Archive for gennaio 2011

Figure storiche 29: la tempesta di ghiaccio

Ve lo dico subito per spegnere le possibili aspettative di dramma e brivido che l’espressione “tempesta di ghiaccio” potrebbe evocare: non si tratta di un racconto drammatico sullo scatenarsi delle forze della natura. E’ piuttosto un racconto grottesco, trattandosi di me.

Meteorologicamente parlando, il fenomeno, per quanto non frequente, non è per niente eccezionale; in effetti, è piuttosto semplice. Una temperatura particolarmente bassa si prolunga abbastanza a lungo da raffreddare il paesaggio, inteso come terreno, muri delle case, fili del telefono, tutto. In questo stato di cose, le precipitazioni sono impossibili. Tuttavia, un aumento delle temperature repentino potrebbe portare l’umidità a precipitare in forma di pioggerella -ma anche di nebbia- prima che la temperatura del terreno sia cambiata. A questo punto, l’umidità ghiaccia non appena tocca il suolo o un qualsiasi oggetto, senza avere il tempo di scorrere via o di formare pozze, rigagnoli o quant’altro. Di fatto, in questo modo, tutto si ricoprirà in maniera uniforme di una specie di patina di ghiaccio liscia come il vetro, come fosse stato spruzzato con lo spray. L’effetto finale, al suolo, sono strade che sembrano normali ma che sono smerigliate come fosse marmo.
Tutto questo, in realtà, l’ho appeso dopo.

Sì, perché quella sera, rientrando in auto a casa, del fenomeno non sapevo niente; sapevo solo che c’era una leggera pioggerella sottilissima sulla strada in salita (una mulattiera in ciottolato, in effetti) che costituisce l’ultimo tratto prima del borgo di mezzamontagna dove mi sono da anni rintanato ad abitare (dopo essere stato abitante della caotica, multietnica e affollatissima via Padova, Milano. Non sono tipo da vie di mezzo, a quanto pare).
La prima salita, per quanto ripida, è dritta: noto sì che le gomme fanno un paio di giri a vuoto: ma controllo di avere inserito il 4X4 (talvolta me ne dimentico e la presa delle ruote diventa intermittente) e, constatato che non me ne sono dimenticato, procedo.
Al primo serio tornate (curva a gomito, pendenza decisamente ripida) l’auto inizia a sculettare come una diciassettenne ad Arcore (ma gratis, in questo caso), poi come una baiadera ubriaca, infine sbanda, slitta e pattina come una vacca tarantolata su un pavimento appena tirato a cera. Di fatto, verso metà della rampa ne ho perso il controllo, sono quasi di traverso e decido di pestare coi due piedi sul freno per bloccarmi; freno a mano, bestemmia con un fil di voce, tensione nell’abitacolo.

Faffo, seduta di fianco a me, è così cosciente del dramma da non avere neppure tentato di profferire uno di quei consigli tipo “stai atento, neh?” o “ma non riesci ad andare dritto?” che in questi casi non si fanno mai mancare ad un automobilista nel panico, e che normalmente sortiscono l’effetto di lasciarlo nel panico e farlo anche incazzare, col che se ne va a ramengo la sua residua lucidità. Con un filo di voce, suggerisce che mentre io penso a come uscire da questo casino –e soprattutto prima che io ci provi- lei potrebbe uscire, anche per alleggerire l’auto. Che è una cosa che, se gliel’avessi suggerita io, avrei scontato fino alla fine dei miei giorni: puoi suggerire alla tua compagna ogni tipo di turpitudine sul suo conto, ma non un eccesso di peso.
Rimango quindi in auto con Gaia, che dormiva sul sedile dietro e che adesso pigola “pa-pàaa” con una voce che suggerisce che se io ho vissuto un consistente numero di stagioni, a lei, neofita della vita, non dispiacerebbe vederne ancora qualcuna. Insiemene guardiamo la mamma arrampicarsi a quattro zampe –non sto esagerando- per il sentiero fino a raggiungere il primo tratto pianeggiante.

Ora tocca a me: e io procedo con la prassi dei casi di mergenza, cioè colloquiare con le divinità, diciamo, in maniera conflittuale, ecco; e questo soprattutto perché mi rendo conto che una controllata marcia indietro è del tutto sconsigliabile, perché sono quasi certo che, alla prima perdita di aderenza, l’auto scivolerebbe a gran velocità, totalmente priva di controllo verso il muretto del tornante. Se invece cerco di salire, forse, sgommando e sbandando, posso riuscire a restare in carreggiata senza precipitare nel pascolo sottostante, dove la presenza della mia auto il mattino dopo sarebbe stata disapprovata dalle pecore che quel prato frequentano.
Una fulminea conversione ad una qualsiasi religione monoteista, una serie di sentitissime preghiere (si potrà essere ondivaghi, in materia!), inserimento del blocco del differenziale e via: giù il freno a mano, gioco di volante, polso e destrezza…

E va bene, sto scherzando: altro che destrezza, non chiedetemi come un guidatore mediocre come ma abbia potuto domare qual cavallo imbizzarrito che era diventata la mia auto su quella salita. Ma in qualche rocambolesco modo ce l’ho fatta.
Così, diminuita la pendenza, ho avuto modo di riprendere a bordo le mia donna, e di proseguire verso casa, non senza qualche occasionale scodinzolamento.

Arrivato a casa, scaricate compagna e figlia, mi manca di raggiungere la piazzetta del borgo, fare manovra per invertire la marcia e finalmente parcheggiare: dopo quello che avevo passato, mi figuravo, una bazzecola, dato che la pendenza della piazzetta è molto più modesta del tratto di mulattiera appena percorsa. Errore, come avrei scoperto di lì a poco.
Infatti, appena giunto in piazzetta e girato il muso dell’auto verso sinistra, normalmente inizio la marcia indietro con sterzo che mi mette in grado di ripartire in direzione opposta a quella da cui venivo. E anche stavolta inizio la marcia indietro: peccato però che più che una marcia si trattasse di uno scivolamento indietro  del tutto involontario e del tutto fuori dal mio controllo.
E’ vero infatti che la pendenza della piazzetta è poco pronunciata; ma è vero anche che la pavimentazione è stata recentemente rifatta ad opera del Comune con un ciottolato più fine, composto da pezzi più piccoli e meno irregolari, praticamente una cazzata visto che siamo in un borgo montano.
Praticamente, con lentezza ma senza possibilità di fermarla, l’auto inizia a scivolare pigramente ma ostinatamente all’indietro e a nulla valgono frenate, sgommate, saracche in turco (con tanti saluti alla mia recente conversione) e improperi. La preoccupazione cede presto al terrore quando mi rendo conto che dietro a me si staglia il muretto di recinzione del vicino Nicola; e, peggio ancora, se riuscissi sterzando (usando le ruote anteriori a mo’ di sci) ad evitarlo, mi attende una stradina molto, molto ripida imboccando la quale non ho la minima idea di quale velocità potrei prendere prima di schiantarmi contro una casa cinquanta metri più in basso. Sicché, con un’espressione più incredula che disperata, punto verso il muro del vicino, a costo di rimetterci ancora una volta (chi mi conosce sa di cosa parlo) la carrozzeria.

E qui avviene il secondo miracolo: com’è, come non è, l’auto si appoggia mollemente contro quel muretto senza in pratica danneggiare la carrozzeria (probabilmente ha toccato per prima la protezione laterale in benedetta plastica) e, ancora più inspiegabilmente, si ferma.
Riprendo quindi la respirazione polmonare, che avevo momentaneamente interrotto per lo stupore, e perché troppo impegnato a scivolare all’indietro su un’auto fuori controllo; l’improvvisa ossigenazione che ne deriva mi permette al mio cervello di capire che mai e poi mai avrei potuto pensare di tornare verso la piazzetta per ritentare la manovra.
Da dove sono, piuttosto, mi si apre una via del tutto pianeggiante che costeggia il lungo (cento metri? Centocinquanta?) muretto del vicino, che regge una recinzione a sbarre.  Solo al termine di quella recinzione c’è un piccolo spiazzo dove mi sarà possibile mollare l’auto  e rincamminarmi verso casa. Mi dirigo in quella direzione.

Parcheggio, e vi risparmio la descrizione della manovra, limitandomi a dire che sembravo, data la natura infida del terreno e la tensione dei miei nervi, un neopatentato di ottantasette anni che parcheggia in un loculo.
Tra l’altro, solo al termine del parcheggio mi accorgo che il cane è ancora in auto e che mi guarda con uno sguardo che dice, più o meno, io ho fiducia in te, sei il mio padrone, ci mancherebbe; ma guarda che l’ho capito che stavamo per ammazzarci.

La parte bella viene quando finalmente scendo dall’auto e per prima cosa constato che le mie scarpe non fanno più presa sul ciottolato di quanta ne facessero le gomme: lo constato rialzandomi da terra, per la precisione.
Praticamente, e vi prego di visualizzare la scena, percorro tutta la distanza fino alla famosa piazzetta spostando le mani da una sbarra all’altra della recinzione del vicino e pattinando intanto in maniera incontrollata e priva di coordinazione  coi piedi. E ovviamente sono senza guanti, e le sbarre sono gelate.

Arrivo alla piazzetta, aldilà della quale c’è casa mia, con Faffo affacciata alla finestra che è rapidamente passata dalla preoccupazione per la mia sorte (non vedendo più l’auto) al divertimento per la mia camminata da uomo-ragno degli spastici. Attraversata la strada, c’è finalmente casa mia, e la possibilità di inseguire Faffo con un mocio per batterla come si conviene con una compagna tanto irrispettosa.

Ma la cosa è più facile a dirsi cha a farsi, perché una volta abbandonata la presa sull’inferriata del muretto di Nicola l’attraversamento di quei due-tre metri della strada in pendenza è reso improbo dalla totale assenza di appigli, per le mani come per i piedi.
Faccio un paio di tentativi, ma, come quei bambini che hanno troppo freddo per entrare in piscina, mi ritrovo abbarbicato al mio fido muretto. Niente da fare, la suola delle scarpe scivola senza la minima presa.
Sto quasi per rassegnarmi a strisciare sul ciottolato ghiacciato (col rischio di scivolare a valle a pelle di leone, come nel Secondo Tragico Fantozzi) quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato. Non so se funzionerà, ma decido che è la cosa migliore da provare.
Estraggo quindi una scarpa e la poso delicatamente a terra prima di togliermi le calze.

A questo punto, fate uno sforzo di immaginazione e cercate di visualizzare l’espressione che mi si dipinge in faccia nel vedere la scarpa avviarsi, lentamente ma senza incertezze, lungo la strada ghiacciata in pendenza, scivolando verso valle. E già che ci siete, immaginatemi attaccato alle sbarre, su un piede solo, che guardo impotente la mia scarpa imboccare la strada, piegare alla curva come un bob in pista, scomparire alla mia vista mentre Faffo impietosa sghignazza alla finestra.
La seconda scarpa l’ho lanciata in giardino, poi, scalzo e incerto, a quattro zampe ho attraversato la stradina e mi sono attaccato al mio muretto, per poi entrare in casa a correre a farmi un pediluvio bollente.

La mia avventura ha avuto anche un breve epilogo il giorno dopo: Nicola, il vicino di casa, nel raccontare la sua discesa mattutina a piedi verso il paese (non meno avventurosa del mio rientro della sera prima visto che si è svolta nelle medesime condizioni post-tempesta di ghiaccio) così commentava: “In ogni caso dev’essere successo un casino giù in paese: c’era addirittura una scarpa per strada!”

Figure storiche 29: la tempesta di ghiaccio

Ve lo dico subito per spegnere le possibili aspettative di dramma e brivido che l’espressione “tempesta di ghiaccio” potrebbe evocare: non si tratta di un racconto drammatico sullo scatenarsi delle forze della natura. E’ piuttosto un racconto grottesco, trattandosi di me.

Meteorologicamente parlando, il fenomeno, per quanto non frequente, non è per niente eccezionale; in effetti, è piuttosto semplice. Una temperatura particolarmente bassa si prolunga abbastanza a lungo da raffreddare il paesaggio, inteso come terreno, muri delle case, fili del telefono, tutto. In questo stato di cose, le precipitazioni sono impossibili. Tuttavia, un aumento delle temperature repentino potrebbe portare l’umidità a precipitare in forma di pioggerella -ma anche di nebbia- prima che la temperatura del terreno sia cambiata. A questo punto, l’umidità ghiaccia non appena tocca il suolo o un qualsiasi oggetto, senza avere il tempo di scorrere via o di formare pozze, rigagnoli o quant’altro. Di fatto, in questo modo, tutto si ricoprirà in maniera uniforme di una specie di patina di ghiaccio liscia come il vetro, come fosse stato spruzzato con lo spray. L’effetto finale, al suolo, sono strade che sembrano normali ma che sono smerigliate come fosse marmo.
Tutto questo, in realtà, l’ho appeso dopo.

Sì, perché quella sera, rientrando in auto a casa, del fenomeno non sapevo niente; sapevo solo che c’era una leggera pioggerella sottilissima sulla strada in salita (una mulattiera in ciottolato, in effetti) che costituisce l’ultimo tratto prima del borgo di mezzamontagna dove mi sono da anni rintanato ad abitare (dopo essere stato abitante della caotica, multietnica e affollatissima via Padova, Milano. Non sono tipo da vie di mezzo, a quanto pare).
La prima salita, per quanto ripida, è dritta: noto sì che le gomme fanno un paio di giri a vuoto: ma controllo di avere inserito il 4X4 (talvolta me ne dimentico e la presa delle ruote diventa intermittente) e, constatato che non me ne sono dimenticato, procedo.
Al primo serio tornate (curva a gomito, pendenza decisamente ripida) l’auto inizia a sculettare come una diciassettenne ad Arcore (ma gratis, in questo caso), poi come una baiadera ubriaca, infine sbanda, slitta e pattina come una vacca tarantolata su un pavimento appena tirato a cera. Di fatto, verso metà della rampa ne ho perso il controllo, sono quasi di traverso e decido di pestare coi due piedi sul freno per bloccarmi; freno a mano, bestemmia con un fil di voce, tensione nell’abitacolo.

Faffo, seduta di fianco a me, è così cosciente del dramma da non avere neppure tentato di profferire uno di quei consigli tipo “stai atento, neh?” o “ma non riesci ad andare dritto?” che in questi casi non si fanno mai mancare ad un automobilista nel panico, e che normalmente sortiscono l’effetto di lasciarlo nel panico e farlo anche incazzare, col che se ne va a ramengo la sua residua lucidità. Con un filo di voce, suggerisce che mentre io penso a come uscire da questo casino –e soprattutto prima che io ci provi- lei potrebbe uscire, anche per alleggerire l’auto. Che è una cosa che, se gliel’avessi suggerita io, avrei scontato fino alla fine dei miei giorni: puoi suggerire alla tua compagna ogni tipo di turpitudine sul suo conto, ma non un eccesso di peso.
Rimango quindi in auto con Gaia, che dormiva sul sedile dietro e che adesso pigola “pa-pàaa” con una voce che suggerisce che se io ho vissuto un consistente numero di stagioni, a lei, neofita della vita, non dispiacerebbe vederne ancora qualcuna. Insiemene guardiamo la mamma arrampicarsi a quattro zampe –non sto esagerando- per il sentiero fino a raggiungere il primo tratto pianeggiante.

Ora tocca a me: e io procedo con la prassi dei casi di mergenza, cioè colloquiare con le divinità, diciamo, in maniera conflittuale, ecco; e questo soprattutto perché mi rendo conto che una controllata marcia indietro è del tutto sconsigliabile, perché sono quasi certo che, alla prima perdita di aderenza, l’auto scivolerebbe a gran velocità, totalmente priva di controllo verso il muretto del tornante. Se invece cerco di salire, forse, sgommando e sbandando, posso riuscire a restare in carreggiata senza precipitare nel pascolo sottostante, dove la presenza della mia auto il mattino dopo sarebbe stata disapprovata dalle pecore che quel prato frequentano.
Una fulminea conversione ad una qualsiasi religione monoteista, una serie di sentitissime preghiere (si potrà essere ondivaghi, in materia!), inserimento del blocco del differenziale e via: giù il freno a mano, gioco di volante, polso e destrezza…

E va bene, sto scherzando: altro che destrezza, non chiedetemi come un guidatore mediocre come ma abbia potuto domare qual cavallo imbizzarrito che era diventata la mia auto su quella salita. Ma in qualche rocambolesco modo ce l’ho fatta.
Così, diminuita la pendenza, ho avuto modo di riprendere a bordo le mia donna, e di proseguire verso casa, non senza qualche occasionale scodinzolamento.

Arrivato a casa, scaricate compagna e figlia, mi manca di raggiungere la piazzetta del borgo, fare manovra per invertire la marcia e finalmente parcheggiare: dopo quello che avevo passato, mi figuravo, una bazzecola, dato che la pendenza della piazzetta è molto più modesta del tratto di mulattiera appena percorsa. Errore, come avrei scoperto di lì a poco.
Infatti, appena giunto in piazzetta e girato il muso dell’auto verso sinistra, normalmente inizio la marcia indietro con sterzo che mi mette in grado di ripartire in direzione opposta a quella da cui venivo. E anche stavolta inizio la marcia indietro: peccato però che più che una marcia si trattasse di uno scivolamento indietro  del tutto involontario e del tutto fuori dal mio controllo.
E’ vero infatti che la pendenza della piazzetta è poco pronunciata; ma è vero anche che la pavimentazione è stata recentemente rifatta ad opera del Comune con un ciottolato più fine, composto da pezzi più piccoli e meno irregolari, praticamente una cazzata visto che siamo in un borgo montano.
Praticamente, con lentezza ma senza possibilità di fermarla, l’auto inizia a scivolare pigramente ma ostinatamente all’indietro e a nulla valgono frenate, sgommate, saracche in turco (con tanti saluti alla mia recente conversione) e improperi. La preoccupazione cede presto al terrore quando mi rendo conto che dietro a me si staglia il muretto di recinzione del vicino Nicola; e, peggio ancora, se riuscissi sterzando (usando le ruote anteriori a mo’ di sci) ad evitarlo, mi attende una stradina molto, molto ripida imboccando la quale non ho la minima idea di quale velocità potrei prendere prima di schiantarmi contro una casa cinquanta metri più in basso. Sicché, con un’espressione più incredula che disperata, punto verso il muro del vicino, a costo di rimetterci ancora una volta (chi mi conosce sa di cosa parlo) la carrozzeria.

E qui avviene il secondo miracolo: com’è, come non è, l’auto si appoggia mollemente contro quel muretto senza in pratica danneggiare la carrozzeria (probabilmente ha toccato per prima la protezione laterale in benedetta plastica) e, ancora più inspiegabilmente, si ferma.
Riprendo quindi la respirazione polmonare, che avevo momentaneamente interrotto per lo stupore, e perché troppo impegnato a scivolare all’indietro su un’auto fuori controllo; l’improvvisa ossigenazione che ne deriva mi permette al mio cervello di capire che mai e poi mai avrei potuto pensare di tornare verso la piazzetta per ritentare la manovra.
Da dove sono, piuttosto, mi si apre una via del tutto pianeggiante che costeggia il lungo (cento metri? Centocinquanta?) muretto del vicino, che regge una recinzione a sbarre.  Solo al termine di quella recinzione c’è un piccolo spiazzo dove mi sarà possibile mollare l’auto  e rincamminarmi verso casa. Mi dirigo in quella direzione.

Parcheggio, e vi risparmio la descrizione della manovra, limitandomi a dire che sembravo, data la natura infida del terreno e la tensione dei miei nervi, un neopatentato di ottantasette anni che parcheggia in un loculo.
Tra l’altro, solo al termine del parcheggio mi accorgo che il cane è ancora in auto e che mi guarda con uno sguardo che dice, più o meno, io ho fiducia in te, sei il mio padrone, ci mancherebbe; ma guarda che l’ho capito che stavamo per ammazzarci.

La parte bella viene quando finalmente scendo dall’auto e per prima cosa constato che le mie scarpe non fanno più presa sul ciottolato di quanta ne facessero le gomme: lo constato rialzandomi da terra, per la precisione.
Praticamente, e vi prego di visualizzare la scena, percorro tutta la distanza fino alla famosa piazzetta spostando le mani da una sbarra all’altra della recinzione del vicino e pattinando intanto in maniera incontrollata e priva di coordinazione  coi piedi. E ovviamente sono senza guanti, e le sbarre sono gelate.

Arrivo alla piazzetta, aldilà della quale c’è casa mia, con Faffo affacciata alla finestra che è rapidamente passata dalla preoccupazione per la mia sorte (non vedendo più l’auto) al divertimento per la mia camminata da uomo-ragno degli spastici. Attraversata la strada, c’è finalmente casa mia, e la possibilità di inseguire Faffo con un mocio per batterla come si conviene con una compagna tanto irrispettosa.

Ma la cosa è più facile a dirsi cha a farsi, perché una volta abbandonata la presa sull’inferriata del muretto di Nicola l’attraversamento di quei due-tre metri della strada in pendenza è reso improbo dalla totale assenza di appigli, per le mani come per i piedi.
Faccio un paio di tentativi, ma, come quei bambini che hanno troppo freddo per entrare in piscina, mi ritrovo abbarbicato al mio fido muretto. Niente da fare, la suola delle scarpe scivola senza la minima presa.
Sto quasi per rassegnarmi a strisciare sul ciottolato ghiacciato (col rischio di scivolare a valle a pelle di leone, come nel Secondo Tragico Fantozzi) quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato. Non so se funzionerà, ma decido che è la cosa migliore da provare.
Estraggo quindi una scarpa e la poso delicatamente a terra prima di togliermi le calze.

A questo punto, fate uno sforzo di immaginazione e cercate di visualizzare l’espressione che mi si dipinge in faccia nel vedere la scarpa avviarsi, lentamente ma senza incertezze, lungo la strada ghiacciata in pendenza, scivolando verso valle. E già che ci siete, immaginatemi attaccato alle sbarre, su un piede solo, che guardo impotente la mia scarpa imboccare la strada, piegare alla curva come un bob in pista, scomparire alla mia vista mentre Faffo impietosa sghignazza alla finestra.
La seconda scarpa l’ho lanciata in giardino, poi, scalzo e incerto, a quattro zampe ho attraversato la stradina e mi sono attaccato al mio muretto, per poi entrare in casa a correre a farmi un pediluvio bollente.

La mia avventura ha avuto anche un breve epilogo il giorno dopo: Nicola, il vicino di casa, nel raccontare la sua discesa mattutina a piedi verso il paese (non meno avventurosa del mio rientro della sera prima visto che si è svolta nelle medesime condizioni post-tempesta di ghiaccio) così commentava: “In ogni caso dev’essere successo un casino giù in paese: c’era addirittura una scarpa per strada!”

Consumismo.

Nei Paesi ricchi il consumo consiste in persone
che spendono soldi che non hanno,
per comprare beni che non vogliono,

per impressionare persone che non amano.

 


(Joachim Spangenberg, Vicepresidente del SERI, Sustainable Europe Research Institute)

Consumismo.

Nei Paesi ricchi il consumo consiste in persone
che spendono soldi che non hanno,
per comprare beni che non vogliono,

per impressionare persone che non amano.

 


(Joachim Spangenberg, Vicepresidente del SERI, Sustainable Europe Research Institute)

Ed ecco il pippone su Berlusconi.

Ho tentato di resistere alla tentazione di scrivere il pippone sulle ultime malefatte del Berlusconi. Ieri, col posto che precede questo, ho tentato di sfogare in surreale ironia la rabbia che mi prende.
Non ha funzionato, ragazzi: beccatevi il pippone.

Il punto è che ci risiamo: un Berlusconi ancora più incredibilmente macchiettistico di quello a cui in questi quindici anni ci eravamo abituati si trova al centro di una vicenda che si potrebbe definire boccaccesca (non fosse che il Decamerone ha il suo posto nella letteratura italiana, mentre le miserie di un vecchio miliardario sporcaccione e di giovani fanciulle pronte a compiacerlo a pagamento, immediato o differito, mi ricordano più le macchiette interpretate ogni Natale da Christian De Sica per la gioia dei cinepanettonisti che non se ne perdono uno).

Vi dirò, la tentazione di passare oltre è forte. Sapere che Berlusconi va a puttane (tecnicamente, le puttane vanno a lui, ma non cambia) non aggiunge né toglie nulla ad una figura che già da un bel pezzo inquadro nella tipologia “poveraccio”, e per la precisione “poveraccio miliardario megalomane”.
Oddìo, a dire il vero un po’ stupito che il suo immaginario erotico fossedavvero quello del Drive-In degli anni ’80 e che si diverta e si svaghi a fare il Beruschi sbavante, lo sono. Pensavo che quel modello fosse quello che proponeva al Paese  becero che andava televisivamente formando, ma che lui in privato si concedesse fantasie e piaceri un tantino meno dozzinali; ma tant’è, si vede che è davvero tipico di noi sinistroidi sopravvalutarlo
In ogni caso, la mia personale posizione sulla prostituzione è che.fuori dai casi in cui costituisce sfruttamento di persone che non hanno scelta (cioè della stragrande maggioranza delle situazioni, questo va detto), in qui rari casi in cui si tratti di una libera scelta di due adulti, siamo di fronte ad una situazione privata. Questo in generale.

Tuttavia, ci sono elementi ben precisi per cui ritengo che il puttaniere di Arcore debba rispondere all’opinione pubblica, e questo aldilà degli esiti di un procedimento penale che –bah, mi sbaglierò, ma- mi pare destinato a finire in nulla.

Primo: e la Famiglia?
Politicamente parlando, Berlusconi, è innegabile, si è posto più volte come l’alfiere dei valori cattolici, in particolare della Famiglia. D’accordo, siamo in un paese in cui i difensori della famiglia tradizionale sono divorziati e pluridivorziati (Berlusconi, Casini, Fini; curioso, a sinistra ci sono solo matrimoni di ferro fra i vari leader che rapidamente si susseguono); e va bene, concediamo pure qualcosa a quel capolavoro di doppia morale in cui gli italiani hanno trasformato il cattolicesimo (rispettoso, come ateo, dell’altrui religione, ritengo infatti che il rapporto non sia inverso; potremmo discuterne, tuttavia).
Che però si continui ad accreditargli questa figura di difensore della Famiglia, da parte del mondo credente, mi pare oggi insostenibile. Non è passata che qualche settimana da quando Berlusconi, nel corso di uno dei suoi deliri, ha dichiarato che “un vero cattolico non può essere di sinistra”. Può essere un puttaniere, invece?
Odio richiamare alla coerenza chi la pensa diversamente da me, è terreno scivoloso e intellettualmente poco elegante; ma la doppiezza di pensiero deve avere un limite e, signori credenti, credo proprio l’abbiamo raggiunto. Chiedetevi una volta per tutte se la Famigliacomeistituzione sia più minacciata da qualche gay che chiede di metterne su una, magari con pari diritti e dignità, o dalla torma di impenitenti puttanieri che propagandano fieri il proprio modello, machista e datato, di affettività, valori e divertimento a pagamento.
Io mi limito a buttarvela lì; sono di sinistra e quindi più bacchettone di voi, per definizione. Ma voi interrompete l’orgia, sollevate il capino dalla massa di corpi ignudi, rimettetevi le mutande e ditemi se ho torto.

Secondo: non sapeva fosse minorenne. Giaggià.
Prima di tutto lasciatemi dire che trovo esilaranti le dichiarazioni (i suoi avvocati, la Minetti) che dicono dapprima che non ci ha fatto sesso, poi che in ogni caso non sapeva fosse minorenne. Perché, se ci ha parlato o ballato o giocato a ramino, cambia qualcosa la sua minore età? Se giurate e spergiurate non ci ha fatto sesso, perché mai avrebbe dovuto sapere se era maggiorenne? Che me lo dite a fare? Non sono un principe del Foro, ma ho la vaga sensazione che una difesa del tipo “non ho svaligiato io la gioielleria, e in ogni caso il ricettatore mi ha pagato una miseria per quei gioielli” non sia brillante né efficace.
Poi, entrando nello specifico, è un’affermazione risibile. Per arrivare a lui, secondo le intercettazioni (sì, quelle che lui voleva vietare: te guarda le coincidenze, alle volte), le bagasce di turno dovevano passare una doppia selezione, Lele Mora e Emilio Fede. Che nessuno dei due facesse un minimo di ricerca sull’età, che lui su questo non abbia posto neppure un requisito, che sia normale che tu faccia da magnaccia ad una delle principali cariche dello Stato senza neppure preoccuparti del minimo del requisito legale, beh, vi pare credibile?

Terzo: do you know, decoro? Do you know, ricattabilità?
Berlusconi, cari italioti, è un vostro dipendente. Di tipo particolare, in verità, uno che è delegato a decidere per voi un sacco di cose importanti. Riveste una carica, una delle principali, per il vostro Sato; ci rappresenta davanti all’opinione pubblica interna e internazionale; gode di leggi privilegi speciali, per questo, di cui mi pare abbia fatto largamente uso (modificare leggi a suo vantaggio, per dirne una).
E voi davvero ritenete che in cambio non sia tenuto a mantenere un minimo, ma davvero un minimo di decoro anche nella vita privata? E se questo minimo non è violato da orge con varie puttane di cui alcune minorenni, cosa dovrebbe fare per violarlo?
Niente decoro? Cazzi suoi?
Ok, concediamo pure. Allora che mi dite della posizione di ricattabilità in cui si è messo? Neppure di questo vogliamo chiamarlo a rispondere, questo dipendente?
Se una procura di magistrati un minimo motivata (e su questo non c’è dubbio) con strumenti alla portata di uno dei ministeri più scalcagnati, la Giustizia, del mondo occidentale, ha potuto inchiodare questo genio alla proprie malefatte, cosa avrebbe potuto fare un agguerrito servizio segreto di un qualsiasi Paese che tratti affari con l’Italia? Quanto ci si mette a procurarsi delle immagni, infiltrando una qualsiasi agente Irina Kosciova che sappia fare un accenno di lap dance e un pompino come si deve?

Mi corre un brivido a pensare, tanto per dirne una, a come un dossier nelle mani di Putin potrebbe influire sugli accordi sul gas; o ricordate con quale inattesa e inspiegabile apertura Gheddafi abbia ottenuto stima, riconoscimenti e contratti negatigli fino a un giorno prima. Badate bene: non è necessario che i ricatti esistano, non vi devo fornire alcuna prova: la sola possibilità che possano esistere costituisce da parte di Berlusconi una tale violazione dei propri doveri da spingere noi, i suoi datori, a defenestrarlo, licenziandolo in tronco per giusta causa. Si affannino poi i sindacati (pardon, gli avvocati) a chiedere il suo reintegro.

"Un puttanaio. Sembra di stare al Bagaglino. Ma è peggio. Un puttanaio. Con Berlusconi che toccava i culi alle ragazze. Ora se quelle cose le fai in camera da letto, sono affari tuoi, ma così, davanti a tutti! Mi chiedo, il giorno dopo, come faccia a lavorare".
Sarà pure una puttana, a parlare. Ma mi sembra che abbia centrato il punto.

Fine del pippone.
 

Ed ecco il pippone su Berlusconi.

Ho tentato di resistere alla tentazione di scrivere il pippone sulle ultime malefatte del Berlusconi. Ieri, col posto che precede questo, ho tentato di sfogare in surreale ironia la rabbia che mi prende.
Non ha funzionato, ragazzi: beccatevi il pippone.

Il punto è che ci risiamo: un Berlusconi ancora più incredibilmente macchiettistico di quello a cui in questi quindici anni ci eravamo abituati si trova al centro di una vicenda che si potrebbe definire boccaccesca (non fosse che il Decamerone ha il suo posto nella letteratura italiana, mentre le miserie di un vecchio miliardario sporcaccione e di giovani fanciulle pronte a compiacerlo a pagamento, immediato o differito, mi ricordano più le macchiette interpretate ogni Natale da Christian De Sica per la gioia dei cinepanettonisti che non se ne perdono uno).

Vi dirò, la tentazione di passare oltre è forte. Sapere che Berlusconi va a puttane (tecnicamente, le puttane vanno a lui, ma non cambia) non aggiunge né toglie nulla ad una figura che già da un bel pezzo inquadro nella tipologia “poveraccio”, e per la precisione “poveraccio miliardario megalomane”.
Oddìo, a dire il vero un po’ stupito che il suo immaginario erotico fossedavvero quello del Drive-In degli anni ’80 e che si diverta e si svaghi a fare il Beruschi sbavante, lo sono. Pensavo che quel modello fosse quello che proponeva al Paese  becero che andava televisivamente formando, ma che lui in privato si concedesse fantasie e piaceri un tantino meno dozzinali; ma tant’è, si vede che è davvero tipico di noi sinistroidi sopravvalutarlo
In ogni caso, la mia personale posizione sulla prostituzione è che.fuori dai casi in cui costituisce sfruttamento di persone che non hanno scelta (cioè della stragrande maggioranza delle situazioni, questo va detto), in qui rari casi in cui si tratti di una libera scelta di due adulti, siamo di fronte ad una situazione privata. Questo in generale.

Tuttavia, ci sono elementi ben precisi per cui ritengo che il puttaniere di Arcore debba rispondere all’opinione pubblica, e questo aldilà degli esiti di un procedimento penale che –bah, mi sbaglierò, ma- mi pare destinato a finire in nulla.

Primo: e la Famiglia?
Politicamente parlando, Berlusconi, è innegabile, si è posto più volte come l’alfiere dei valori cattolici, in particolare della Famiglia. D’accordo, siamo in un paese in cui i difensori della famiglia tradizionale sono divorziati e pluridivorziati (Berlusconi, Casini, Fini; curioso, a sinistra ci sono solo matrimoni di ferro fra i vari leader che rapidamente si susseguono); e va bene, concediamo pure qualcosa a quel capolavoro di doppia morale in cui gli italiani hanno trasformato il cattolicesimo (rispettoso, come ateo, dell’altrui religione, ritengo infatti che il rapporto non sia inverso; potremmo discuterne, tuttavia).
Che però si continui ad accreditargli questa figura di difensore della Famiglia, da parte del mondo credente, mi pare oggi insostenibile. Non è passata che qualche settimana da quando Berlusconi, nel corso di uno dei suoi deliri, ha dichiarato che “un vero cattolico non può essere di sinistra”. Può essere un puttaniere, invece?
Odio richiamare alla coerenza chi la pensa diversamente da me, è terreno scivoloso e intellettualmente poco elegante; ma la doppiezza di pensiero deve avere un limite e, signori credenti, credo proprio l’abbiamo raggiunto. Chiedetevi una volta per tutte se la Famigliacomeistituzione sia più minacciata da qualche gay che chiede di metterne su una, magari con pari diritti e dignità, o dalla torma di impenitenti puttanieri che propagandano fieri il proprio modello, machista e datato, di affettività, valori e divertimento a pagamento.
Io mi limito a buttarvela lì; sono di sinistra e quindi più bacchettone di voi, per definizione. Ma voi interrompete l’orgia, sollevate il capino dalla massa di corpi ignudi, rimettetevi le mutande e ditemi se ho torto.

Secondo: non sapeva fosse minorenne. Giaggià.
Prima di tutto lasciatemi dire che trovo esilaranti le dichiarazioni (i suoi avvocati, la Minetti) che dicono dapprima che non ci ha fatto sesso, poi che in ogni caso non sapeva fosse minorenne. Perché, se ci ha parlato o ballato o giocato a ramino, cambia qualcosa la sua minore età? Se giurate e spergiurate non ci ha fatto sesso, perché mai avrebbe dovuto sapere se era maggiorenne? Che me lo dite a fare? Non sono un principe del Foro, ma ho la vaga sensazione che una difesa del tipo “non ho svaligiato io la gioielleria, e in ogni caso il ricettatore mi ha pagato una miseria per quei gioielli” non sia brillante né efficace.
Poi, entrando nello specifico, è un’affermazione risibile. Per arrivare a lui, secondo le intercettazioni (sì, quelle che lui voleva vietare: te guarda le coincidenze, alle volte), le bagasce di turno dovevano passare una doppia selezione, Lele Mora e Emilio Fede. Che nessuno dei due facesse un minimo di ricerca sull’età, che lui su questo non abbia posto neppure un requisito, che sia normale che tu faccia da magnaccia ad una delle principali cariche dello Stato senza neppure preoccuparti del minimo del requisito legale, beh, vi pare credibile?

Terzo: do you know, decoro? Do you know, ricattabilità?
Berlusconi, cari italioti, è un vostro dipendente. Di tipo particolare, in verità, uno che è delegato a decidere per voi un sacco di cose importanti. Riveste una carica, una delle principali, per il vostro Sato; ci rappresenta davanti all’opinione pubblica interna e internazionale; gode di leggi privilegi speciali, per questo, di cui mi pare abbia fatto largamente uso (modificare leggi a suo vantaggio, per dirne una).
E voi davvero ritenete che in cambio non sia tenuto a mantenere un minimo, ma davvero un minimo di decoro anche nella vita privata? E se questo minimo non è violato da orge con varie puttane di cui alcune minorenni, cosa dovrebbe fare per violarlo?
Niente decoro? Cazzi suoi?
Ok, concediamo pure. Allora che mi dite della posizione di ricattabilità in cui si è messo? Neppure di questo vogliamo chiamarlo a rispondere, questo dipendente?
Se una procura di magistrati un minimo motivata (e su questo non c’è dubbio) con strumenti alla portata di uno dei ministeri più scalcagnati, la Giustizia, del mondo occidentale, ha potuto inchiodare questo genio alla proprie malefatte, cosa avrebbe potuto fare un agguerrito servizio segreto di un qualsiasi Paese che tratti affari con l’Italia? Quanto ci si mette a procurarsi delle immagni, infiltrando una qualsiasi agente Irina Kosciova che sappia fare un accenno di lap dance e un pompino come si deve?

Mi corre un brivido a pensare, tanto per dirne una, a come un dossier nelle mani di Putin potrebbe influire sugli accordi sul gas; o ricordate con quale inattesa e inspiegabile apertura Gheddafi abbia ottenuto stima, riconoscimenti e contratti negatigli fino a un giorno prima. Badate bene: non è necessario che i ricatti esistano, non vi devo fornire alcuna prova: la sola possibilità che possano esistere costituisce da parte di Berlusconi una tale violazione dei propri doveri da spingere noi, i suoi datori, a defenestrarlo, licenziandolo in tronco per giusta causa. Si affannino poi i sindacati (pardon, gli avvocati) a chiedere il suo reintegro.

"Un puttanaio. Sembra di stare al Bagaglino. Ma è peggio. Un puttanaio. Con Berlusconi che toccava i culi alle ragazze. Ora se quelle cose le fai in camera da letto, sono affari tuoi, ma così, davanti a tutti! Mi chiedo, il giorno dopo, come faccia a lavorare".
Sarà pure una puttana, a parlare. Ma mi sembra che abbia centrato il punto.

Fine del pippone.
 

Un attimo di spaesamento.

L’Italia guidata da un leader cinico, borioso, infoiato, al centro di un harem di troiette, che sembra governare solo per concedere appalti ad una famiglia molto, molto largamente intesa.
In Parlamento, una maggioranza largamente infiltrata da corrotti, mafiosi, puttanieri e incocainati, si contrappone ad una minoranza che passa il tempo a chiedersi chi è, dove va e perché gli italiani non abbiano più fiducia in lei, col risultato di perdere anche la fiducia di chi –come me- gliela da per abitudine.
Conti pubblici in rapido declino, diciamo pure a un passo dal baratro.
Una tv volgare, clientelare, pecoreccia.

Ma, vuoi che…?


Apro il portafoglio, ci sono dentro dei fazzolettoni da cinquanta, ma c’è scritto “Euro”, hanno meno zeri e sono più brutti delle lire.
Accendo la tv, ci sono “Uomini e donne” e “Il Grande Fratello” al posto del “Drive In” con le sgallettate di turno.
L’Inter è considerata squadra vincente.

No, non siamo tornati agli anni ’80, posso smettere di cercare i telefilm “Colombo” alla tv.

Però, in una Hammamet, io un po’ ci spero.