Significa solo che Berlusconi ha il diritto di non finire in galera, dato che non ci sono prove a sufficienza per mandarcelo. Il che, sia detto per inciso, mi sta benissimo; la certezza delle stato di diritto è un valore che reputo superiore anche all’immensa soddisfazione che avrei nel vedere Berlusconi dietro le sbarre. Tutto non si può avere, a quanto pare.
 
Mi sta meno bene che si possa dire –che venga detto- innocente, perché allora è innocente e rispettabile anche Moggi. Non sono un avvocato né tantomeno un giudice, e non sono obbligato a conformarmi al codice penale quando mi formo ed esprimo un’opinione.
E la mia opinione, se non si è capito, è che Berlusconi è un corruttore. In altre parole, quello che comunemente si dice un ladro.
Moralmente, anche se non penalmente.
 
Che poi, a fare questo ragionamento, ci si trovi un blogger e non un giornalista, anche a pagina 22 se è il caso, è materia su cui vi lascio meditare.