Archive for agosto 2008

Michele in vacanza a Grado, seconda parte e conclusione.

A grande richiesta, altri quattro messaggi che chiudono l’avventura gradese di Michele, più uno che lo rilancia nella seconda parte delle vacanze.
Sappia  Michele che ieri sera amiche, abbastanza in confidenza da osare, mi hanno chiesto se gli sms in realtà me li scrivessi io (al che ho mostrato loro l’ultimo ricevuto, che ha causato diffusa ilarità). Suppongo che, per almeno uno dei due, questo sia un bel complimento.

Enjoy.

Grado: il meteo. Ieri mi sono astenuto dal consueto sms non avendo nulla da dire. Ecco che l’ufficio del turismo, sollecito come sempre, prima della mezzanotte mi ha scatenato una bora con conseguente tromba d’aria e successivo isolamento dell’isola. Due morti e un ferito grave. Oggi andiamo in spiaggia solo se ci accompagna Bertolaso in persona.
 
 
Grado: la stampa. A Grado si legge il Piccolo. Esso viene editato in più edizioni: Trieste, Gorizia, Udine e Monfalcone. Ne consegue che tuonando all’edicolante "il Piccolo" costui vi risponda "quale" gettandovi in imbarazzo. Il Piccolo è in bianco e nero e reca le foto dei neonati in braccio alle loro mamme che han dato a loro da poco la luce. L’effetto è sorprendente: il nascituro è furioso e la madre stanca. Vengono anche pubblicate le foto di coloro che compion più di 80anni ma la foto pubblicata è di quando il festeggiato ha tra le 5 e le 25 primavere. La prima volta ho cercato, vedendo costoro vestiti alla marinara, di restituire la copia da poco acquistata dicendo all’edicolante: mi scusi ma per errore mi ha dato una copia del ’39. Mia moglie, con il garbo tipico delle mogli, ha scosso la testa in segno di disapprovazione.
 
Trieste:i cugini triestini. Ho scoperto un cotè piacevole (fenomeno inspiegabile ma la natura serba anche piacevoli sorprese) della famiglia di mia moglie: i cugini di Trieste! Costoro son pervasi da una allegria ultronica. Ridono, mangiano e bevono allegri e spensierati neanche fossero carioca. Questa sera ho temuto per un attimo che facessero un trenino stile oba-oba tra i tavoli del ristorante. I cugini di Trieste mi han spiegato che sotto il Leone di San Marco il pesce si mangia senza pomodoro in quanto il pomodoro lo mangiano i meridionali, tra i quali i cugini di Trieste, gentilmente, mi hanno catalogato. Io mi sono adattato come sempre e per la prima volta mi son sentito terrone così ho difeso puntualmente il pomodoro che viene chiamato dai cugini pomodori. Delle melanzane non han parlato e io ho evitato l’argomento. Oggi visita alle vestigia romane e a San Giusto. Niente buffet ma panino leggero e bagno post prandiale a Barcola. Della cena si taccia.
 
Sopravissuti alla settimana a Grado ed al tornado (che ha fatto due povere vittime) ed ai cugini di Trieste oggi   omaggio al sacrario di Redipuglia. Poi Trieste! In tarda mattinata passeggiata sul molo Audace, visita a Sinagoga, Chiesa Serba e Piazza Unità d’Italia. A pranzo solingo da Pepi noto buffet triestino, Paola e Pietro han mangiato in spiaggia ai gloriosi bagni Ausonia. Menù di da Pepi adatto a bora con -4 e non agli attuali +36. Cotechino, luganega e testina. Crauti al cumino. Cren a nastro. Assaggio di jota. A causa temperatura e cibo (si taccia della birra che è transitata per il mio corpo) son stato, dopo aver saldato il conto, avvolto in lenzuolo di lino nel quale ho lasciato impresse le mie morbide forme. A dir del titolare la reliquia verrà apposta novella sindone sopra la cassa del locale neanche fosse la maglia di un bomber della Triestina. A breve cena con sardoni e crescendo rossiniano di altri pesci adriatici a Duino. Bimbo ha cantato: il Piave, Dimonios e la campana di San Giusto usscitando una certa curiosità nei triestini ai bagni Ausonia.
 
Il triestino ossia l’essere umano o presunto tale, non l’idioma. Il triestino pur essendo uomo di mare non è nè pio nè superstizioso. Anzi egli spesso invoca i santi e le deità ma in un modo poco gradito alla S.S. Sede; è anche avvezzo al vino che consuma assieme agli altri triestini indipendentemente dal grado di istruzione e dal censo. I triestini bevono tutti assieme: alcuni in cravatta altri in tuta da lavoro. Quando un triestino perde una mano (non a carte ovvio) non si fa mettere una protesi a forma di mano o il gancio da Capitano Uncino ma un cavatappi, strumento a lui molto caro. Nel caso in cui un triestino venga colpito da emiparesi una speciale unità della clinica San Giusto, dopo averne salvato la vita, serra le dita della mano della parte offesa di modo che il malcapitato, dopo essere dimesso, possa comunque reggere il calice. Alcuni vengono anche così tumulati: col bicchiere. Domani torno a Milano, i messaggi dalle terre irredente han qui termine. Avrei dovuto fare un sms sulle TV locali, ho vsto una lettura de l’inferno in triestino, ma vi grazio. Grazie per l’attenzione e saluti. Folco Quilici.
 
Ma l’avventura continua…
 
Dopo pit-stop a Milano ripartenza per il Monferrato. Tra scarico e carico ho mosso più merci che il porto di Gioia Tauro in una giornata di punta. La ripartenza ha visto tra le varie masserizie: apparecchio aereosol, radiografia panoramica dentatura bimbo, teglia lasagne in freezer da marzo 2008 (han viaggiato su ginocchia di mia moglie che si avvia a carriera di artritica professionale), puzzle da 10.000 pezzi in lavorazione da aprile. La cerimonia di svuotamento e spegnitura frigorifero ha avuto luogo alla presenza di alcuni microbiologi del San Raffaele. Giudicate interessanti alcune spore ritrovate su un pezzo di taleggio asserragliato dietro un faraglione di senapi e salse scadute da almeno 36 mesi e a breve smaltite dai NAS. Uscendo dal cortile con auto stipata all’inverosimile (cari e gatto incluso) ho chiaramente sentito la portiera filippina dire al marito "varda quel terün del B***** cuma l’è carich". In viaggio ho visto mia moglie guardare con curiosità alcuni portapacchi a guisa di sarcofago; i ha chiesto "cosa ci terranno mai lì dentro?". Volevo rispondere "la salma della moglie" ma da uomo prudente ho detto "quando non si sa viaggiare…." agitando poco la testa per evitare la provola del mesozoico estratta dal frigo e appesa ora allo specchietto.
Annunci

Michele in vacanza a Grado, seconda parte e conclusione.

A grande richiesta, altri quattro messaggi che chiudono l’avventura gradese di Michele, più uno che lo rilancia nella seconda parte delle vacanze.
Sappia  Michele che ieri sera amiche, abbastanza in confidenza da osare, mi hanno chiesto se gli sms in realtà me li scrivessi io (al che ho mostrato loro l’ultimo ricevuto, che ha causato diffusa ilarità). Suppongo che, per almeno uno dei due, questo sia un bel complimento.

Enjoy.

Grado: il meteo. Ieri mi sono astenuto dal consueto sms non avendo nulla da dire. Ecco che l’ufficio del turismo, sollecito come sempre, prima della mezzanotte mi ha scatenato una bora con conseguente tromba d’aria e successivo isolamento dell’isola. Due morti e un ferito grave. Oggi andiamo in spiaggia solo se ci accompagna Bertolaso in persona.
 
 
Grado: la stampa. A Grado si legge il Piccolo. Esso viene editato in più edizioni: Trieste, Gorizia, Udine e Monfalcone. Ne consegue che tuonando all’edicolante "il Piccolo" costui vi risponda "quale" gettandovi in imbarazzo. Il Piccolo è in bianco e nero e reca le foto dei neonati in braccio alle loro mamme che han dato a loro da poco la luce. L’effetto è sorprendente: il nascituro è furioso e la madre stanca. Vengono anche pubblicate le foto di coloro che compion più di 80anni ma la foto pubblicata è di quando il festeggiato ha tra le 5 e le 25 primavere. La prima volta ho cercato, vedendo costoro vestiti alla marinara, di restituire la copia da poco acquistata dicendo all’edicolante: mi scusi ma per errore mi ha dato una copia del ’39. Mia moglie, con il garbo tipico delle mogli, ha scosso la testa in segno di disapprovazione.
 
Trieste:i cugini triestini. Ho scoperto un cotè piacevole (fenomeno inspiegabile ma la natura serba anche piacevoli sorprese) della famiglia di mia moglie: i cugini di Trieste! Costoro son pervasi da una allegria ultronica. Ridono, mangiano e bevono allegri e spensierati neanche fossero carioca. Questa sera ho temuto per un attimo che facessero un trenino stile oba-oba tra i tavoli del ristorante. I cugini di Trieste mi han spiegato che sotto il Leone di San Marco il pesce si mangia senza pomodoro in quanto il pomodoro lo mangiano i meridionali, tra i quali i cugini di Trieste, gentilmente, mi hanno catalogato. Io mi sono adattato come sempre e per la prima volta mi son sentito terrone così ho difeso puntualmente il pomodoro che viene chiamato dai cugini pomodori. Delle melanzane non han parlato e io ho evitato l’argomento. Oggi visita alle vestigia romane e a San Giusto. Niente buffet ma panino leggero e bagno post prandiale a Barcola. Della cena si taccia.
 
Sopravissuti alla settimana a Grado ed al tornado (che ha fatto due povere vittime) ed ai cugini di Trieste oggi   omaggio al sacrario di Redipuglia. Poi Trieste! In tarda mattinata passeggiata sul molo Audace, visita a Sinagoga, Chiesa Serba e Piazza Unità d’Italia. A pranzo solingo da Pepi noto buffet triestino, Paola e Pietro han mangiato in spiaggia ai gloriosi bagni Ausonia. Menù di da Pepi adatto a bora con -4 e non agli attuali +36. Cotechino, luganega e testina. Crauti al cumino. Cren a nastro. Assaggio di jota. A causa temperatura e cibo (si taccia della birra che è transitata per il mio corpo) son stato, dopo aver saldato il conto, avvolto in lenzuolo di lino nel quale ho lasciato impresse le mie morbide forme. A dir del titolare la reliquia verrà apposta novella sindone sopra la cassa del locale neanche fosse la maglia di un bomber della Triestina. A breve cena con sardoni e crescendo rossiniano di altri pesci adriatici a Duino. Bimbo ha cantato: il Piave, Dimonios e la campana di San Giusto usscitando una certa curiosità nei triestini ai bagni Ausonia.
 
Il triestino ossia l’essere umano o presunto tale, non l’idioma. Il triestino pur essendo uomo di mare non è nè pio nè superstizioso. Anzi egli spesso invoca i santi e le deità ma in un modo poco gradito alla S.S. Sede; è anche avvezzo al vino che consuma assieme agli altri triestini indipendentemente dal grado di istruzione e dal censo. I triestini bevono tutti assieme: alcuni in cravatta altri in tuta da lavoro. Quando un triestino perde una mano (non a carte ovvio) non si fa mettere una protesi a forma di mano o il gancio da Capitano Uncino ma un cavatappi, strumento a lui molto caro. Nel caso in cui un triestino venga colpito da emiparesi una speciale unità della clinica San Giusto, dopo averne salvato la vita, serra le dita della mano della parte offesa di modo che il malcapitato, dopo essere dimesso, possa comunque reggere il calice. Alcuni vengono anche così tumulati: col bicchiere. Domani torno a Milano, i messaggi dalle terre irredente han qui termine. Avrei dovuto fare un sms sulle TV locali, ho vsto una lettura de l’inferno in triestino, ma vi grazio. Grazie per l’attenzione e saluti. Folco Quilici.
 
Ma l’avventura continua…
 
Dopo pit-stop a Milano ripartenza per il Monferrato. Tra scarico e carico ho mosso più merci che il porto di Gioia Tauro in una giornata di punta. La ripartenza ha visto tra le varie masserizie: apparecchio aereosol, radiografia panoramica dentatura bimbo, teglia lasagne in freezer da marzo 2008 (han viaggiato su ginocchia di mia moglie che si avvia a carriera di artritica professionale), puzzle da 10.000 pezzi in lavorazione da aprile. La cerimonia di svuotamento e spegnitura frigorifero ha avuto luogo alla presenza di alcuni microbiologi del San Raffaele. Giudicate interessanti alcune spore ritrovate su un pezzo di taleggio asserragliato dietro un faraglione di senapi e salse scadute da almeno 36 mesi e a breve smaltite dai NAS. Uscendo dal cortile con auto stipata all’inverosimile (cari e gatto incluso) ho chiaramente sentito la portiera filippina dire al marito "varda quel terün del B***** cuma l’è carich". In viaggio ho visto mia moglie guardare con curiosità alcuni portapacchi a guisa di sarcofago; i ha chiesto "cosa ci terranno mai lì dentro?". Volevo rispondere "la salma della moglie" ma da uomo prudente ho detto "quando non si sa viaggiare…." agitando poco la testa per evitare la provola del mesozoico estratta dal frigo e appesa ora allo specchietto.

Olimpiadi: i dati che non vi han dato.

In attesa di capire perché ho visto (o meglio: rischiato di vedere) sport come badmington e keirin (quello dove un ciclista insegue un motociclista, per litigare sulla viabilità, suppongo) e non ho visto rugby e baseball -che pure più di qualcuno al mondo pratica- mi renderò utile diffondendo i medaglieri che i media vi hanno tenuto nascosto.
 
Prima di tutto, il medagliere olimpico finale corretto per PIL e per popolazione: graziealcazzo che vinci se hai dietro un paese popoloso e ricco, la vera impresa è vincere quando sei povero e solo. Ecco i veri eroi di questa olimpiade: 
  1. Giamaica
  2. Georgia
  3. Australia
  4. Bielorussia
  5. Cuba
  6. Gran Bretagna
  7. Russia
  8. Ucraina
  9. Kenya
  10. Corea del Sud
Per inciso, l’Italia è intorno al 50° posto*.
*[edit: mi dicono intorno al 25°]
 
 
E poi, ecco a voi il medagliere di legno, la classifica del 4° posto, dove invece l’Italia ha purtroppo qualcosa da dire (anche se non come –hehehe- i cugini franzosi):
  1. Usa [23]
  2. Russia [23]
  3. Cina [23]
  4. Francia [19]
  5. Germania [17]
  6. Italia [14]
  7. Australia [13]
  8. Cuba [12]
  9. Spagna [11]
  10. Canada [10]
Fonte di queste indispensabili informazioni: il blog di Dorando, la mitica trasmissione di Radio Popolare condotta da Cristiano Valli, Alessandro Diegoli e Niccolò Vecchia che mi ha reso più divertenti tutti i giochi. Grazie, ragazzi.

Basta chiedere, alle volte.

Qualche atleta italiano ha vinto la medaglia d’oro. Bravi. Se non che, cinque minuti dopo essere sceso dal podio (mi chiedo se ha lasciato terminare l’inno nazionale, vista l’urgenza della cosa) ha battuto cassa. “Noi atleti per vincere questa medaglia che porta lustro all’Italia facciamo molti sacrifici e non siamo ricchi come quelli del calcio.” Si sapeva, oserei dire; e quindi? “Quindi, vorremmo l’esenzione totale dalla tassazione sul premio che riceviamo, che è pari al 50%
In un paese normale, una simile richiesta sarebbe stata sommersa da un coro di risate o un benevolo buffetto accompagnata da ce stai a prova’, eh?
 
In un paese normale si sarebbe ricordato agli atleti che
  • la tassazione del 50% è alta perché è alto il premio, cenquarantamila geuri, cinque anni di stipendio impiegatizio e per l’esattezza il più alto di quelli che pagano le altre federazioni (il premio totale per i numerosi ori di Phepls –chapeau- non arriva a pareggiare un premio italiano): non mediamente, più alto in assoluto.
  • Le federazioni che allenano, preparano, sostengono lo sforzo degli atleti sono pubbliche, gli impianti sportivi sono pubblici, molto spesso addirittura chi arriva alle olimpiadi lo fa vestendo la divisa della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, percependo uno stipendio che i suoi colleghi si guadagnano con turni di pattuglia e un paio di disagi tipo farsi sparare addosso. E gli stipendi di quei colleghi sono tassati fino all’ultimo euro.
  • I sacrifici -posto che siano effettivamente maggiori di quelli che fa un neolaureato per raggiungere il capannone dover potrà guadagnarsi la giornata rispondendo alle chiamate che arrivano al call center- sono una libera scelta, e neppure una sorpresa, se ti dai la pena di parlare cinque minuti con un atleta prima di intraprendere la carriera: quindi, mi pare di poter concludere che quei sacrifici possano ascriversi ad atto di libero arbitrio, che non siamo tenuti a ripagare.
  •  Per un atleta che arriva alle Olimpiadi, a decine si fanno male provandoci, spesso riportando danni permanenti a cura del servizio sanitario pubblico. E questo anche in assenza di medaglie riportate. Anche questa è una maniera di ripagare di chi compie quel volontario sforzo.
  • Da ingenuo, supponevo addirittura che portare lustro al proprio paese fosse un privilegio, non una ingiusta coercizione da rifondere. E, sempre parlando di lustro, faccio notare che anche chi esporta vino, formaggio e –per quanto mi secchi ammetterlo- moda, porta all’Italia un prestigio indubbio e un po’ più durevole di quello sportivo. Eppure nessuno chiede esenzioni per questo. E che premio dovremmo conferire a chi ha esportato la Bellucci, opera d’arte vivente? L’esenzione fiscale totale a vita?
 
In Italia, paese che normale non è, invece, in 48 ore –mirabile dictu- l’impegno pubblico l’ha preso il presidente del Coni.
Visto? Bastava chiedere.
Bontà sua, Petrucci ha ammesso che non è possibile piegare al volere di schermidori e sparatori di piattello la normativa fiscale che vale per il resto degli italiani (privilegiati calciatori compresi), ma ha comunque promesso che, da una parte o dall’altra nel bilancio del Coni, qualcosa per farglieli avere netti si trova.
 
E a me, scusate, girano i cinque cerchi: due miei e tre che prendo a prestito.
 Mi rendo conto, certo, che stiamo parlando di una decina di premi e che non saremo certo più poveri come Paese per questo.
E’ il principio, che me li fa fumare.
 
Non è tanto l’idea tutta italiana che in un bilancio non si può, ma una soluzione si trova. Certo, volendo, si potrebbe obiettare che un bilancio è lì proprio per evitare che si trovino soluzioni estemporanee ed estranee alle regole che vengono prima di quel bilancio, e va bene, ma tiremm innans.
 
Piuttosto è l’idea -tutta berlusconiana, e quindi consona a quest’Italia che tanto si sforza di assumere come propri i capisaldi del pensiero di un palazzinaro- che le tasse siano un peso, un freno, un’ingiustizia, e che sia quindi non solo lecito ma anche auspicabile superarle, che questo significhi ridurle, abolirle, evaderle.
Non a caso fra i più accalorati sostenitori della necessità di esentare gli atleti ci sono soprattutto peones del Pdl, ansiosi di mettersi in luce con una dichiarazione che solletichi il prurito delle masse di italici evasori, potenziali o reali che siano.
 
Le tasse servono, vanno solo spese bene, non abolite. Lo stato sociale è più efficiente laddove queste tasse sono alte e ben spese, confrontate la Svezia con gli USA e chiedetevi dove i vostri bisogni saranno più tutelati.
Invece no, qui da noi, sotto i riflettori delle Olimpiadi, figuriamoci se si perde un’occasione per sottolineare la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, del particolare sul generale, della soddisfazione immediata sulla programmazione di un futuro migliore.
 
In questo senso, è mirabilmente paradossale l’uscita di ieri di Bossi, che chiede la reintroduzione dell’Ici, che effettivamente era l’unica tassa vagamente federalista che esisteva. Quando un pensiero debole come quello di Bossi è più lucido e lungimirante di quello del resto dei geni della maggioranza –e del resto del paese che in quella maggioranza dimostra di identificarsi- ragazzi miei, siamo decisamente malmessi.

Basta chiedere, alle volte.

Qualche atleta italiano ha vinto la medaglia d’oro. Bravi. Se non che, cinque minuti dopo essere sceso dal podio (mi chiedo se ha lasciato terminare l’inno nazionale, vista l’urgenza della cosa) ha battuto cassa. “Noi atleti per vincere questa medaglia che porta lustro all’Italia facciamo molti sacrifici e non siamo ricchi come quelli del calcio.” Si sapeva, oserei dire; e quindi? “Quindi, vorremmo l’esenzione totale dalla tassazione sul premio che riceviamo, che è pari al 50%
In un paese normale, una simile richiesta sarebbe stata sommersa da un coro di risate o un benevolo buffetto accompagnata da ce stai a prova’, eh?
 
In un paese normale si sarebbe ricordato agli atleti che
  • la tassazione del 50% è alta perché è alto il premio, cenquarantamila geuri, cinque anni di stipendio impiegatizio e per l’esattezza il più alto di quelli che pagano le altre federazioni (il premio totale per i numerosi ori di Phepls –chapeau- non arriva a pareggiare un premio italiano): non mediamente, più alto in assoluto.
  • Le federazioni che allenano, preparano, sostengono lo sforzo degli atleti sono pubbliche, gli impianti sportivi sono pubblici, molto spesso addirittura chi arriva alle olimpiadi lo fa vestendo la divisa della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, percependo uno stipendio che i suoi colleghi si guadagnano con turni di pattuglia e un paio di disagi tipo farsi sparare addosso. E gli stipendi di quei colleghi sono tassati fino all’ultimo euro.
  • I sacrifici -posto che siano effettivamente maggiori di quelli che fa un neolaureato per raggiungere il capannone dover potrà guadagnarsi la giornata rispondendo alle chiamate che arrivano al call center- sono una libera scelta, e neppure una sorpresa, se ti dai la pena di parlare cinque minuti con un atleta prima di intraprendere la carriera: quindi, mi pare di poter concludere che quei sacrifici possano ascriversi ad atto di libero arbitrio, che non siamo tenuti a ripagare.
  •  Per un atleta che arriva alle Olimpiadi, a decine si fanno male provandoci, spesso riportando danni permanenti a cura del servizio sanitario pubblico. E questo anche in assenza di medaglie riportate. Anche questa è una maniera di ripagare di chi compie quel volontario sforzo.
  • Da ingenuo, supponevo addirittura che portare lustro al proprio paese fosse un privilegio, non una ingiusta coercizione da rifondere. E, sempre parlando di lustro, faccio notare che anche chi esporta vino, formaggio e –per quanto mi secchi ammetterlo- moda, porta all’Italia un prestigio indubbio e un po’ più durevole di quello sportivo. Eppure nessuno chiede esenzioni per questo. E che premio dovremmo conferire a chi ha esportato la Bellucci, opera d’arte vivente? L’esenzione fiscale totale a vita?
 
In Italia, paese che normale non è, invece, in 48 ore –mirabile dictu- l’impegno pubblico l’ha preso il presidente del Coni.
Visto? Bastava chiedere.
Bontà sua, Petrucci ha ammesso che non è possibile piegare al volere di schermidori e sparatori di piattello la normativa fiscale che vale per il resto degli italiani (privilegiati calciatori compresi), ma ha comunque promesso che, da una parte o dall’altra nel bilancio del Coni, qualcosa per farglieli avere netti si trova.
 
E a me, scusate, girano i cinque cerchi: due miei e tre che prendo a prestito.
 Mi rendo conto, certo, che stiamo parlando di una decina di premi e che non saremo certo più poveri come Paese per questo.
E’ il principio, che me li fa fumare.
 
Non è tanto l’idea tutta italiana che in un bilancio non si può, ma una soluzione si trova. Certo, volendo, si potrebbe obiettare che un bilancio è lì proprio per evitare che si trovino soluzioni estemporanee ed estranee alle regole che vengono prima di quel bilancio, e va bene, ma tiremm innans.
 
Piuttosto è l’idea -tutta berlusconiana, e quindi consona a quest’Italia che tanto si sforza di assumere come propri i capisaldi del pensiero di un palazzinaro- che le tasse siano un peso, un freno, un’ingiustizia, e che sia quindi non solo lecito ma anche auspicabile superarle, che questo significhi ridurle, abolirle, evaderle.
Non a caso fra i più accalorati sostenitori della necessità di esentare gli atleti ci sono soprattutto peones del Pdl, ansiosi di mettersi in luce con una dichiarazione che solletichi il prurito delle masse di italici evasori, potenziali o reali che siano.
 
Le tasse servono, vanno solo spese bene, non abolite. Lo stato sociale è più efficiente laddove queste tasse sono alte e ben spese, confrontate la Svezia con gli USA e chiedetevi dove i vostri bisogni saranno più tutelati.
Invece no, qui da noi, sotto i riflettori delle Olimpiadi, figuriamoci se si perde un’occasione per sottolineare la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, del particolare sul generale, della soddisfazione immediata sulla programmazione di un futuro migliore.
 
In questo senso, è mirabilmente paradossale l’uscita di ieri di Bossi, che chiede la reintroduzione dell’Ici, che effettivamente era l’unica tassa vagamente federalista che esisteva. Quando un pensiero debole come quello di Bossi è più lucido e lungimirante di quello del resto dei geni della maggioranza –e del resto del paese che in quella maggioranza dimostra di identificarsi- ragazzi miei, siamo decisamente malmessi.

Google sa…

Io e Faffo parliamo della filmografia di Lauren Graham, (la mamma di Una mamma per amica, per chi conosce l’orrido polpettone tv).
In pratica, lei mi accusa di non averle registrato un film imperdibile con la sua attrice amata, io mi difendo dicendo che era così imperdibile che il film non risulta neppure nella filmografia ufficiale dell’attrice, forse era solo una particina. Infatti sui principali siti di cinefili di quel film e di quell’immortale partecipazione non vi è neppure traccia.

Lei gùgola per dimostrarmi che ho torto, e inserisce il titolo: "I segreti per farla innamorare".
Poi ridacchia.
"Hai trovato?"
"Mah, effettivamente del film poca roba."
"E cos’altro hai trovato che ti fa ridere?"
"Un sito sul cunnilinguus."

Google: troppo avanti.

 

Tutti al mare: a Grado con Michele.

Non andando io in vacanza, mi limito a ricevere la classica cartolina dalle vacanze al mio amico Michele che -al solo scopo di rendermi partecipe- quotidianamente mi tiene aggiornato via SMS sull’andamento delle proprie ferie.
Ecco cinque giorni-tipo.

Grado: il residence. Appena arrivato ho notato in giardino 3 ospiti del residence ove allogiamo; due uomini e una donna. Dei due uomini, uno è straordinariamente simile a Guglielmo Oberdan e ha una bombola ad ossigeno in un carrellino alla quale il suo naso è collegato da un tubicino, l’altro è fasciato come un faraone che a breve entra nella piramide, ricorda anche il testimonial dei prodotti Gibaud. La datazione potrà avvenire grazie all’isotopo 14. La signora (per la gioia del marito se vivente) ha subito una laringectomia e parla attraverso un apparecchio che la fa gracidare come una radio a transistor. Penso, nel vederla, al sublime piacere che un coniuge prova nel rendere inudibile il congiunto senza incappare nel codice penale; semplicemente levando le pile. Domani vado in spiaggia.
 
Grado: la spiaggia. La spiaggia è recintata totalmente e videosorvegliata. Per dare un tocco "check point Charlie" qualche garritta quinci e quivi con qualche Vopos sarebbe l’ideale. L’accesso avviene attraverso un tornello attivato da un badge consegnato al momento della locazione del posto spiaggia. La spiaggia è ordinata e dotata di ogni comfort per il viver civile. I bagnini hanno pantaloni bianchi e maglia marinara bianca e blu; solleciti aprono ombrelloni e rassettano sdraio e lettini: la divisa dona a loro un aspetto inconsueto. In spiaggia le attività consentite sono poche; ivi incluso il nuoto. Mi han detto che si tratta di un fenomeno chiamato bassa marea: funziona così. Noi abbiamo, da sciuri, l’ombrellone in prima fila: il mare si raggiunge dopo 20 minuti di marcia sollecita stile Beau Geste. Bagnate le caviglie, dopo altri 30 minuti di cammino sollecito, ci si immerge fino alla cintola. Un paio di semicupi e si ritorna all’arenile sotto l’occhio vigile degli addetti al salvataggio che a bordo d mosconi vegliano al fine che alcuni nani del circo austriaco in tournèe a Grado non affoghino. Fatto ciò si può leggere il Piccolo agevolati dal silenzio; difatti i bambini non possono adunarsi oltre il numero di 3: dal quarto vengono dispersi da un drappello di prussiani. I vicini di ombrellone sono appartengono adunacompagnia teatrale: oggi han provato "I Rusteghi". La spiaggia ha sabbia finissima: all’uscita alcuni addetti lavano i bagnanti con idropulitrici con getto a 3G. Domani vado alle terme.
Grado le terme. Essendo di fondazione romana (AHO!) non possono mancare le terme. Esse si raggiungono agevolmente dalla spiaggia e data l’età dei clienti non vi è alcuna barriera architettonica. Una volta avuto accesso allo stabilimento potrete scegliere tra svariati trattamenti ma siate consci che l’ammicante "tosa" o "mula" che appare sul depliant appare, si; ma solo sul depliant! L’utenza è varia e per fattezze degna di un quadro di Bruegel… ma il trionfo lo si ha nelle sabbiature (psammatoterapia, lo ho imparato oggi). I corpi degli utenti vengono tumulati da valletti vestiti da gondolieri lasciando sgombra dalla sabbia la sola faccia. L’effetto che ne segue è particolare: l’arenile è puntinato da facce sofferenti trafitte dal sole che con smorfie orribili dimostran la loro pena. Con un supplemento, dietro liberatoria regolarmente firmata, è possibile farsi sbarrare gli occhi da dei legnetti.  Segnalo che questa mane una ambulanza ha sgomberato uno degli inquilini del residence che ci ospita alla volta di Grizia dove lo stesso ogni due giorni viene sottoposto a dialisi dal 1991
 
Grado: la gastronomia. Le terre strappate alla laguna sono ubertose e donano vegetali sapientemente trasformati dagli indigeni in ottimi piatti. L’eccellente pesce raggiunge il sublime nel brodetto, che ha la sola colpa di venir servlto con della polenta… bianca come se fosse anemica. La vera bizzaria è una pietanza chiamata "cevapcici". Trattasi di salsiccette speziate servite con una salsa all’aglio o con dei cipollotti crudi tritati (neanche finemente). Raggiunti i succhi gastrici i cevapcici li catturano, li ammanettano e dopo breve interrogatorio li giustiziano sommarriamente. A voi resta una notte insonne durante la quale penserete come mai al liceo non avete notato nella tavola meendeliana i cevapcici dopo il Radon ma prima del Dubnio ma comprenderete facilmente perchè i cevapcici non si sono diffusi nel mondo civile
 
Vita gradese. A Grado ci si sposta in bicicletta. I turisti del nord Europa sciamano ordinati al ritmo di 160 pedalate al minuto con rapporto 54:12. Non pedalavo dal ’73, i miei polpacci, dopo questi duri trasferimenti in bici, hanno la consistenza dell’onice (si lui l’onice quello delle bomboniere) e l’acido lattico ha invaso ogni mio muscolo. Si svolgono varie attività ricreative tra le quali (dopo cena) il minigolf. Trattasi di un 18 buche. La creatura spazientitasi dopo poco, pur avendo chiesto lui stesso di accedere al campo di giuoco, si è adattata utilizzando la mazza a guisa di bastone da hockey spingendo così la palla in buca. E stato multato da un vigile urbano della Stiria (in pensione) che ha comminato multa in scellini.