Archive for novembre 2009

Il sabato sera dal casalingo.

Ieri sera Faffo era di turno all’ambulatorio, quindi ho gestito io la bambina: l’ho coccolata, giocata, nutrita, cambiata, messa a letto.
Poi mi son detto: “i piatti li faccio dopo. Vediamo cosa cè in tv… oh che bello: “Sex and the city”, il film [*]. A Faffo non interessa, quindi me lo godo.”

A due terzi del film stavo per iniziare a pormi delle domande sulla mia mascolinità.
Poi, fortunatamente, è entrata in scena una, e non ho potuto non mormorare: “minchia, che tette.”

Mi sono sentito subito molto meglio.

 

[ * Riassunto: lui la sposa, lei gode, poi non la sposa, lei soffre, poi la rivuole, lei lo sposa; nel frattempo le amiche fanno una la mogliettina, l’altra la nevrotica, l’altra la troia. Insomma, tutto come al solito. Vedibile, se consideravate vedibile la serie tv.]

Breve focus analitico-tecnico sulla crisi finaziaria di Dubai.

Come promotore finanziario, passo parte del mio tempo lavorativo a comprendere e razionalizzare dinamiche finanziarie di non immediata comprensione per i non-addetti ai lavori (ma anche a molti addetti, credetemi), per poi cercare di sintetizzare e comunicare ai clienti un messaggio di razionalità, equilibrio e, in definitiva, di fiducia.

Poi, le Borse mondiali mi vanno in fibrillazione per via di Dubai, dove un’impresa immobiliare ha mandato in sofferenza (così’ di dice in linguaggio tecnico) varie banche sparse nel mondo che quell’impresa avevano finanziato.
Di cosa si trattava? Lavori di pubblica utilità, tipo fogne, ponti, parchi-giochi? No. Costruzione di uffici? No. Uno stadio, un palazzetto dello sport, piscine, biblioteche? No. Strade? Neppure.

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Un’isola a forma di palma. Sul mare, dal niente costruivano un’isola (non sull’isola, badate bene: costruivano l’isola proprio) a forma di palma per un costo di 59 miliardi di dollari; comprese le spese notarili e gli allacciamenti, suppongo, anche se non ne sono sicuro.

Sarà magari poco professionale, ma non credo che potrò definire l’impresa -in base ad approfondite analisi tecniche e dei fondamentali- diversamente da una colossale minchiata.
Del resto, i miei clienti generalmente sostengono che io mi spieghi bene.

Dimissioni estemporanee.

Lunedì.
Capoufficio (qui noto come il Kurvunza): "Ciao, collega. Senti, volevo chiederti una cosa: mi risulta che venerdì tu abbia dato le dimissioni: confermi?"
Ex-collega: "Sì, ho spedito il telegramma."
Capoufficio: "Ma venerdì pomeriggio abbiamo tenuto una riunione: dico, dopo quindici anni di lavoro insieme, avresti anche potuto dirmelo."
Ex-collega: "Ma io l’ho spedito verso sera."
Capoufficio: "Ah, beh… proprio un raptus, eh?"

Continuo a pensare che, fra le varie e multiformi riforme del codice penale che girano, uno spazio per istituire il reato, o perlomeno l’illecito civile, di "manifesta presa per il culo" si dovrebbe trovare.

Da Michele, il nostro inviato al Camp Nou

Michele è interista: gli perdono già di essere destrofascio, gli passo anche questa, nel mucchio che differenza fa?
Anche perché talvolta, come oggi, mi risparmia di fare dell’ironia sulla sua squadra.

Nella lingua inglese oltre alla grammatica ed alla sintassi è importante applicare una regola non scritta: la regola dell’understatement. Eccone un esempio, attualmente non in uso nella didattica oggi utilizzata al British Institute.
Questa sera l’Inter ha fatto evacuare (non si intenda che la prestazione della compagine meneghina abbia fatto sgomberare i tifosi dagli spalti ma altra e ben più salutare attività individuale pur sempre di sgombero)!. In buon anglobritannico si direbbe: Inter did not play champagne football.
Unit two: now listen and repeat. Did Inter play a good match? No, because of the sponsor, the sweet Euchessin. That’s why of the absence of Champagne football!

Figure storiche 26: capocolonna a rapporto.

Grazie a Facebook ho incontrato nuovamente il mio capitano. Eh sì, perché –per quanto possa risultare incredibile- non solo ho fatto il militare, ma ho anche portato la stelletta di sottotenente di complemento.
E così, fra le varie rievocazioni e i e-come-sta-coso-lì-come-si-chiama?,  mi sono praticamente impegnato a raccontare su questo blog una delle mie malefatte di quel periodo, probabilmente la migliore. Non l’unica, di certo.
(Mettetevi comodi, è un po’ lunga ma ne vale la pena.)

Manovre NATO, campo di esercitazione giù al sud, da qualche parte fra Napoli e Caserta: il Comando della Terza Armata partecipa e io sono fra i prescelti. Agli ordini del maggiore B. e a fianco del Sottotenente P., più anziano (inteso come anzianità di servizio) e più esperto di me (inteso come meno imbranato), abbiamo il compito di scortare una colonna di mezzi (camion, essenzialmente) carichi di dio sa cosa.


camionmilitarecopOra, dovete sapere che i mezzi militari non viaggiano così -come si potrebbe suppore- alla cazzo: c’è tutta una serie di regole da rispettare: velocità bassa (60 kmh massimo: vi dico, una pizza…) , una certa distanza fra un mezzo e l’altro, e sopra un certo numero di mezzi incolonnati è necessario spezzare in due tronconi la colonna, anche per non creare troppo disagio al traffico civile. Quindici mezzi per troncone, nel nostro caso; no, dico, mica paglia. E poi soste programmate, tabella di marcia, programma di approvvigionamento carburante, rancio e sosta-pipì per la truppa, il tutto sotto la supervisione da parte degli ufficiali.

Io vengo assegnato, con la mia jeep guidata da apposito autista, alla testa della seconda colonna, comandata dal capitano F.; la prima la comanda il Maggiore B. che ha ai suoi ordini l’altro sottotenente, P. Praticamente maggiore B. e capitano F. fanno la spola con la propria jeep fra le due colonne e controllano il regolare svolgimento delle operazioni cooordinateb da me e dall’altro sottotenente.
Non son del tutto contento, perché il fante alla guida della mia jeep è una specie di pacioso troglodita pugliese coi riccioli biondi, la cui idea di conversazione è darmi ragione qualsiasi cosa io dica, ma mediante grugniti. Pazienza, non sono lì a divertirmi.
Devo dire, il primo giorno va tutto bene. Alla testa della seconda colonna, mi è sufficiente fare quello che fa la prima (soste, deviazioni) a distanza di venti minuti e dietro preavviso del Maggiore B.
La sera giungiamo trionfalmente in Arezzo, bella e accogliente.

La mattina dopo, tuttavia, il diavolo ci mette lo zampino: l’esperto collega P, per motivi che non saranno mai precisati, canna l’ingresso in autostrada e, invece di imboccare Arezzo sud, torna indietro verso Arezzo Nord. Per motivi ancora più misteriosi io, invece, centro l’uscita comandata, Arezzo Sud. Ne risulta che il mio troncone di colonna, da secondo, passa a primo.
Il maggiore B. sembra piuttosto preoccupato della piega che stanno prendendo le cose ma, tant’è, non essendo neppure concepibile l’idea di una colonna di una quindicina di mezzi che ne supera altrettanti alla pazza velocità di sessanta chilometri orari, si rassegna a vedermi capo colonna, non senza una serie di raccomandazioni che ai miei orecchi suonano fastidiosamente a metà fra il paterno e il minaccioso.

Procediamo tuttavia con ordine e senza intoppi per tutta la mattinata e superiamo il nodo temuto, cioè il raccordo anulare di Roma. Inizio a credere che andrà tutto bene e che il maggiore si preoccupa per niente, come confido al troglodita, che mi risponde hmf, tene’.

A questo punto si verifica un piccolo intoppo: il maggiore, indietro rispetto a me di qualche chilometro con la sua jeep, cerca di contattarmi, ma la radio non riceve. Al tempo, chiamato a giustificarmi, mi fu facile imputare alla vetustà dell’apparecchio il fatto che ricevesse male; oggi, a diciotto anni di distanza -certo che ogni possibile reato punibile con la corte marziale io abbia commesso si sia prescritto- posso confessare che per buona parte del tragitto la lasciai spenta, per distrazione.
L’accesi quando me ne accorsi, appena in tempo per ricevere la chiamata di un preoccupato maggiore B. che chiedeva dove fosse arrivata la mia colonna. Con orgoglio risposi che avevamo appena superato la piazzola di Talposto, e che eravamo quindi in anticipo sulla tabella di marcia. Il tono non esattamente benevolo del maggiore mi chiarì che non si trattava per niente di una buona notizia, poiché fra la nostra uscita e la nostra posizione attuale c’era una e una sola area di sosta.

Il piano del maggiore, infatti, prevedeva che io sostassi con tutta la mia colonna alla penultima area di servizio prima dell’uscita predestinata, che poi era l’ultima uscita prima di arrivare a Napoli. Il sottotenente P., che mi seguiva a una ventina di minuti, avrebbe saltato quella sosta (anche perché è semplicemente impensabile di far fermare due convogli nella stessa area) e si sarebbe fermato alla successiva; io, a questo punto, mi sarei mosso solo dopo che lui avesse abbandonato l’ultima area di sosta e avesse quindi ripreso la testa della colonna. Solo che io, quella penultima area, l’avevo già passata senza che il maggiore potesse contattarmi e farmici fermare.
Così, l’unica cosa da fare ora era che io mi fermassi all’ultima area e che lì mi facessi superare dal collega; il maggiore avrebbe raggiunto lui, si sarebbe assicurato del regolare svolgimento della sosta e, soprattutto, gli avrebbe fornito i documenti di viaggio ministeriali per potere passare il casello del pedaggio. Io avrei invece incontrato all’ultima area di sosta il capitano F., che avrebbe fatto la stessa cosa con la mia colonna: avrei ripreso poi la marcia passando al casello per secondo.
Insomma, dovevo fermarmi e farmi superare dall’altra colonna: così mi ordinò il maggiore e così risposi che avrei fatto.
E l’avrei fatto, non ci fosse stato tutto quel caldo.

Ma era caldo, ero stanco e snervato dalla lentezza della marcia, la notte prima avevo dormito sì e no una fava, ero pure di cattivo umore per avere subito la rampogna del maggiore. Dissi al mio autista di svegliarmi non appena avesse avvistato la segnaletica che preannunciava l’area di sosta, mi misi comodo, cioè coi piedi stampati sul vetro del parabrezza, mi calai il basco nero sugli occhi e mi concessi una pennica.

Mi svegliai poco dopo; cioè, non proprio poco: avevo infatti la sensazione di avere dormito più del dovuto. Con un presentimento orrendo chiesi al troglodita ricciolo alla guida dove fossimo e quanto mancasse alla sosta. Muah, tene’, m’ sa che l’abbieumo passeuta, mi fa la bestia.
Ricordo di avere messo in dubbio in pochi secondi la sua intelligenza, la sua capacità di intendere l’italiano e la moralità della madre; lui era dispiaciuto, ma non spaventato dalle proprie gravi responsabilità. E, mentre ancora lo insultavo, si faceva lentamente strada in me la comprensione della situazione (alla quale il suo istintivo e primordiale cervello doveva evidentemente già essere giunto), cioè che le gravi responsabilità erano tutte mie: mai avrei potuto addossargli la colpa di alcunché, perché io ero l’ufficiale responsabile, e stavo dormendo.

Così, viaggiando verso l’ignoto, mi immaginavo con terrore e raccapriccio la faccia del mio capitano che, dalla piazzola dell’area di sosta dove avrei dovuto fermarmi, vide passare la mia jeep, con le suole dei miei anfibi ben stampate all’interno del parabrezza, e, subito dopo, quindici mezzi incolonnati coi loro bravi fanti alla guida, stanchi e  con le vesciche piene.
Ma c’è di più. Non avevo la minima idea di dove fossi esattamente, e l’idea di avere saltato non solo l’area di sosta, ma anche l’uscita dell’autostrada stava insinuandosi in me. Già immaginavo la mia colonna essere costretta a prendere la prima uscita della tangenziale di Napoli, tentare una manovra a U per risalire in senso inverso in autostrada, incasinarsi, bloccare il traffico; già mi pareva di sentire la notizia d’apertura al TG3 regionale della Campania: scellerato sottotenente blocca la tangenziale di Napoli per ore, ora è agli arresti a Gaeta.

La singolare fortuna che da sempre mi accompagna -e che fa sì che io caschi in continuazione, ma sempre in piedi- mi fece incontrare un cartello che diceva che la mia uscita era a 700 metri. L’intera colonna mise la freccia a destra e si diresse verso il casello.
Qui, fu il finimondo.
Imboccai l’uscita del casello, ma, alla richiesta di pagare il pedaggio, dissi che di soldi non ne avevo; mi chiesero i documenti di viaggio, ma quelli erano in mano al mio capitano, probabilmente ancora svenuto sulla piazzola.
E mentre discutevo coi casellanti, i mezzi della mia colonna, privi della mia guida ed autorità, si incolonnarono alla cazzo distribuendosi fra le varie uscite e le bloccarono tutte.
Arrivò il mio capitano, molto corrucciato. E poco dopo giunse sulla sua jeep anche il maggiore, schiumante rabbia, che, di fronte a tutta la truppa che nel frattempo vagava nei dintorni del casello (cercando di non farsela addosso), mi urlò a pieni polmoni:


GGGGGG (e urlò il mio cognome),
PORCO (e qui disse cose teologicamente discutibili)
DORMI COME UNA PUTTAAAAAAAAAAANA! ”

Maggiore e capitano sbrogliarono poi la situazione, e il casello intasato si sgorgò, come un lavello, non appena gli ufficiali superiori consegnarono agli inferociti casellanti i documenti necessari. Dopo un’oretta giungemmo infine al campo di esercitazione.
Il maggiore B. non mi volle più parlare, e mi duole dire che non lo fece fino al giorno del mio congedo; però non mi deferì mai ad alcuna corte marziale (dormire in servizio non è cosa senza conseguenze, se sei un militare), e di questo tuttora gli sono grato. Qualcosa mi dice tra l’altro -da sempre- che qualcuno probabilmente intercesse per me, e credo di sapere chi sia, vero capitano?
L’esercitazione Nato così poté essere svolta, anche se (e forse: poiché) io me ne tornai a casa in stampelle dopo qualche giorno. (Episodio che racconterò solo se pregato a furor di popolo; vi dico solo che non si trattò della vendetta del maggiore, che pure un paio di motivi per azzopparmi li avrebbe avuti.)

Ecco, signor capitano: ho raccontato tutto, come promesso, senza nulla omettere, in modo da condividere i nostri più o meno lieti ricordi.
Adesso però chiedo a lei, che di terminologia militare ne sa certo più di me, di togliermi un dubbio che mi assilla fin dai quei remoti giorni: ma com’ è che dorme, una puttana?

Ma parliamo un po’ della Lega.

In questi giorni, il PdL è impegnato su più fronti ad un confronto interno: come affossare i processi a carico di Berlusconi facendo più danni possibile, opportunità di candidare un indagato per mafia alla guida della Regione Campania (perché accompagnarsi ad un trans è disdicevole, trattare con la camorra è indice di spigliatezza),e il concorso “chi dice la cosa più banale e populista sull’immigrazione”.
Il tutto a colpi di minaccia di lezioni anticipate, dopo avere vinto quelle scorse sull’assunto –esattissimo- che la sinistra aveva fallito nel mantenere unita la propria coalizione.
Per chi fosse convinto che il confronto di questi giorni sia qualcosa di diverso da una specie di guerra intestina fra cosche, e che possa sfociare in qualcosa di diverso dal solito bacio al sacro culo del Berlusca, ci sarebbe molto da dire e da analizzare.
Quindi io mi fermo qui.

Tuttavia, sposterei la vostra attenzione, una volta tanto, sulla Lega, sulla quale vorrei sottolineare un paio di fatti.

Il primo è a carattere locale: a Coccaglio, in provincia di Brescia, l’amministrazione locale ha lanciato una campagna di controlli a domicilio sui permessi di soggiorno dei cittadini extracomunitari residenti, indifferentemente dalla loro posizione nella comunità (lavoro, inserimento, etc.); tralasciamo l’opportunità e il buon senso di questa caccia casa per casa all’irregolarità, in un Paese che ha fino ad oggi trattato il rilascio di permessi in maniera inefficiente, contraddittoria e incivile; concentriamoci piuttosto sul nome che a quest’operazione (la chiamiamo col suo nome, “rastrellamento”?) è stato attribuito: “White Christmas”, ovvero “Bianco Natal”.
Cacciamo il negro per avere un Natale bianco, qualora vi fosse sfuggito il divertente doppio senso. Questo non è humor, è sarcasmo da aguzzini, è palese mancanza di freni inibitori, è il trionfo del razzismo becero e irrefrenabile: un passo più in là ci sono i cappucci bianchi, e non c’è proprio un cazzo da ridere.
Come non si può ridere a leggere le dichiarazioni dell’assessore alla sicurezza di quella giunta che, a chi gli ricordava che il Natale cristiano dovrebbe voler dire anche “accoglienza”, ha risposto che “Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana”. La quale, per il leghista medio, deve avere molto più a che fare con l’appendere crocefissi che con la benevolenza, se non l’amore, fra fratelli: la luna, il dito… che si diceva degli stupidi?

Il secondo è a carattere nazionale.
Col consueto inutile (data la maggioranza bulgara di cui dispone la destra in Parlamento) e prepotente voto di fiducia, l’acqua viene privatizzata, obbligatoriamente, per tutti i comuni italiani. La Lega, ordinata, ha votato a favore.
Sono quelli che ci hanno spianato gli zebedei per anni con le parole d’ordine: “federalismo”, “autonomia”, “localismo”, “padroni in casa propria”. Poi, alla prima occasione, mettono l’acqua (pardon, non l’acqua, solo la sua gestione e commercializzazione; ci dev’essere una differenza, anche se a me sfugge) nelle mani di qualche multinazionale francese o svizzera (che sono poi extracomunitari).


Senatore Bossi? Onorevoli Maroni, Castelli, Calderoli e soprattutto simpatico Cota? Il torpedone per Fanculo parte fra dieci minuti, se vi sbrigate prendete i posti davanti; è una gita che vi siete meritati.

Ma parliamo un po’ della Lega.

In questi giorni, il PdL è impegnato su più fronti ad un confronto interno: come affossare i processi a carico di Berlusconi facendo più danni possibile, opportunità di candidare un indagato per mafia alla guida della Regione Campania (perché accompagnarsi ad un trans è disdicevole, trattare con la camorra è indice di spigliatezza),e il concorso “chi dice la cosa più banale e populista sull’immigrazione”.
Il tutto a colpi di minaccia di lezioni anticipate, dopo avere vinto quelle scorse sull’assunto –esattissimo- che la sinistra aveva fallito nel mantenere unita la propria coalizione.
Per chi fosse convinto che il confronto di questi giorni sia qualcosa di diverso da una specie di guerra intestina fra cosche, e che possa sfociare in qualcosa di diverso dal solito bacio al sacro culo del Berlusca, ci sarebbe molto da dire e da analizzare.
Quindi io mi fermo qui.

Tuttavia, sposterei la vostra attenzione, una volta tanto, sulla Lega, sulla quale vorrei sottolineare un paio di fatti.

Il primo è a carattere locale: a Coccaglio, in provincia di Brescia, l’amministrazione locale ha lanciato una campagna di controlli a domicilio sui permessi di soggiorno dei cittadini extracomunitari residenti, indifferentemente dalla loro posizione nella comunità (lavoro, inserimento, etc.); tralasciamo l’opportunità e il buon senso di questa caccia casa per casa all’irregolarità, in un Paese che ha fino ad oggi trattato il rilascio di permessi in maniera inefficiente, contraddittoria e incivile; concentriamoci piuttosto sul nome che a quest’operazione (la chiamiamo col suo nome, “rastrellamento”?) è stato attribuito: “White Christmas”, ovvero “Bianco Natal”.
Cacciamo il negro per avere un Natale bianco, qualora vi fosse sfuggito il divertente doppio senso. Questo non è humor, è sarcasmo da aguzzini, è palese mancanza di freni inibitori, è il trionfo del razzismo becero e irrefrenabile: un passo più in là ci sono i cappucci bianchi, e non c’è proprio un cazzo da ridere.
Come non si può ridere a leggere le dichiarazioni dell’assessore alla sicurezza di quella giunta che, a chi gli ricordava che il Natale cristiano dovrebbe voler dire anche “accoglienza”, ha risposto che “Natale non è la festa dell’accoglienza, ma della tradizione cristiana”. La quale, per il leghista medio, deve avere molto più a che fare con l’appendere crocefissi che con la benevolenza, se non l’amore, fra fratelli: la luna, il dito… che si diceva degli stupidi?

Il secondo è a carattere nazionale.
Col consueto inutile (data la maggioranza bulgara di cui dispone la destra in Parlamento) e prepotente voto di fiducia, l’acqua viene privatizzata, obbligatoriamente, per tutti i comuni italiani. La Lega, ordinata, ha votato a favore.
Sono quelli che ci hanno spianato gli zebedei per anni con le parole d’ordine: “federalismo”, “autonomia”, “localismo”, “padroni in casa propria”. Poi, alla prima occasione, mettono l’acqua (pardon, non l’acqua, solo la sua gestione e commercializzazione; ci dev’essere una differenza, anche se a me sfugge) nelle mani di qualche multinazionale francese o svizzera (che sono poi extracomunitari).


Senatore Bossi? Onorevoli Maroni, Castelli, Calderoli e soprattutto simpatico Cota? Il torpedone per Fanculo parte fra dieci minuti, se vi sbrigate prendete i posti davanti; è una gita che vi siete meritati.