Archive for luglio 2008

Distinguiamo.

A proposito della manifestazione di ieri: è ben vero che siano affari di Berlusconi quando e da chi da chi si fa fare i signorsì.
Ma sia chiaro che son affari anche miei quando si incula la Costituzione.

Aggiornamento gravidanza.

Sei mesi e mezzo, tutto va come deve. Sarà femmina e si chiamerà Gaia.
Gaia Gì, mi piace.
 
Sua madre, donna immune alle smancerie, non ha ancora ceduto al delirio per vestitini e scarpettine fatte all’uncinetto. In compenso, una mattina mentre uscivo lei era lì, in mezzo alla stanza, che provava a vedere se fosse possibile accompagnare con gesti (sul modello di “ci son tre coc-codrilli ed un orango-tango”) la canzone “Contessa” di Paolo Pietrangeli; interrogata, mi rispondeva che intende insegnarla a Gaia, fin da bambina. Per quanto perplesso, ho dovuto ammettere che era notevole la resa scenica dei versi “ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra, vogliamo vedervi finir sottoterra”, con lei che mimava l’atto di spalare.
 
Io, dal mio canto, ho fatto quello che in questi casi fa un padre maturo e responsabile: ho comprato un’auto nuova.
No, non è un SUV.

Figure storiche 24: train spotting

Ieri decido che ho lavorato abbastanza, che mi aspettano due giorni campali, che insomma posso, una volta tanto, tornare a casa prima. Quindi, mi fiondo sul treno delle cinque.
A Como Borghi, dove lascio la macchina nel garage del suocero, scendo, col mio libro e il mio giornale in mano, tutto contento che sia ancora così presto. Faccio appena a tempo a rendermi conto che mi manca qualcosa, e che quel qualcosa è la mia valigetta da lavoro, che il treno riparte verso Como Lago, il capolinea.
Mi fiondo in biglietteria: “scusi, potete chiamare la stazione Lago e dir loro che sul vagone di mezzo c’è una valigetta dimenticata?”
“Mmmm, sssì, però…”
“Però?”
“…però è meglio se ci va lei e di corsa: a quest’ora, metta che io non trovi il capostazione… quel treno arriva e riparte per Milano. E’ molto meglio se lei corre a Lago e chiede di persona.”
(Mapporc…) “Va bene, però lei gentilmente chiami lo stesso, grazie!”
Così, corro verso il garage e in men che non si dica, nonostante il caldo, sono davanti al cancello: a rendermi conto che le chiavi di quel cancello sono nella valigetta, quindi a Como Lago, assieme al treno che dovrei raggiungere.
Attendo paziente (cioè: smadonnando) e avviene il miracolo: un tizio esce e il cancello, che è a chiusura automatica, mi permette di passare. Entro di corsa, apro il garage: il cancello sta per chiudersi e io non ho modo di riaprirlo. Corro indietro e, prima che si chiuda del tutto, metto un piede fra le cellule fotoelettriche, che così fanno riaprire il cancello: corro alla macchina, la tiro fuori, ma è girata sbagliata, devo far manovra, ma il cancello incomincia a chiudersi: esco, corro, piede, fotocellula. Torno alla macchina, ma prima chiudo il garage. Cancello, corsa, piede, fotocellula. Finalmente torno alla macchina e riparto. Fiuuuuuu.
Guardo l’orologio, con questo intoppo ho perso dieci minuti, e meno male che mi avevano detto di fare in fretta.
Arrivo nei pressi di Como Lago, come al solito c’è; casino, ma la fortuna mi arride e uno esce con l’auto da un parcheggio a pagamento, strisce blu; mi infilo, ma non ho tempo di fermarmi a cercare la moneta per pagare il ticket del parcheggio, metto la doppia freccia e corro in stazione: “tanto ci vorrà poco”, mi dico, incrociando le dita (si noti che Como Lago è sorvegliata dai vigili più o meno come il corpo di Jennifer Lopez dai bodyguard). Quindi, corro.
In stazione, chiedo alla bigliettaia se hanno trovato una borsa: mi risponde “chieda in stazione”.
(cazzo dice, questa?) “Cioé? Qui dove siamo?”
“Intendo dire: al capostazione.”
Abbandono la biglietteria e mi metto in cerca del capostazione, ma ecco che lo vedo: è il mio treno, pronto a partire per Milano. E non c’è dubbio che sia lui, le carrozze sono quelle blu, quelle del treno storico, impossibile sbagliarsi.
Se continuo a cercare il capostazione, il treno riparte, mi dico.
Quindi vado verso il treno, raggiungo un addetto, gli spiego il problema, lui da’ una voce ad un altro addetto sullo stesso marciapiede un po’ più avanti. Mi indica un vagone, mi dice che lì c’è una borsa.
Sollevato, salgo di corsa: un tizio quasi abbraccia la borsa, protestando che è sua.
“Scusi, somiglia alla mia” gli spiego.
“Somiglierà alla sua, ma è mia” protesta il tizio. Io sto quasi per spiegargli che come metodo di borseggio il mio sarebbe macchinoso, e che quindi potrebbe rilassarsi, non sto tentando di derubarlo: ma uno “spiffffffff” attrae la mi attenzione: le porte del treno si chiudono.
Corro alla porta, cerco il pulsante per scendere al volo, ma è il treno storico, l’unico che non ha il pulsante interno.
Busso.
Picchio sul vetro.
Urlo.
Parto!
Così, con l’auto in sosta vietata, mi dirigo mio malgrado di nuovo verso Como Borghi, e senza valigia. Sono in grado di dirvi che il tragitto in treno Lago-Borghi dura approssimativamente sessanta-settanta saracche, qualcosa di più se le scegli corte: questo per vostra informazione.
A Borghi, scendo, non senza ostentare un gesto piuttosto osceno verso la motrice, dove suppongo si trovi il capotreno che mi ha rapito.
Pur furente, torno dall’uomo della biglietteria (che, a differenza che a Lago, qui evidentemente fa parte della stazione) e gentilmente chiedo se ha notizie della mia borsa.
“Mi hanno appena avvertito che ce l’hanno a Lago.”
Mi viene da piangere, ma con dignità chiedo quando passa il prossimo treno. Dieci minuti. Aspetto e torno in treno verso Lago.
Arrivo, trovo il capotreno (che stava nell’ufficio accanto a quello della bigliettaia, quella puttana) e mi faccio consegnare la borsa. Raggiungo la macchina, miracolosamente non ho preso la multa.
Guardo l’orologio, è tardi, come se fossi uscito alla solita ora.
Ma io, ce l’avrò mai, una giornata normale?