Archive for dicembre 2009

Ma certo, Moratti: pronti!

 

VIA BETTINO CRAXI

Milano, 24 febbraio 1934 – Hammamet, 19 gennaio 2000

Latitante

 

[Grazie all’amico A. P. -anche da parte di Letizia Moratti, suppongo- per la collaborazione al decoro urbano.]

Ed eccoci alla vigilia.

Per anni sono arrivato al 24 dicembre con tre-quattro regali ancora da fare, ovviamente oggetti rarissimi, introvabili o in esemplare unico da reperire presso un antiquario che chiude il negozio alle 17. E ho passato tutte le vigilie fino ad oggi a chiedermi quale meravigliosa sensazione si provi ad arrivare alla vigilia con tutti i regali pronti.

Quest’anno, per motivi in larga parte dovuti al caso -e in parte dovuti al fatto che vivo con un’adorabile invasata che i regali ha iniziato a comprarli quando eravamo in vacanza a settembre- è la vigilia, ho acquistato tutti i regali, e finalmente posso provare quella insperata e sognata emozione per queste ventiquattro ore.
Che, per la precisione, è (adesso lo so) è qualcosa che la disperazione delle ultime frenetiche ore di corsa all’acquisto mi aveva fino ad oggi risparmiato: l’angoscia costante di temere di avere dimenticato qualcuno.


Mi aspettavo di più, lo confesso.

In ogni caso, buon Natale a tutti.
Piano con lo spumante, ma ammazzatevi di panettone.

Fomentano un clima di violenza.

Apprendo da Repubblica:

Schifani: "Facebook più pericoloso
dei gruppi degli anni Settanta"

.
Dik dikcamaleonti_grande

.

.

.

.

.

.

.

.

A me pare si stia esagerando.

[Questo è un blog nello stile Iorek, ma sfruttando il fuso orario (lui a quest’ora sta russando e digerendo riso) l’ho bruciato sul tempo. Cicca cicca cicca.]

Berlusconi aggredito da uno psicolabile.

Ma la sfango subito con la doverosa premessa: non approvo la violenza subita da Silvio Berlusconi.
E sappiate che respiro ossigeno, anche.
Adesso che ho esplicitato l’ovvio, vorrei buttare là, alla rinfusa, il frutto del mio personale sforzo di riflessione, nella forma sparsa in cui mi sento di condividerlo.

Ennesimo incidente sul lavoro. Domenica sera, Silvio B., 74 anni, residente ad Arcore, impiegato statale con compiti di alta direzione politica, nonché fondatore e presidente di un club, durante una riunione del suddetto club a Milano, è stato vittima di un’aggressione da parte di uno squilibrato che gli ha procurato un trauma facciale, con frattura nasale e dentaria; la prognosi è di una ventina di giorni. L’aggressore è stato arrestato. Indagini sono in corso per accertare se, nell’esercizio delle proprie mansioni, il suddetto S. B. si sia attenuto alle norme di sicurezza specifiche del suo campo, che comprendono distanza di sicurezza e un piano di fuga.

Questo è quello che avrei voluto leggere ieri sui giornali. Minimizzo? Forse. Ma, a confronto con la massimizzazione mediatica in corso, mi pare un atteggiamento tutto sommato condivisibile, almeno perché non fa danno.

E poi, perché –esclusi piani, complotti, mandanti (come sembra di poter fare a tutti, tranne che a Feltri)- questo è alla fine quello che è successo: un incidente sul lavoro.

Da un ipotetico Le Monde:
Sfregiata la Gioconda: un certo Marc Le Tartaglion, ieri al Louvre, con l’ausilio di un modellino di una Tour Eiffel, ha danneggiato la tela della Gioconda. Voci del mondo francese dei critici d’arte hanno accusato gli artisti moderni non figurativi di avere creato attorno alla Gioconda un irrespirabile clima di violenza e disprezzo che ha istigato l’atto dello psicopatico. Attraverso le riviste di arte, gli stessi hanno dichiarato di condannare il gesto violento, ma di sottolineare come il sorrisetto sarcastico dell’opera sia in definitiva la causa del gesto esecrabile. Sarkozy ha diramato un richiamo alla calma e alla concordia, poi ha dato due colpi a Carla.
Assurdo, vero? A parte la faccenda di Carla, intendo.
Eppure è quello che sta succedendo, mutatis mutandis. Si parla da due giorni del nulla.

Più che altro, si parla di mandanti morali, a destra (e di provocazioni, a sinistra) come se si potesse spiegare l’inspiegabile, l’eccessivo e lo straordinario con la categorie con cui spieghiamo ogni nostro quotidiano e motivato gesto.
Il gesto di un folle trascende queste categorie; se è già difficile appurare la sua personale responsabilità, è assurdo ampliarla ad altri soggetti, siano essi gli avversari politici di Berlusconi o Berlusconi stesso.
L’assassinio di John Lennon o l’attentato al Papa da parte di Alì Agca non avevano molto più senso di quello che è accaduto domenica; mi piacerebbe tanto sentire un qualsiasi politico dichiarare qualcosa di simile, ma finora ho sentito nominare una volta l’attentato di Sarajevo del 1914 e due volte Hitler. Pazienza, aspetterò.

Semmai, un ragionamento, minuto minuto, andrebbe fatto sulla meccanica dell’accaduto. Non ho mai fatto la guardia del corpo, ma mi è lecito supporre che, dovendomi preoccupare –e diventando il responsabile- dell’incolumità di qualcuno, io prenda accordi con quella persona: questo si fa, questo è troppo pericoloso, quest’altro ancora si fa ma con queste precauzioni.
E qui, delle due, l’una: o queste istruzioni sono state lacunose e irresponsabili, o qualcuno non le ha seguite.
In particolare, mi chiedo se una guardia del corpo possa mai avere detto al proprio protetto: “vada, stringa mani, si protenda verso le transenne di un qualsiasi punto a caso della piazza che noi non abbiamo preventivamente controllato: è tutto sicuro, siam qua noi, cosa vuole che succeda?”
E, a dirla tutta: che cazzo di bisogno ha un Presidente del Consiglio di andare a stringere mani a destra e a manca, come fosse il Papa o Michael Jackson? Ne valeva la pena, alla luce di quello che è successo?

Il gesto non l’ho visto, ma suppongo che, fossi stato lì, ne avrei provato orrore. (E sì, continuo a respirare ossigeno.)
Però paura l’ho comunque avuta.
Li avete, gli occhi? E allora giudicate voi. Guardate perfavore queste immagini (un minuto e dodici secondi), magari a volume azzerato.
http://www.youtube.com/watch?v=zDk8lDXnPG8
Cosa avete visto?
Io ho visto un uomo di oltre settant’anni che, colpito violentemente e a tradimento, uno-due minuti dopo, avendo avuto un minimo lasso di tempo per riordinare le idee, invece di rassicurare la folla, invece di far segno che va tutto bene e di stare calmi (esiste un gesto istintivo e di immediata riconoscibilità per far questo: alzare una mano), spinge addirittura per uscire, si arrampica sullo sportello (e quei coglioni della scorta lo lasciano fare!), protende il mento e si mostra sanguinante.
Guardatelo, riguardatelo, osservate lo sguardo: è quello di un diciottenne ubriaco in discoteca che, a stento trattenuto dal buttafuori, giura a chi l’ha colpito “questa me la paghi!”
A me, sarò sincero, fa più paura lui di quell’altro pazzo.
Per questo, fossi stato direttore di una testata, così avrei titolato:

Berlusconi aggredito da uno psicolabile. Ora lo squilibrato è sotto custodia; il S. Raffaele dice che lo rilascerà fra venti giorni.

Di Pietro e –anche se con toni meno spicci- Rosi Bindi hanno avuto il torto di essere precipitosi nel dichiarare che, se un clima violento si è creato, è ad opera di Berlusconi principalmente.
Ho aspettato, per decenza, un giorno e mezzo, ma ora lo dico: hanno ragione.

Perché, ribadisco: dietro quel folle gesto, secondo me, non c’è altro che l’insondabile.
Ma, che esista un clima di crescente tensione e intolleranza, è innegabile; basta avere visto le immagini delle contestazioni che hanno contornato la manifestazione: sono rabbiose, insofferenti, hanno toni esasperati; pur condividendone il messaggio, vi dico che lì in mezzo non mi ci sarei voluto trovare, anche se poi non è successo niente, a parte qualche spintone. E’ l’aria, che non mi piace.
E basta avere sentito la pacata risposta di Berlusconi dal palco: la avete, le orecchie? Due minuti e due secondi. Lasciate perdere le parole, ascoltate il tono:
http://www.youtube.com/watch?v=zDk8lDXnPG8
Cosa avete sentito?
Io ho sentito livore, rabbia, intolleranza, violenza verbale. Sempre dal settantenne di prima.
E, a questo punto, di dare torto a Di Pietro non me la sento.

Ho detto quanto avevo in animo di dire, è tempo di chiudere con una mia dichiarazione finale.

(Ipocrita) Sono addolorato per quanto successo a Berlusconi, deploro il clima di violenza.
(Ipocrita ma non troppo) Sono addolorato per quanto successo a Berlusconi; ma non quanto dev’esserlo lui. Cazzo, avete visto che centra?
(Buonista ma con brio) Stringiamoci intorno al Presidente del Consiglio: non sarà certo la sua scorta ad impedirci di farlo.
(Buonista ma sarcastico) Non vorrei che questo fatto turbasse la serenità di Berlusconi, con le responsabilità che ha.
(Cinico e ironico) E pensa che la faccia che indossava era fuori garanzia da soli venti giorni!


Scegliete il tono che più si confà al vostro sentire su questa vicenda e poi, perfavore, passiamo a cose più serie.
Perché non è successo un accidente, solo un altro –deprecabile- incidente sul lavoro.

Corrierino delle famiglie 16.

Se proprio la vostra compagna si sente titolata
ad avanzare assurde pretese

abbassami

almeno sia divertente.

Al Berlusconi eroe della lotta contro la mafia.

Egregio Presidente del Consiglio
invece di accreditare al proprio governo l’impresa di avere catturato pericolosi latitanti mafiosi, sottraendo il merito alle forze dell’ordine a cui da tempo taglia fondi e a magistrati di cui da tempo dice cose deliranti, lei ha alcuni modi semplici e netti per rimarcare la distanza fra sé e la mafia.

Allontanare da lei e dal PdL Dell’Utri, pregiudicato per concorso esterno in associazione mafiosa, per fare un esempio.
Escludere la candidatura alla Regione Campania di un candidato indagato per mafia, di cui la magistratura è giunta a chiedere l’arresto, per farne un altro.
Spiegare cosa mai ci facesse alle sue dipendenze di stalliere un mafioso come Mangano, e perché l’abbia pubblicamente definito “un eroe".
Raccontarci finalmente, dopo venti anni, da dove derivino i capitali che hanno fondato il suo impero.
Spiegarci chi sono e chi sono stati i veri proprietari della Mediaset, aprendo le scatole cinesi (pardon, holding) che li nascondono.
Ce ne sarebbero anche altri ma, stimandola profondamente, mi accontento di questi.

Per cui, sia gentile: si cavi il cappuccio di poliziotto festante e lasci che a festeggiare siano quelli che per catturare quei mafiosi hanno rischiato e rischiano la vita; lei si ricomponga e vada a prendere un caffè con i suoi amati avvocati, Presidente. Ha dei processi a cui pensare.

Figure storiche 26 bis: stampelle.

E va bene, va bene, avete vinto: ecco a voi il veritiero racconto  di come abbandonai l’esercitazione militare che fin dall’inizio avevo tentato di sabotare (vedi post collegato).
Capitano, i particolari lei non li conosce a tuttoggi; li apprenda da queste righe.

Il giorno dopo il mio trionfale arrivo a Monteromano (questo il nome del sito dove si svolgeva l’esercitazione militare), lavorai di buona lena fin dall’alba per rimediare alla pessima prestazione del giorno precedente. Ora delle cinque di pomeriggio, però, i principali compiti della giornata erano esauriti e truppa e ufficiali furono messi in libertà. Eravamo accampati nei pressi di una caserma e ci fu offerto il supremo gesto di ospitalità: l’utilizzo del campo di calcetto. Figurarsi se non cooptavo -blandendo se bastava, facendo leva sull’autorità del grado se necessario- nove fanti con cui giocare. Uno era il troglodita di cui già dissi, tra l’altro.

Come mi feci male, è presto detto: misi male il piede dopo un intervento rude ai danni di un sottoposto e mi procurai una distorsione alla caviglia, piegando il piede all’interno. Succede anche a giocatori più bravi di me, cioè quasi chiunque.


Vale la pena invece di soffermarsi su come trasformai un incidente di gioco in una paralizzante menomazione i cui effetti durarono fino, ed oltre, al mio congedo.

Prima di tutto non smisi di giocare, ecché, scherziamo? Già avevo fatto la figura del pirla il giorno prima, volevo forse fare anche la figura della mammola? Quindi insistetti a correre sulla caviglia dolorante; prima rallentai, presto zoppicai, nel giro di qualche minuto strisciavo.
A questo punto decisi di ritirarmi verso gli spogliatoi, che sono –come scoprirete presto- il luogo della tragedia.

Entro nello spartano -ma funzionale- spogliatoio riservato a ufficiali e sottufficiali di Monteromano. Pur dolorante, mi spoglio e mi caccio sotto la doccia, ricordando vagamente che mi erano state fatte delle raccomandazioni, anche se non saprei esattamente dire quali; di non lasciare disordine, forse? Mah.
La giornata era stata stancante, faceva anche freschino: decido per una doccia bella calda.
Ora, direte voi, che siate o non siate medici: bella idea del ciufolo mettere una caviglia distorta sotto un flusso di acqua calda! Posso ammettere che non sia stato esattamente un colpo di genio, e va bene; ma insomma, ero ancora convinto che si trattasse di un dolorino destinato a passare entro breve. E poi avevo davvero voglia di una doccia calda, me l’ero meritata.

Finii la doccia, chiusi la manopola dell’acqua fredda e immediatamente, nel momento stesso in cui allungavo la mano verso quella dell’acqua calda, mi ricordai della raccomandazione ricevuta: “Tenente, mi raccomando, il termostato del boiler è saltato, e l’acqua calda è in realtà bollente. Chiuda prima l’acqua calda e poi quella fredda, se no è un casino.”
E lo fu, un casino.

Il getto d’acqua, in zero secondi, non più mitigato dall’acqua fredda, divenne bollente, tanto che dovetti ritirare la mano prima ancora di avere toccato l’altro rubinetto. Attonito, guardai il getto di acqua a temperatura folle, che mi separava dalla manopola. Le pareti del box doccia erano strettissime e il getto le occupava interamente, non c’era modo di aggirare quella cascata di acqua bollente e vapore.
Ci provai e dovetti più volte ritrarre la mano.
Come avrei potuto chiudere l’acqua?
Ci provai fasciandomi l’avambraccio con l’accappatoio; brillante idea, perché anche se l’acqua non raggiunse la mia pelle, a scottarmi il resto del braccio, la spalla e anche la faccia bastò il vapore sparato fuori dalla doccia infernale. Quindi, urlando improperi verso tutti i costruttori di  boiler del mondo e verso le loro mamme, lasciai cadere l’accappatoio, che andò dritto filato a posizionarsi nel box-doccia, intasandone lo scarico. E ovviamente, di rimuoverlo di lì, neanche a parlarne, a causa del getto ustionante.

Con raccapriccio rimasi immobile ad osservare l’acqua che riempiva la base del box-doccia e iniziava a tracimare sul pavimento: dico “osservare”, ma dovrei dire più propriamente “indovinare fra le nebbie”, perché il vapore tanto generosamente elargito dalla Doccia del Demonio stava saturando il locale, e sembrava di trovarsi una mattina di novembre alle otto a Locate Triulzi (per i non-lombardi: un posto molto, molto nebbioso), a parte la temperatura da sauna.

Per un attimo stetti davvero fermo lì, a contemplare il disastro. L’acqua fumante ricopriva il pavimento, a stento drenata dallo scarico in centro alla stanza. Provai una sensazione di impotenza orrenda.

Poi mi scossi. Montai in piedi su un tavolo (ahi! La caviglia!), aprii una finestra e riuscii a fare entrare un refolo di aria fredda, abbastanza da poter tornare a vedere. Poi mi guardai in giro. Ombrelli niente. Teloni di plastica neppure. Molle da camino con cui chiudere il rubinetto, neanche per sogno.
Allora afferrai il tavolino su cui ero salito, lo sollevai sopra la mia testa e, tenendolo per le gambe, mi ci misi sotto.

Ebbi un attimo di esitazione, durante il quale immaginai cosa avrebbe visto un ufficiale che avesse deciso di usare lo spogliatoio della caserma in quel momento lì: un sottotenente nudo come un verme, con in piedi a mollo in una spanna di acqua fumante, in mezzo alla nebbia, con un tavolino in testa. Sei mesi di manicomio militare a Baggio non me li avrebbe tolti nessuno.
Poi, mi gettai sotto la doccia, tavolo e tutto.

Per quanto bizzarro, il tentativo andò a segno: il tavolo fermò il getto per un tempo sufficiente a permettermi di afferrare la manopola, ululare perché il metallo era bollente, girarla, mollare tavolo e tutto e saltare via come un ranocchio pucciato nell’acqua bollente.
Estrassi poi l’accappatoio, l’acqua iniziò a rifluire, gli scarichi fecero il loro dovere e lo spogliatoio tornò, -dopo essere stato per qualche minuto una bolgia dell’inferno dantesco- ad essere un normale spogliatoio…  solo un po’ imperlato di vapore, ecco.

Mi ricomposi, indossai con grande dignità l’uniforme pressoché fradicia -per via del vapore- feci per rimettere gli anfibi: la caviglia destra sembrava un palloncino viola, tanto era gonfia: fra movimenti inconsulti, sforzi e soprattutto cinque minuti buoni di immersione in acqua bollente, avevo aggravato lo stato delle mie fasce muscolari, già vittime di distorsione, oltre ogni dire. Zoppicai fino alla branda e lì rimasi come una cozza abbarbicata al suo scoglio.
Non chiusi occhio per buona parte di quella notte e mi svegliai la mattina dopo con un melone rosa al posto della caviglia.
Nei due giorni seguenti arrancai penosamente per il campo con le stampelle, cercai di resistere al dolore: avevo già fatto il figurone del casello e non mi andava di tornare ferito dalle esercitazioni NATO per via del calcetto, sarebbe stato ridicolo. Ma una notte, quando per uscire –a quattro zampe- dalla tenda per orinare (di raggiungere i wc chimici non ci pensavo neanche) sotto la pioggia, ci misi cinque minuti e tornai coperto di fango, decisi che ne avevo abbastanza. Oltretutto, la mia utilità, in quelle condizioni, era perlomeno discutibile, perché mi limitavo per buona parte della giornata a recensire con dotte dissertazioni giornali porno, a favore di una attenta truppa, che del resto altri motivi per ammirarmi non ne aveva.
Mi presentai all’ufficiale medico, il quale, non senza un misto di titubanza e ribrezzo, mi rispedì a casa, stampelle e tutto. Il maggiore B. acuì, se possibile il disprezzo per me.

Particolarmente infelice fu il collega spilungone, che in tre giorni passò dalla malcelata soddisfazione per avere scampato il campo, alla brutta sorpresa di doverselo fare, convocato in fretta e furia, al posto mio. Al ritorno ebbe anche il cattivo gusto di mettere in giro la voce che ci avevo marciato su. Il che, parola, non era vero.
Ma non mi diedi gran pena per smentirlo: ero consapevole che, avessi dovuto raccontare la storia del tavolo in testa sotto il getto di vapore, beh, ci avrei fatto una figura ancora peggiore.

Capitano, sul mio onore, giuro che questa è la più pura verità su quell’episodio. Potessi dover fare da Milano a Monteromano in stampelle, se mento.