Figure storiche 29: la tempesta di ghiaccio

Ve lo dico subito per spegnere le possibili aspettative di dramma e brivido che l’espressione “tempesta di ghiaccio” potrebbe evocare: non si tratta di un racconto drammatico sullo scatenarsi delle forze della natura. E’ piuttosto un racconto grottesco, trattandosi di me.

Meteorologicamente parlando, il fenomeno, per quanto non frequente, non è per niente eccezionale; in effetti, è piuttosto semplice. Una temperatura particolarmente bassa si prolunga abbastanza a lungo da raffreddare il paesaggio, inteso come terreno, muri delle case, fili del telefono, tutto. In questo stato di cose, le precipitazioni sono impossibili. Tuttavia, un aumento delle temperature repentino potrebbe portare l’umidità a precipitare in forma di pioggerella -ma anche di nebbia- prima che la temperatura del terreno sia cambiata. A questo punto, l’umidità ghiaccia non appena tocca il suolo o un qualsiasi oggetto, senza avere il tempo di scorrere via o di formare pozze, rigagnoli o quant’altro. Di fatto, in questo modo, tutto si ricoprirà in maniera uniforme di una specie di patina di ghiaccio liscia come il vetro, come fosse stato spruzzato con lo spray. L’effetto finale, al suolo, sono strade che sembrano normali ma che sono smerigliate come fosse marmo.
Tutto questo, in realtà, l’ho appeso dopo.

Sì, perché quella sera, rientrando in auto a casa, del fenomeno non sapevo niente; sapevo solo che c’era una leggera pioggerella sottilissima sulla strada in salita (una mulattiera in ciottolato, in effetti) che costituisce l’ultimo tratto prima del borgo di mezzamontagna dove mi sono da anni rintanato ad abitare (dopo essere stato abitante della caotica, multietnica e affollatissima via Padova, Milano. Non sono tipo da vie di mezzo, a quanto pare).
La prima salita, per quanto ripida, è dritta: noto sì che le gomme fanno un paio di giri a vuoto: ma controllo di avere inserito il 4X4 (talvolta me ne dimentico e la presa delle ruote diventa intermittente) e, constatato che non me ne sono dimenticato, procedo.
Al primo serio tornate (curva a gomito, pendenza decisamente ripida) l’auto inizia a sculettare come una diciassettenne ad Arcore (ma gratis, in questo caso), poi come una baiadera ubriaca, infine sbanda, slitta e pattina come una vacca tarantolata su un pavimento appena tirato a cera. Di fatto, verso metà della rampa ne ho perso il controllo, sono quasi di traverso e decido di pestare coi due piedi sul freno per bloccarmi; freno a mano, bestemmia con un fil di voce, tensione nell’abitacolo.

Faffo, seduta di fianco a me, è così cosciente del dramma da non avere neppure tentato di profferire uno di quei consigli tipo “stai atento, neh?” o “ma non riesci ad andare dritto?” che in questi casi non si fanno mai mancare ad un automobilista nel panico, e che normalmente sortiscono l’effetto di lasciarlo nel panico e farlo anche incazzare, col che se ne va a ramengo la sua residua lucidità. Con un filo di voce, suggerisce che mentre io penso a come uscire da questo casino –e soprattutto prima che io ci provi- lei potrebbe uscire, anche per alleggerire l’auto. Che è una cosa che, se gliel’avessi suggerita io, avrei scontato fino alla fine dei miei giorni: puoi suggerire alla tua compagna ogni tipo di turpitudine sul suo conto, ma non un eccesso di peso.
Rimango quindi in auto con Gaia, che dormiva sul sedile dietro e che adesso pigola “pa-pàaa” con una voce che suggerisce che se io ho vissuto un consistente numero di stagioni, a lei, neofita della vita, non dispiacerebbe vederne ancora qualcuna. Insiemene guardiamo la mamma arrampicarsi a quattro zampe –non sto esagerando- per il sentiero fino a raggiungere il primo tratto pianeggiante.

Ora tocca a me: e io procedo con la prassi dei casi di mergenza, cioè colloquiare con le divinità, diciamo, in maniera conflittuale, ecco; e questo soprattutto perché mi rendo conto che una controllata marcia indietro è del tutto sconsigliabile, perché sono quasi certo che, alla prima perdita di aderenza, l’auto scivolerebbe a gran velocità, totalmente priva di controllo verso il muretto del tornante. Se invece cerco di salire, forse, sgommando e sbandando, posso riuscire a restare in carreggiata senza precipitare nel pascolo sottostante, dove la presenza della mia auto il mattino dopo sarebbe stata disapprovata dalle pecore che quel prato frequentano.
Una fulminea conversione ad una qualsiasi religione monoteista, una serie di sentitissime preghiere (si potrà essere ondivaghi, in materia!), inserimento del blocco del differenziale e via: giù il freno a mano, gioco di volante, polso e destrezza…

E va bene, sto scherzando: altro che destrezza, non chiedetemi come un guidatore mediocre come ma abbia potuto domare qual cavallo imbizzarrito che era diventata la mia auto su quella salita. Ma in qualche rocambolesco modo ce l’ho fatta.
Così, diminuita la pendenza, ho avuto modo di riprendere a bordo le mia donna, e di proseguire verso casa, non senza qualche occasionale scodinzolamento.

Arrivato a casa, scaricate compagna e figlia, mi manca di raggiungere la piazzetta del borgo, fare manovra per invertire la marcia e finalmente parcheggiare: dopo quello che avevo passato, mi figuravo, una bazzecola, dato che la pendenza della piazzetta è molto più modesta del tratto di mulattiera appena percorsa. Errore, come avrei scoperto di lì a poco.
Infatti, appena giunto in piazzetta e girato il muso dell’auto verso sinistra, normalmente inizio la marcia indietro con sterzo che mi mette in grado di ripartire in direzione opposta a quella da cui venivo. E anche stavolta inizio la marcia indietro: peccato però che più che una marcia si trattasse di uno scivolamento indietro  del tutto involontario e del tutto fuori dal mio controllo.
E’ vero infatti che la pendenza della piazzetta è poco pronunciata; ma è vero anche che la pavimentazione è stata recentemente rifatta ad opera del Comune con un ciottolato più fine, composto da pezzi più piccoli e meno irregolari, praticamente una cazzata visto che siamo in un borgo montano.
Praticamente, con lentezza ma senza possibilità di fermarla, l’auto inizia a scivolare pigramente ma ostinatamente all’indietro e a nulla valgono frenate, sgommate, saracche in turco (con tanti saluti alla mia recente conversione) e improperi. La preoccupazione cede presto al terrore quando mi rendo conto che dietro a me si staglia il muretto di recinzione del vicino Nicola; e, peggio ancora, se riuscissi sterzando (usando le ruote anteriori a mo’ di sci) ad evitarlo, mi attende una stradina molto, molto ripida imboccando la quale non ho la minima idea di quale velocità potrei prendere prima di schiantarmi contro una casa cinquanta metri più in basso. Sicché, con un’espressione più incredula che disperata, punto verso il muro del vicino, a costo di rimetterci ancora una volta (chi mi conosce sa di cosa parlo) la carrozzeria.

E qui avviene il secondo miracolo: com’è, come non è, l’auto si appoggia mollemente contro quel muretto senza in pratica danneggiare la carrozzeria (probabilmente ha toccato per prima la protezione laterale in benedetta plastica) e, ancora più inspiegabilmente, si ferma.
Riprendo quindi la respirazione polmonare, che avevo momentaneamente interrotto per lo stupore, e perché troppo impegnato a scivolare all’indietro su un’auto fuori controllo; l’improvvisa ossigenazione che ne deriva mi permette al mio cervello di capire che mai e poi mai avrei potuto pensare di tornare verso la piazzetta per ritentare la manovra.
Da dove sono, piuttosto, mi si apre una via del tutto pianeggiante che costeggia il lungo (cento metri? Centocinquanta?) muretto del vicino, che regge una recinzione a sbarre.  Solo al termine di quella recinzione c’è un piccolo spiazzo dove mi sarà possibile mollare l’auto  e rincamminarmi verso casa. Mi dirigo in quella direzione.

Parcheggio, e vi risparmio la descrizione della manovra, limitandomi a dire che sembravo, data la natura infida del terreno e la tensione dei miei nervi, un neopatentato di ottantasette anni che parcheggia in un loculo.
Tra l’altro, solo al termine del parcheggio mi accorgo che il cane è ancora in auto e che mi guarda con uno sguardo che dice, più o meno, io ho fiducia in te, sei il mio padrone, ci mancherebbe; ma guarda che l’ho capito che stavamo per ammazzarci.

La parte bella viene quando finalmente scendo dall’auto e per prima cosa constato che le mie scarpe non fanno più presa sul ciottolato di quanta ne facessero le gomme: lo constato rialzandomi da terra, per la precisione.
Praticamente, e vi prego di visualizzare la scena, percorro tutta la distanza fino alla famosa piazzetta spostando le mani da una sbarra all’altra della recinzione del vicino e pattinando intanto in maniera incontrollata e priva di coordinazione  coi piedi. E ovviamente sono senza guanti, e le sbarre sono gelate.

Arrivo alla piazzetta, aldilà della quale c’è casa mia, con Faffo affacciata alla finestra che è rapidamente passata dalla preoccupazione per la mia sorte (non vedendo più l’auto) al divertimento per la mia camminata da uomo-ragno degli spastici. Attraversata la strada, c’è finalmente casa mia, e la possibilità di inseguire Faffo con un mocio per batterla come si conviene con una compagna tanto irrispettosa.

Ma la cosa è più facile a dirsi cha a farsi, perché una volta abbandonata la presa sull’inferriata del muretto di Nicola l’attraversamento di quei due-tre metri della strada in pendenza è reso improbo dalla totale assenza di appigli, per le mani come per i piedi.
Faccio un paio di tentativi, ma, come quei bambini che hanno troppo freddo per entrare in piscina, mi ritrovo abbarbicato al mio fido muretto. Niente da fare, la suola delle scarpe scivola senza la minima presa.
Sto quasi per rassegnarmi a strisciare sul ciottolato ghiacciato (col rischio di scivolare a valle a pelle di leone, come nel Secondo Tragico Fantozzi) quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato. Non so se funzionerà, ma decido che è la cosa migliore da provare.
Estraggo quindi una scarpa e la poso delicatamente a terra prima di togliermi le calze.

A questo punto, fate uno sforzo di immaginazione e cercate di visualizzare l’espressione che mi si dipinge in faccia nel vedere la scarpa avviarsi, lentamente ma senza incertezze, lungo la strada ghiacciata in pendenza, scivolando verso valle. E già che ci siete, immaginatemi attaccato alle sbarre, su un piede solo, che guardo impotente la mia scarpa imboccare la strada, piegare alla curva come un bob in pista, scomparire alla mia vista mentre Faffo impietosa sghignazza alla finestra.
La seconda scarpa l’ho lanciata in giardino, poi, scalzo e incerto, a quattro zampe ho attraversato la stradina e mi sono attaccato al mio muretto, per poi entrare in casa a correre a farmi un pediluvio bollente.

La mia avventura ha avuto anche un breve epilogo il giorno dopo: Nicola, il vicino di casa, nel raccontare la sua discesa mattutina a piedi verso il paese (non meno avventurosa del mio rientro della sera prima visto che si è svolta nelle medesime condizioni post-tempesta di ghiaccio) così commentava: “In ogni caso dev’essere successo un casino giù in paese: c’era addirittura una scarpa per strada!”

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8 responses to this post.

  1. Posted by Aliceland on gennaio 29, 2011 at 4:18 pm

    Ma la Faffo dice neh?

    Rispondi

  2. Posted by pbagnoli on gennaio 29, 2011 at 6:35 pm

    Ricordo una roba del genere durante la marcia invernale quando ero militare a Trento, ma devo dire che i Vibram delle truppe alpine di cui facevo parte erano grandiosi per qualità del "grip" sui ciottoli della Paganella, lisci e coperti di ghiaccio vetrificato.
    Eccellente descrizione, come sempre caro Xantro; addirittura commovente la solidarietà femminile di cui sei stato oggetto e che mi ha ricordato, in certi punti, certe descrizioni "familiari" del grande Giovannino Guareschi di cui, ti piaccia o no (soprattutto per disomogeneità politica), sei ormai definitivamente l'erede!

    Rispondi

  3. Posted by anonimo on gennaio 29, 2011 at 7:33 pm

    Grazie. No, davvero. Grazie. Penso che l'immagine della scarpa continuerà a farmi ridere sino a domattina, anche nel sonno. (soprattutto perché la faccenda si è conclusa in maniera pressoché incruenta 🙂 )

    Rispondi

  4. Posted by anonimo on gennaio 30, 2011 at 10:20 am

    gelicidio si chiama, quella roba lì.
    ora so che fa anche ridere 🙂
    lup

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  5. Posted by anonimo on gennaio 30, 2011 at 10:33 am

    oh ma che scelta indovinata andare a vivere a culandia-broncobicogno!!! considerato poi che da 'ste parti l'inverno dura mediamente otto mesi all'anno mi sembra una bella prospettiva! dopo aver letto questo racconto (fantastico sandro, la tua "penna" mi fa sempre scompisciare) mi viene quasi nostalgia di viale brianza a milano con il suo interminabile traffico-smog-rumore-profumo di tubo di scarico auto. Però la metro ti lasciava a cento metri da casa e al sesto piano ci arrivavi comoda comoda in ascensore. Certo non avevi le pecore sotto casa ma ti assicuro che tra cani, gatti, bagherozzi e ragni la fauna non mancava, vero faffo??

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  6. Posted by anonimo on febbraio 1, 2011 at 11:14 pm

    mi permetto di suggerirVi di dotarvi di una bombola da 800 litri portatile di liquido scongelante per vetri per auto… in questo modo potreste scongelare tutta la mulattiera.

    un anonimo monzese

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  7. Posted by anonimo on febbraio 4, 2011 at 2:19 pm

    Caro zio Sandro,
    sei veramente carino a esaudire la mia richiesta così velocemente e crearti immediatamente una figura storica da raccontarmi.
    In molte parti mi ha fatto davvero molto ridere, soprattutto quando perdi la scarpa.
    Però in altre parti mi ha davvero spaventato: ti prego non metterti più in situazioni così pericolose: mi accontento di figure storiche in cui non rischi la vita!
    Giorgio.

    Rispondi

  8. Posted by anonimo on febbraio 12, 2011 at 9:24 am

    No aspetta un momento.
    Sai che ti sono amico: malgrado io abiti in Austria e tu sulla parete nord del massiccio dell'Annapurna, abbiamo persino considerato (qualche secondo) di vederci, per capodanno.
    Detto questo, la cosa che più ammiro di te è racchiusa nella frase che sto per riportare. E' un insieme di creatività, ingegno mal calibrato e assenza quasi totale di buonsenso.
    "quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato."
    Mi chiedo, ancora adesso che la frase ha sedimentato nella mia limacciosa mente da sabato mattina, quanto genio deve esserci nel pensare di farsi a piedi nudi del terreno straghiacciato.
    Sei un trionfo di anticonformismo mentale. Nella improbabile eventualità che non ti porti ad una serie di incidenti gravi, ti renderà un ottantenne notevole.
    Iorek

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