Basta chiedere, alle volte.

Qualche atleta italiano ha vinto la medaglia d’oro. Bravi. Se non che, cinque minuti dopo essere sceso dal podio (mi chiedo se ha lasciato terminare l’inno nazionale, vista l’urgenza della cosa) ha battuto cassa. “Noi atleti per vincere questa medaglia che porta lustro all’Italia facciamo molti sacrifici e non siamo ricchi come quelli del calcio.” Si sapeva, oserei dire; e quindi? “Quindi, vorremmo l’esenzione totale dalla tassazione sul premio che riceviamo, che è pari al 50%
In un paese normale, una simile richiesta sarebbe stata sommersa da un coro di risate o un benevolo buffetto accompagnata da ce stai a prova’, eh?
 
In un paese normale si sarebbe ricordato agli atleti che
  • la tassazione del 50% è alta perché è alto il premio, cenquarantamila geuri, cinque anni di stipendio impiegatizio e per l’esattezza il più alto di quelli che pagano le altre federazioni (il premio totale per i numerosi ori di Phepls –chapeau- non arriva a pareggiare un premio italiano): non mediamente, più alto in assoluto.
  • Le federazioni che allenano, preparano, sostengono lo sforzo degli atleti sono pubbliche, gli impianti sportivi sono pubblici, molto spesso addirittura chi arriva alle olimpiadi lo fa vestendo la divisa della Guardia di Finanza o dei Carabinieri, percependo uno stipendio che i suoi colleghi si guadagnano con turni di pattuglia e un paio di disagi tipo farsi sparare addosso. E gli stipendi di quei colleghi sono tassati fino all’ultimo euro.
  • I sacrifici -posto che siano effettivamente maggiori di quelli che fa un neolaureato per raggiungere il capannone dover potrà guadagnarsi la giornata rispondendo alle chiamate che arrivano al call center- sono una libera scelta, e neppure una sorpresa, se ti dai la pena di parlare cinque minuti con un atleta prima di intraprendere la carriera: quindi, mi pare di poter concludere che quei sacrifici possano ascriversi ad atto di libero arbitrio, che non siamo tenuti a ripagare.
  •  Per un atleta che arriva alle Olimpiadi, a decine si fanno male provandoci, spesso riportando danni permanenti a cura del servizio sanitario pubblico. E questo anche in assenza di medaglie riportate. Anche questa è una maniera di ripagare di chi compie quel volontario sforzo.
  • Da ingenuo, supponevo addirittura che portare lustro al proprio paese fosse un privilegio, non una ingiusta coercizione da rifondere. E, sempre parlando di lustro, faccio notare che anche chi esporta vino, formaggio e –per quanto mi secchi ammetterlo- moda, porta all’Italia un prestigio indubbio e un po’ più durevole di quello sportivo. Eppure nessuno chiede esenzioni per questo. E che premio dovremmo conferire a chi ha esportato la Bellucci, opera d’arte vivente? L’esenzione fiscale totale a vita?
 
In Italia, paese che normale non è, invece, in 48 ore –mirabile dictu- l’impegno pubblico l’ha preso il presidente del Coni.
Visto? Bastava chiedere.
Bontà sua, Petrucci ha ammesso che non è possibile piegare al volere di schermidori e sparatori di piattello la normativa fiscale che vale per il resto degli italiani (privilegiati calciatori compresi), ma ha comunque promesso che, da una parte o dall’altra nel bilancio del Coni, qualcosa per farglieli avere netti si trova.
 
E a me, scusate, girano i cinque cerchi: due miei e tre che prendo a prestito.
 Mi rendo conto, certo, che stiamo parlando di una decina di premi e che non saremo certo più poveri come Paese per questo.
E’ il principio, che me li fa fumare.
 
Non è tanto l’idea tutta italiana che in un bilancio non si può, ma una soluzione si trova. Certo, volendo, si potrebbe obiettare che un bilancio è lì proprio per evitare che si trovino soluzioni estemporanee ed estranee alle regole che vengono prima di quel bilancio, e va bene, ma tiremm innans.
 
Piuttosto è l’idea -tutta berlusconiana, e quindi consona a quest’Italia che tanto si sforza di assumere come propri i capisaldi del pensiero di un palazzinaro- che le tasse siano un peso, un freno, un’ingiustizia, e che sia quindi non solo lecito ma anche auspicabile superarle, che questo significhi ridurle, abolirle, evaderle.
Non a caso fra i più accalorati sostenitori della necessità di esentare gli atleti ci sono soprattutto peones del Pdl, ansiosi di mettersi in luce con una dichiarazione che solletichi il prurito delle masse di italici evasori, potenziali o reali che siano.
 
Le tasse servono, vanno solo spese bene, non abolite. Lo stato sociale è più efficiente laddove queste tasse sono alte e ben spese, confrontate la Svezia con gli USA e chiedetevi dove i vostri bisogni saranno più tutelati.
Invece no, qui da noi, sotto i riflettori delle Olimpiadi, figuriamoci se si perde un’occasione per sottolineare la prevalenza dell’interesse privato su quello pubblico, del particolare sul generale, della soddisfazione immediata sulla programmazione di un futuro migliore.
 
In questo senso, è mirabilmente paradossale l’uscita di ieri di Bossi, che chiede la reintroduzione dell’Ici, che effettivamente era l’unica tassa vagamente federalista che esisteva. Quando un pensiero debole come quello di Bossi è più lucido e lungimirante di quello del resto dei geni della maggioranza –e del resto del paese che in quella maggioranza dimostra di identificarsi- ragazzi miei, siamo decisamente malmessi.

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8 responses to this post.

  1. Posted by anonimo on agosto 19, 2008 at 9:34 am

    Un articolo di Angelo MIncuzzi del 14/8/08:

    “PECHINO – Valentina Vezzali lo ricorda bene quell’oro conquistato a Sydney nel 2000 sulla tedesca Rita Koenig. La prima di tre medaglie in tre Olimpiadi consecutive. Ma in realtà non è solo l’emozione di un primato a legarla all’Australia. Perché il Paese dei canguri è il paradiso fiscale dei medagliati, la terra del “tax free”, ammettono all’ufficio di Pechino del Comitato olimpico australiano. Nessuna tassa da pagare, nessuna percentuale al Fisco, proprio come la Vezzali e il tiratore Francesco D’Aniello hanno chiesto che si faccia in Italia. Una pacchia, per gli atleti.
    Già, ma il modello australiano per i campioni tricolore sarebbe un vero disastro. Per raggiungere il guadagno della Vezzali al netto delle tasse, un atleta di Sydney deve eguagliare il record di sette medaglie di Mark Spitz. Ma non è tutto. Per l’argento e il bronzo non è previsto nessun riconoscimento in danaro. Le medaglie italiane sono quelle che valgono di più in tutto il villaggio olimpico, se si escludono i 500mila euro (del tutto teorici) di Singapore. Centoquarantamila euro per l’oro sono una bella cifra, 75mila per l’argento anche. E perfino il bronzo resta imbattuto con i suoi 50mila euro.

    Con le loro 11 medaglie, gli azzurri hanno finora incassato complessivamente poco più di un milione di euro. Ma quei 140mila euro sono un numero da far invidia anche ai russi, ai quali il 9 agosto il premier Vladimir Putin, visitando il villaggio olimpico, ha offerto una prova muscolare, da vero ex atleta, raddoppiando di botto il compenso per il primo posto sul podio a 100mila euro. Troppo poco, però, per raggiungere il record degli italiani, già vinto in partenza, e molto prima dell’inizio dei giochi. I francesi guadagnano un terzo (50mila euro), i giapponesi sette volte meno e gli statunitensi hanno un premio otto volte inferiore, poco meno di 17mila euro. Più complesso il sistema spagnolo, che concede 94mila euro alle medaglie d’oro di sport individuali, 75mila per le competizioni con due o tre atleti e 50mila per quelli di squadra. Un meccanismo ponderato che ha il vantaggio ripartire meriti e responsabilità di vittoria.
    A intravedere i record di incasso degli atleti italiani restano paradossalmente i loro colleghi dell’Iran: 120mila dollari per l’oro, 80mila per l’argento, 65mila per il bronzo. Dollari? «Sì, dollari Usa», sottolineano i funzionari del Cio iraniano, proprio la moneta di George Bush. I cinesi, invece, non hanno ancora deciso quanto premieranno i loro vincitori: «Lo stabiliremo dopo la fine dei giochi», taglia corto una delegata del Comitato olimpico cinese. Ma ad Atene, nel 2004, agli ori andarono 200mila yuan (circa 20mila euro), 120mila yuan alle medaglie d’argento e 80mila a quelle di bronzo. Questa volta, però, un aumento è altamente probabile, soprattutto se i cinesi riusciranno a strappare agli Usa il primato degli ori.

    L’incremento del premio, in compenso, gli atleti italiani l’hanno già ottenuto. Rispetto ad Atene, l’aumento deciso dal Coni ha valorizzato soprattutto le medaglie di bronzo, la cui quotazione è cresciuta del 25% in confronto a quattro anni fa, mentre l’argento è salito del 13,3% e l’oro del 7,7%. In Grecia i campioni italiani incassarono complessivamente 7.320.000 euro, ma quest’anno – se le cose andranno bene – il premio sarà molto più alto.
    C’è poco da lamentarsi, dunque, e probabilmente gli atleti di molti Paesi vorrebbero trovarsi nei panni degli italiani. Che oltre al premio in danaro possono contare in parecchi casi su sponsorizzazioni e su stipendi delle Fiamme oro, Fiamme gialle, Esercito o Aeronautica. Ma nella foga delle polemiche seguite alle dichiarazioni della Vezzali e di D’Aniello, nessuna voce si è levata in difesa degli atleti disabili delle Paralimpiadi. Il Coni avrà pure aumentato i premi, con l’oro salito a 75mila euro, l’argento a 40mila e il bronzo a 25mila, ma l’abisso che li separa dai loro colleghi resta elevato. I compensi sono la metà. Quando finiranno le Olimpiadi il grande circo mediatico sbaraccherà, le tv si spegneranno su Pechino, la macchina degli sponsor si trasferirà altrove in cerca di business, e a gareggiare resteranno solo loro, i disabili. Grande sforzo, tenacia invidiabile, enorme prova di carattere. Ma con premi dimezzati.”

    Rispondi

  2. Posted by Xantro on agosto 21, 2008 at 8:35 am

    Adesso, grazie ai dati di conferma, mi girano più di prima.
    Grazie, anonim*

    Rispondi

  3. Posted by ardentefiamma on agosto 25, 2008 at 3:55 pm

    Hai voglia a far capire agli italioti ubriacati di sport e di olimpiadi del disgusto che quello degli “atleti” che chiedono di detassare i premi olimpici è una delle tante vergogne di questo nostro scellerato paese. Ti confesso che anche mia madre è tra questi. Quando il signore del tiro al volo ha sollevato la polemica, una furiosa diatriba si è accesa in famiglia, tra me che sono di costumi spartani e mia madre che inneggia al benessere ed al chissenefotte

    Rispondi

  4. Posted by Xantro on agosto 26, 2008 at 10:14 pm

    Mah… fossero ubriachi di sport, ancora ci starei. Come suggeriscono le tue utime righe, a me paiono ubriachi di individualismo/familismo, come sempre.
    L’Italia è un paese la cui coscienza sociale non arriva alla tribù, figuriamoci allo Stato!

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  5. Posted by anonimo on settembre 17, 2008 at 6:01 am

    una piccola nota: i 500mila euro di singapore in realta’ sono divisi per 3, ed erano 750mila S$ (ovvero 360mila euro).
    Iorek

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  6. Posted by anonimo on settembre 17, 2008 at 6:16 am

    Scusa scusa un’altra cosa su Singapore che getta luce sinistre sulle richieste italiane: i soldi dati da singapore, e’ vero esentasse – ma qui la tassazione media e’ attorno al 12% – sono stati dati soprattutto da privati (mi pare l’Aviva o altra compagnia colossale), quindi di fatto e’ per farsi pubblicita’. Lo stato ha dato poco. E per di piu’ e’ stato dato un compenso simbolico (10’000 S$, mi pare, circa 5000 euri) al tizio ceh vinse la prima e fino a Pechino unica medaglia per Singapore (a Roma ’60, per ironia della sorte).
    Per la precisione, cosi’ puoi bullarti di sapere queste cose coi tuoi amici al bar.
    Iorek

    Rispondi

  7. Posted by Xantro on settembre 17, 2008 at 10:28 am

    Ci corro.
    Un momento, non parli di un bar di Singapore, vero?

    Rispondi

  8. Posted by anonimo on settembre 18, 2008 at 3:07 am

    E dove, se no? Sto sorseggiando una desolante barley water, pensando alle Olimpiadi. Se entri adesso potrei morire.
    Iorek

    Rispondi

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