Archive for ottobre 2008

Come è stato che non hanno reintrodotto il Das

La signora Mariastella Gelmini di lavoro fa il ministro.
E’ mattina, le nove. Le telefona Giulio, un altro ministro, uno di quelli veri, però, che ha delle credenziali e che può prendere decisioni e non è lì a dire “signorsì”, a differenza di Mariastella.
Giulio le dice che deve tagliare. Mariastella sulle prime non capisce, Giulio le spiega che occorre fare una riforma; Mariastella questo se lo aspettava, sa che qualsiasi ministro dell’Istruzione nei primi mesi deve mettere giù una riforma: solo, si aspettava che le dessero istruzioni più dettagliate che “tagliare”.
 
Non fa niente. Mariastella finisce di caricare la lavastoviglie e si mette subito alla scrivania, al lavoro.
Impugna dati, innanzitutto: li confronta, li incrocia, li analizza; legge rapporti, ascolta i principali consiglieri e analisti, approfondisce. Mette giù una prima bozza di idee. Poi chiama esponenti del mondo scolastico, propone, si confronta, media e soppesa; la bozza si muta in progetto. Decide tagli mirati, prevede la loro ricaduta su qualità dell’istruzione, tempo pieno, organizzazione del lavoro degli insegnanti: confronta ipostesi, le seleziona, le affina. Infine convoca i sindacati, sente il loro parere, tratta, modifica dove la convincono che sia opportuno e si mostra ferma dove non la convincono. Ora il progetto è quasi definitivo: Mariastella si sveglia. Ha dormito con la testa sulla scrivania, ha un foglio appiccicato alla guancia; di tutto quello che ha sognato di fare non ricorda granché e sono già le undici e mezza.
 
Allora Mariastella spreme le meningi, si arrabatta, fa quello che può: si convince che per tagliare stipendi bisogna ridurre gli insegnanti. Immagina di licenziarli tutti, ma le appare subito un po’ radicale: mette via l’idea, potrebbe venire buona in seguito.
Poi si chiede qual è la cifra minima di insegnanti per classe, e le sovviene “uno”.
Entusiasta, telefona a Giulio.
-Signor Ministro, ci siamo; il maestro uno, che ne dice?
-Mariastella, ti ho già detto che non occorre che mi chiami Signor Ministro, sei ministro anche tu. E poi “maestro uno” fa schifo, meglio “solitario”, “monocratico”, inventa qualcosa di meglio. Comunque l’idea va bene, e il resto?
-Quale resto?
-Ma come, quale resto? Se la presentiamo così, la chiamano “tagli” invece che “riforma”. Santa pazienza, Mariastella, te lo vuoi guadagnare ‘sto stipendio o devo parlare con Brunetta? Eccheccazzi, Fatti venire in mente qualcos’altro e richiamami.
 
Mariastella è un tantino scoraggiata, ma si rimette al lavoro di buona volontà, questa volta passeggiando per la stanza, per non addormentarsi di nuovo.
Dopo un quarto d’ora richiama Giulio e gli propone: maestro unico, grembiule, voto in condotta, manipolazione del Das: dice che altro, della scuola che aveva fatto lei, non si ricorda.
Giulio le risponde che sì, a parte la cagata del Das può andare, tanto alla fine la faccia ce la mette lei, e le dà il numero di fax per mandargliela.
 
Mariastella è soddisfatta del proprio lavoro e contenta di avere il pomeriggio libero.
La riforma è fatta, è così semplice che non c’è niente da discutere: e comunque in Parlamento sa benissimo che, ponendo la fiducia, passerà senz’altro.
D’altra parte, se l’ha buttata giù in una mattinata, perché mai il Parlamento dovrebbe impegnare più tempo di così a discuterne?
 
[Dedicato a mia cognata Giulia e a tutti gli insegnanti che oggi sono a Roma a prendere pioggia e a urlare, inascoltati, il proprio malcontento e timore per un lavoro che amano.]

Come è stato che non hanno reintrodotto il Das

La signora Mariastella Gelmini di lavoro fa il ministro.
E’ mattina, le nove. Le telefona Giulio, un altro ministro, uno di quelli veri, però, che ha delle credenziali e che può prendere decisioni e non è lì a dire “signorsì”, a differenza di Mariastella.
Giulio le dice che deve tagliare. Mariastella sulle prime non capisce, Giulio le spiega che occorre fare una riforma; Mariastella questo se lo aspettava, sa che qualsiasi ministro dell’Istruzione nei primi mesi deve mettere giù una riforma: solo, si aspettava che le dessero istruzioni più dettagliate che “tagliare”.
 
Non fa niente. Mariastella finisce di caricare la lavastoviglie e si mette subito alla scrivania, al lavoro.
Impugna dati, innanzitutto: li confronta, li incrocia, li analizza; legge rapporti, ascolta i principali consiglieri e analisti, approfondisce. Mette giù una prima bozza di idee. Poi chiama esponenti del mondo scolastico, propone, si confronta, media e soppesa; la bozza si muta in progetto. Decide tagli mirati, prevede la loro ricaduta su qualità dell’istruzione, tempo pieno, organizzazione del lavoro degli insegnanti: confronta ipostesi, le seleziona, le affina. Infine convoca i sindacati, sente il loro parere, tratta, modifica dove la convincono che sia opportuno e si mostra ferma dove non la convincono. Ora il progetto è quasi definitivo: Mariastella si sveglia. Ha dormito con la testa sulla scrivania, ha un foglio appiccicato alla guancia; di tutto quello che ha sognato di fare non ricorda granché e sono già le undici e mezza.
 
Allora Mariastella spreme le meningi, si arrabatta, fa quello che può: si convince che per tagliare stipendi bisogna ridurre gli insegnanti. Immagina di licenziarli tutti, ma le appare subito un po’ radicale: mette via l’idea, potrebbe venire buona in seguito.
Poi si chiede qual è la cifra minima di insegnanti per classe, e le sovviene “uno”.
Entusiasta, telefona a Giulio.
-Signor Ministro, ci siamo; il maestro uno, che ne dice?
-Mariastella, ti ho già detto che non occorre che mi chiami Signor Ministro, sei ministro anche tu. E poi “maestro uno” fa schifo, meglio “solitario”, “monocratico”, inventa qualcosa di meglio. Comunque l’idea va bene, e il resto?
-Quale resto?
-Ma come, quale resto? Se la presentiamo così, la chiamano “tagli” invece che “riforma”. Santa pazienza, Mariastella, te lo vuoi guadagnare ‘sto stipendio o devo parlare con Brunetta? Eccheccazzi, Fatti venire in mente qualcos’altro e richiamami.
 
Mariastella è un tantino scoraggiata, ma si rimette al lavoro di buona volontà, questa volta passeggiando per la stanza, per non addormentarsi di nuovo.
Dopo un quarto d’ora richiama Giulio e gli propone: maestro unico, grembiule, voto in condotta, manipolazione del Das: dice che altro, della scuola che aveva fatto lei, non si ricorda.
Giulio le risponde che sì, a parte la cagata del Das può andare, tanto alla fine la faccia ce la mette lei, e le dà il numero di fax per mandargliela.
 
Mariastella è soddisfatta del proprio lavoro e contenta di avere il pomeriggio libero.
La riforma è fatta, è così semplice che non c’è niente da discutere: e comunque in Parlamento sa benissimo che, ponendo la fiducia, passerà senz’altro.
D’altra parte, se l’ha buttata giù in una mattinata, perché mai il Parlamento dovrebbe impegnare più tempo di così a discuterne?
 
[Dedicato a mia cognata Giulia e a tutti gli insegnanti che oggi sono a Roma a prendere pioggia e a urlare, inascoltati, il proprio malcontento e timore per un lavoro che amano.]

Michele in Tuscia (ovunque sia la Tuscia)

Michele, viaggio di lavoro in Tuscia
 
SMS del primo giorno:
E’ la mia prima volta in Tuscia; si tratta di zona a Nord di Roma. Nonostante sia a Nord non vi è nulla che ricordi le terre padane. Ho preso alloggio in un albergo a foggia di castello. Le camere han nome di nobili o di letterati; han cercato di appiopparmi "la Trilussa" ma a seguito di mia vibrata protesta mi è stata assegnata la "Alfieri". Ora sono al ristorante sul quale mi diffonderò domani. Due camei: tavolata mista russo/romana da 25 commensali produce più db di un Tupolev in decollo-il Maitre è un anziano tersicoreo che vanta spettacoli con Gianni Brezza. Dopo cena, e un buon Frascati, leggo a letto 3 pagine della Cognizione del dolore e dormo come un tatino. Domattina fresco, rasato, croccante e trifolato mi presento all’uffizio. Valete….
 
SMS del secondo giorno:
Il ristorante dell’albergo ove ho desinato ieri sera ha da sgomentare gli studiosi di fonologia; il rumore echeggia, rimbomba, si moltiplica, esplode e vi distrugge timpani e martelletti (oltre ai maroni). Ero l’unico ospite del locale assieme a tavolata russo/romana. Costoro nonostante le barriere linguistiche ed onomatopeiche (oltre ai suoni diversi gesticolano anche diversamente queste curiose popolazioni) si sono alquanto divertiti. Foto a nastro, brindisi farneticanti tradotti da un ex funzionario del KGB che sverna a Velletri. Segnalo cerimonia del fumo (tutti e 25 assieme sgomberavano nel dehor per fumare) attività che dava 10 minuti di requie al vostro Michele, svuotando in toto la salle à manger. Degno di nota romano agèè che chiedeva a tutte le ragazze russe (avvenenti) "aoh, ma tu che lavoro fffai?" è stato da me catalogato come ex dipendente del collocamento sezione Settebagni. Costui quando non compreso dalla sua interlocutrice ripeteva la frase alzando la voce. Alle 23 ha toccato un re bemolle e più tardi un sol (in falsetto) intonatissimi. Ho dormito con armadio contro porta, non si sa mai.

Michele in Tuscia (ovunque sia la Tuscia)

Michele, viaggio di lavoro in Tuscia
 
SMS del primo giorno:
E’ la mia prima volta in Tuscia; si tratta di zona a Nord di Roma. Nonostante sia a Nord non vi è nulla che ricordi le terre padane. Ho preso alloggio in un albergo a foggia di castello. Le camere han nome di nobili o di letterati; han cercato di appiopparmi "la Trilussa" ma a seguito di mia vibrata protesta mi è stata assegnata la "Alfieri". Ora sono al ristorante sul quale mi diffonderò domani. Due camei: tavolata mista russo/romana da 25 commensali produce più db di un Tupolev in decollo-il Maitre è un anziano tersicoreo che vanta spettacoli con Gianni Brezza. Dopo cena, e un buon Frascati, leggo a letto 3 pagine della Cognizione del dolore e dormo come un tatino. Domattina fresco, rasato, croccante e trifolato mi presento all’uffizio. Valete….
 
SMS del secondo giorno:
Il ristorante dell’albergo ove ho desinato ieri sera ha da sgomentare gli studiosi di fonologia; il rumore echeggia, rimbomba, si moltiplica, esplode e vi distrugge timpani e martelletti (oltre ai maroni). Ero l’unico ospite del locale assieme a tavolata russo/romana. Costoro nonostante le barriere linguistiche ed onomatopeiche (oltre ai suoni diversi gesticolano anche diversamente queste curiose popolazioni) si sono alquanto divertiti. Foto a nastro, brindisi farneticanti tradotti da un ex funzionario del KGB che sverna a Velletri. Segnalo cerimonia del fumo (tutti e 25 assieme sgomberavano nel dehor per fumare) attività che dava 10 minuti di requie al vostro Michele, svuotando in toto la salle à manger. Degno di nota romano agèè che chiedeva a tutte le ragazze russe (avvenenti) "aoh, ma tu che lavoro fffai?" è stato da me catalogato come ex dipendente del collocamento sezione Settebagni. Costui quando non compreso dalla sua interlocutrice ripeteva la frase alzando la voce. Alle 23 ha toccato un re bemolle e più tardi un sol (in falsetto) intonatissimi. Ho dormito con armadio contro porta, non si sa mai.

Intimo di Carinzia

Chi, come ogni tanto capita a me, si diletta di inventare e scrivere racconti, prima o poi deve porsi il problema della verosimiglianza. Per come la vedo io, è addirittura la linea di confine fra un buon autore e uno mediocre (a qualunque delle due categorie io appartenga), un requisito essenziale e imprescindibile (“sii innanzitutto onesto” consiglia Stephen King in On writing).
Stupisce sempre, a questo punto, che sia la cronaca a potere fare a meno di questo requisito essenziale.
 
Della morte di Jorg Haider (v. wikipedia), figlio della terra di Carinzia, un individuo la cui esistenza è stato per me fino ad oggi un privilegio potere ignorare, ci sarebbe poco da dire.
Chi pensa che, una volta morti, tutti abbiamo diritto a rispetto, considererà elegante tacere della bieca reazionarietà, del razzismo, dell’omofobia e della carica violenta ed eversiva delle parole e degli atti del defunto.
Chi invece –e chi legge questo blog può facilmente e senza tema di smentita catalogarmi fra questi- ritiene che un evento naturale e prevedibile come la morte non sia in questi casi una buona scusa per la pratica dell’ipocrisia né per la scelta dell’oblio che seppellisce qualunque nefandezza, può serenamente concludere “uno stronzo di meno, bona lé” e concedersi anche qualche greve battuta. Cosa che, nel caso del figuro appena scomparso, avrei comunque riservato al privato, proseguendo ad ignorarne –e per sfregio- l’indegna pubblica esistenza.
 
Ma, sentendo le ultime notizie, mi è impossibile ignorare i particolari, inverosimili come in un brutto romanzo, che emergono sugli ultimissimi atti di Jorg Haider.
Il parlamentare guidava un’auto sportiva a velocità folle, e fin qui mi fa sorridere, ma fa parte del personaggio.
L’uomo di destra –estrema destra- guidava ubriaco marcio, e qui mi si allarga il sorriso. Tuttavia, anche qui, chi come me è convinto che per quelli di estrema destra le continue invocazioni dell’ordine e della disciplina alla fine riguardino gli altri, la massa che deve obbedire e rigare dritta per garantire alle élite al comando il privilegio di fare i propri comodi (questo è il fascismo, altroché bonificare l’Agropontino), grandi motivi di stupore non ce ne sono.
Ma che il macho, l’omofobo, il difensore dei valori tradizionali, uscisse da un gay club (che non era andato a devastare, risulta) non riesce a non farmi ridere di gusto. E’ la fiera dell’ipocrisia, l’apoteosi della falsità delle figure mediatiche, il festival della faccia da culo.

Lo considero un regalo che la realtà mi fa, particolarmente prezioso perché che da nessuno scrittore sarei stato disposto ad accettarlo.

Intimo di Carinzia

Chi, come ogni tanto capita a me, si diletta di inventare e scrivere racconti, prima o poi deve porsi il problema della verosimiglianza. Per come la vedo io, è addirittura la linea di confine fra un buon autore e uno mediocre (a qualunque delle due categorie io appartenga), un requisito essenziale e imprescindibile (“sii innanzitutto onesto” consiglia Stephen King in On writing).
Stupisce sempre, a questo punto, che sia la cronaca a potere fare a meno di questo requisito essenziale.
 
Della morte di Jorg Haider (v. wikipedia), figlio della terra di Carinzia, un individuo la cui esistenza è stato per me fino ad oggi un privilegio potere ignorare, ci sarebbe poco da dire.
Chi pensa che, una volta morti, tutti abbiamo diritto a rispetto, considererà elegante tacere della bieca reazionarietà, del razzismo, dell’omofobia e della carica violenta ed eversiva delle parole e degli atti del defunto.
Chi invece –e chi legge questo blog può facilmente e senza tema di smentita catalogarmi fra questi- ritiene che un evento naturale e prevedibile come la morte non sia in questi casi una buona scusa per la pratica dell’ipocrisia né per la scelta dell’oblio che seppellisce qualunque nefandezza, può serenamente concludere “uno stronzo di meno, bona lé” e concedersi anche qualche greve battuta. Cosa che, nel caso del figuro appena scomparso, avrei comunque riservato al privato, proseguendo ad ignorarne –e per sfregio- l’indegna pubblica esistenza.
 
Ma, sentendo le ultime notizie, mi è impossibile ignorare i particolari, inverosimili come in un brutto romanzo, che emergono sugli ultimissimi atti di Jorg Haider.
Il parlamentare guidava un’auto sportiva a velocità folle, e fin qui mi fa sorridere, ma fa parte del personaggio.
L’uomo di destra –estrema destra- guidava ubriaco marcio, e qui mi si allarga il sorriso. Tuttavia, anche qui, chi come me è convinto che per quelli di estrema destra le continue invocazioni dell’ordine e della disciplina alla fine riguardino gli altri, la massa che deve obbedire e rigare dritta per garantire alle élite al comando il privilegio di fare i propri comodi (questo è il fascismo, altroché bonificare l’Agropontino), grandi motivi di stupore non ce ne sono.
Ma che il macho, l’omofobo, il difensore dei valori tradizionali, uscisse da un gay club (che non era andato a devastare, risulta) non riesce a non farmi ridere di gusto. E’ la fiera dell’ipocrisia, l’apoteosi della falsità delle figure mediatiche, il festival della faccia da culo.

Lo considero un regalo che la realtà mi fa, particolarmente prezioso perché che da nessuno scrittore sarei stato disposto ad accettarlo.

Un passo alla volta.

Berlusconi decide di fare intervenire la polizia contro gli studenti che occupano le università, anche se la decisione spetterebbe al Ministro dell’Interno e anche se neppure nel ’68 si agì mai senza la richiesta del Rettore del caso. Ma lui ha detto che fornirà al Ministro “istruzioni dettagliate”, mica che decide lui!
(Sentitelo qui, prima che il bugiardo smentisca: una volta tanto, opportunamente, come notava Michele Serra).
 
Ai giornalisti, invece, rimprovera il modo in cui danno le notizie: troppo spazio alle proteste, diffondono ansia, “preoccupa il divorzio dei mezzi di comunicazione dalla realtà”. Bonario e paterno come un mammasantissima, ha aggiunto “salutatemi i vostri direttori e dite loro che saremmo molto preoccupati e indignati se la conferenza stampa di oggi non avesse seguito”. Non importa che abbia in mano l’informazione televisiva, vuole indicare i toni, le misure e magari anche i contenuti a quella parte della carta stampata che non controlla direttamente.
 
Chiariamo, Berlusconi non è e non vuole diventare il duce: però è chiaro che una mezza dittatura è quello che ha in mente. Poi, una volta realizzata, che si fa, si lasciano le cose a metà?