In memoria di un sorriso.

In questa pagina in alto lì, a destra, trovate scritto che questo blog è dedicato ad ogni tipo di sorriso. E’ un sorriso malinconico quello di cui voglio scrivere oggi, perché è dedicato ad una persona che non c’è più.
Perdonate l’insolito tono, ma si tratta, per me, di famiglia; sabato 23 agosto si è spento a Vancouver Giovanni Guerrato, classe 1925, quello che per me è sempre stato “zio Gianni del Canada”.
 
Ora, mi piacerebbe sapervi raccontare come faceva lui, col suo irresistibile humor e col suo travolgente ritmo, gli episodi che riguardavano la sua vita. Ma la distanza e gli anni che mi separano dall’ultima volta che ci siamo incontrati non mi lasciano altro che dei frammenti di racconti incompleti, approssimativi e privi della forza vitale che lui sapeva infondere loro, nel raccontarli.
 
Eppure, vorrei tanto sapervelo figurare giovane e un po’ balordo, fra i più giovani di una nidiata di numerosi fratelli in una di quelle famiglie di Badia Polesine (in provincia di Rovigo, zona al tempo poverissima), magari mentre passeggia in una cella in questura, in compagnia di altri giovinastri della zona, dopo essere stato sorpreso a rubare delle angurie. Attendeva l’arrivo del padre, convocato dai carabinieri per riprendersi il figlio; così, quando dalla strada Gianni udì la voce del genitore che lo chiamava “Gianni? Sito lì?” lui rispose entusiasta “Son qui, papà!”, per sentirsi rispondere: “Alora STAGGHE!” [Per i non-veneti: “restaci!”]
 
Oppure mi piacerebbe sapervi ripetere l’epico ed appassionante racconto del suo ritorno, alla fine della guerra, a piedi dal campo di lavoro in Polonia in cui i nazisti l’avevano rinchiuso. In compagnia del fratello e di una ventina di altri disgraziati, decise di fuggire perché il fratello “aveva sognato che la madre li voleva a casa per il proprio compleanno”. Cosa che dio sa come riuscirono a fare, anche se giunsero a casa solo in tre.
 
Dei racconti del dopoguerra so solo che per un po’ fece del contrabbando di generi alimentari in zona comasca; il questore sapeva e chiudeva un occhio, mi disse, ma alla condizione che lo informassero su eventuali traffici di armi, in cui zio Gianni non si imbatté mai, né me lo posso immaginare a fare un simile commercio.
 
Perché zio Gianni, anche se si trovò a vivere la propria giovinezza in tempi difficili se non disperati, e anche se dovette ricorrere a espedienti per riuscire a mettere insieme i pranzo con la cena, veniva da una famiglia onesta ed era onesto dentro: una vita da delinquente non era il suo destino.
Dovette rendersene conto a Milano, dalle parti di piazza Duomo, quando si fece sorprendere con un complice a taccheggiare –anche allora, per bisogno- in un negozio; mi raccontò che il proprietario li prese in consegna minacciandoli con un’arma, ma prima di chiamare la forza pubblica stette ad ascoltare le ragioni dei due colpevoli (e con la parlantina e la passionalità di zio Gianni, posso solo figurarmi lo strazio di quelle ragioni): fatto sta che il negoziante decise di lasciare andare i due, con la promessa che avrebbero cambiato vita. E mi piace ricordare come, nel farmi questo racconto, zio Gianni mai si dimenticasse di ringraziare di cuore quel negoziante.
 
Zio Gianni era pieno di iniziativa, e coraggioso: scelse il Canada –un paese giovane come era lui al tempo- come terra per il proprio futuro, e lì visse il resto della sua vita.
Qui la sua storia diventa quella della mia famiglia materna, perché sposò mia zia Anna, anche lei di Badia Polesine. E’ sempre stato uno spasso vederli insieme, lei così educata e quasi rigida e lui sempre sopra le righe, intemperante e irresistibile nella contagiosità della sua allegria. Tanto, che dopo anni di racconti e barzellette sentiti cento volte, anche a zia Anna bastavano pochi minuti per sciogliersi, e per farsi trascinare dalle parole dello zio come fosse stata la prima volta –ogni volta- che le sentiva.
E poi gli zii ci hanno donato una cugina, Gabriella, adottandola da bambina: Lella ha sangue nativo americano, anzi canadese. Ho una cugina della tribù dei Piedi Neri, mi divertivo a dire quand’ero bambino.
 
E’ difficile dare un’idea di quanto fosse divertente, lo zio Gianni.
Potrei raccontarvi che lui, magro come un chiodo tutta la vita, aveva uno sterno incassato nel quale da ragazzino mi divertivo a inserire il pugno: al vicino di casa polacco fece sempre credere che era perché in guerra un frammento di una granata lo aveva colpito e non era stato mai possibile estrarlo. Lo faceva toccare e quello era convinto di sentire il frammento di granata e rimaneva attonito e commosso alla disgrazia del vicino, mente lo zio correva a casa a spatasciarsi dalle risate.
Oppure potrei descrivervi l’episodio in cui zio Gianni venne fermato da due poliziotti per la sua sconsiderata guida italica –che praticò tutta la vita- e con la propria parlantina e verve riuscì a portarseli a casa a cena, a rimpinzarli e ubriacarli, chiamandone uno per tutta la sera “porzèo” (porcello) e ridendo con lui fino a fare dimenticare loro la multa.
 
Ah, già. Perché un’altra cosa che va detta è che zio Gianni passò quasi tutta la sua vita in Canada parlando un inglese poco più che stentato, spassoso e sgrammaticato, con un accento neppure italiano, addirittura veneto.
Quando rispondeva ad una commessa che gli aveva chiesto, come di rito, se potesse aiutarlo, lui rispondeva “yes, love” : inglesi le parole, ma di dolcezza e cortesia italica la pronuncia, l’intonazione suadente e il calore.
 
Potrei ricordarlo come fa mio padre, che, pure essendo Gianni per lui un parente acquisito, gli era affezionato più di quanto non fosse affezionato ad altri suoi parenti. Così descrive come lo incontrò: “Mia moglie mi aveva parlato in lungo e in largo di questo suo cognato, di quanto fosse simpatico e alla mano. Lo invitammo a cena una sera durante una sua visita in Italia; giocava la nazionale di calcio, quella sera; lui si presentò brevemente, mi domandò se si poteva vedere la partita, si piazzò di fronte alla nostra tv e –commenti sulla partita a parte- quasi non profferì parola. Io guardavo Marisa e di nascosto le dicevo “bal cafone, tuo cognato”. Poi la partita finì, lui spense la tv, mi guardò come se mi fossi materializzato in quel momento e mi disse: “tu sei Umberto, giusto? Adesso parliamo un po’”. Alle due di notte lo spingevo letteralmente fuori di casa perché ero esausto e, dal gran ridere, mi faceva male tutta la pancia.
 
Oppure potrei ricordare di quella volta in Canada a casa sua in cui io, adolescente dall’appetito insaziabile, chiesi un quarto piatto di pasta e fagioli e per tutta risposta lui pose in terra la pentola, mi afferrò e fece il gesto di infilarmici letteralmente dentro i piedi “te piase? T’in voto ancora? Toh, la pasta!”. Ridevo tanto da non riuscire neppure a impedirglielo e mi ci infilò davvero, in piedi, nella pasta e fagioli.
 
Chiamava tutti “Teresa”, indistintamente donne e uomini. Se davvero ti era affezionato, allora ti regalava l’appellativo di “papavaro” (papavero), e io mi onoro di avere avuto diritto da sempre a questo privilegio.
 
Talvolta, si faceva serio e si accostava, oppure ti faceva cenno di avvicinarti come dovesse confidarti qualcosa: invariabilmente, sempre fissandoti, ti dava un leggero colpetto, da sotto, ai testicoli, facendoti sobbalzare, poi rideva e ti lasciava lì a chiederti come ci fossi cascato ancora una volta.
Aveva una comica propensione alla flatulenza, e mai si dimenticava di salutare il proprio o l’altrui atto con “aah, buonasera, signora!” Una volta che seppi dimostrarmi degno allievo di tanta –ehm- arte mi guardò e commentò : “con questa voce, se ti veto a Modena a chiedere la carità… seto quante bote che te ciapito?” […sai quante botte prendi?]
 
Oppure, verso fine cena, amava accostarsi, chiamandoti per nome e fissandoti negli occhi come se avessi qualcosa di fondamentale da dirti: poco prima, aveva tenuto il cucchiaino nel caffè appena fatto fino a scaldarlo. Avvicinandoti, e senza mai interrompere il contatto oculare, ti appoggiava con noncuranza e delicatezza il cucchiaino caldissimo sulla mano o sull’avambraccio.
Andava così:
Sandro, g’ho una cossa da dirte
“Sì, zio, dimmi.”
Ti voto sapere cossa?”
“Certo, cosaAAAAAH!!!!”
Tutte, tutte, tutte le volte, ci cascavo.
 
E poi, lo zio non era solo divertente: era anche sveglio e attivo, senza far niente non sapeva stare. Viaggiando (mai come turista: zio Gianni tornava a casa, tutte le volte) in Italia negli anni ’80, scoprì la rucola come ingrediente; era l’Italia craxiana, per qualche motivo la rucola era stata riscoperta e valorizzata, mentre quando lui era partito era solo un’erba troppo amara per aggiungerla all’altra insalata.
Lui ne importò in Canada illegalmente dei semi, ne coltivò un poco e fece il giro dei ristoranti italiani di Vancouver in cui –manco a dirlo- lui era di casa. Ne suggerì l’uso e ne regalò dei mazzetti; lo richiamarono per chiedergli se ne avesse ancora, lui convinse dei vicini e amici a coltivarne, assicurando loro lo smercio e la distribuzione. In poco tempo ne fece la propria attività commerciale e ci integrava la pensione da sessantenne; diceva di se stesso “I’m the rucola boy”.
 
La malattia che se l’è portato via non è riuscita, neppure nella sua ultima fase, a farlo rinunciare al piacere della battuta. Mi racconta zia Anna che, a uno dei tanti amici, che erano venuto a trovarlo al capezzale del suo ultimo letto, che gli chiedeva come fosse il cibo dell’ospedale, abbia risposto: “Eh beh… un pocheto meio dea merda.”
 
Non so se i frammenti che sono in grado di mettere insieme vi possono dare l’idea della umana vitalità dello zio.
Davvero, vorrei essere in grado di comunicarvi l’emozione che ogni volta che ci si accomiatava sapeva trasmettermi; perché zio Gianni non salutava mai senza prenderti le mani fra le sue e, stringendo, dirti “grazie, sai, caro?” E tu, che non avevi fatto altro che godere la sua compagnia, rimanevi per un attimo un po’ stupito a chiederti per cosa ti ringraziasse. Erano i suoi occhi, così spesso commossi, a dirti che ti era grato semplicemente per essere parte della sua vita, che era contento di vivere e di condividere.
Così era lui, che oggi saluto con un sorriso, e che mi piace pensare possa sentirmi ora che vorrei rispondergli, una volta per tutte le volte che non l’ho fatto, “ma di cosa, Gianni? Grazie a te.”
 
Ci sono sorrisi che ci mettono molto tempo a spegnersi, perché qualcuno li ricorda, li rievoca, li diffonde. Se per caso, leggendo queste righe, vi è capitato di sorridere, allora vuol dire che in qualche modo  anche voi -anche solo virtualmente- avete avuto la fortuna di incontrare quel papavaro di zio Gianni.
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8 responses to this post.

  1. Posted by millaemonnez on ottobre 8, 2008 at 10:54 pm

    ho sorriso 🙂
    ma mi spuntava la lacrima.

    ciao “zio Gianni”

    Rispondi

  2. Posted by LaBabi on ottobre 9, 2008 at 8:18 am

    un abbraccio

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on ottobre 9, 2008 at 8:57 am

    con un ricordo così, val la pena andarsene: lo zio Gianni sorriderebbe soddisfatto, come noi che leggiamo sorridiamo commossi.
    Fede

    Rispondi

  4. Posted by anonimo on ottobre 9, 2008 at 10:51 am

    beh, si può non lasciarsi scappare un sorriso leggendo? sicuramente sarebbe piaciuto pure a lui che qualcuno sorridesse leggendone il necrologio.
    un abbraccio
    lup
    ps: voglio che tu ne scriva un libro 🙂

    Rispondi

  5. Posted by anonimo on ottobre 9, 2008 at 6:59 pm

    Raccontato così non si può non sentirlo un po ” Zio Gianni ” anche per chi legge.
    In qualche modo rappresenta quel tipo di persona che vorremmo tutti aver incontrato nella vita.
    Persone che non si dimenticano perchè scompaiono, anzi … la malinconia ne rafforza la memoria.
    Un sorriso a te e uno a Zio Gianni.
    Meredith

    Rispondi

  6. Posted by anonimo on ottobre 10, 2008 at 5:39 am

    🙂
    iorek

    Rispondi

  7. Posted by anonimo on luglio 1, 2009 at 11:10 am

    per caso mi sono imbattuta nel tuo blog, sto leggendo…leggendo e ancora leggendo…
    Ho sorriso e mi hai fatto sentire lo zio Gianni, sono onorata e con le lacrime agli occhi.
    Grazie
    Iole

    Rispondi

  8. Posted by Xantro on luglio 3, 2009 at 12:09 pm

    Grazie a te, Iole, per avere rispolverato per me, con la tyyua visita e il tuo commento, un caro ridordo, come si fa con quei soprammobili che dallo scaffale, in silenzio, contemplano la nostra vita.
    😉

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