Archive for aprile 2013

Due smargnifoni e un funerale.

[Warning: segue pippone. Siete avvisati, proseguite solo se amate il genere.]

Il funerale è quello del PD, ed è pure di terza classe. C’è ben poco da difendere nell’indecoroso, imbarazzante, autolesionista spettacolo di venerdì scorso.

Mi preme dire che ho inizialmente considerato l’impallinamento di Marini una –per quanto inopportuna- manifestazione di vitalità di un partito i cui vertici han preso un bel granchio ma i cui parlamentari hanno avuto la decenza di metterci la pezza, a costo di far brutta figura. Insomma, ho pensato alla cerebrolesa disciplina con cui la destra ha votato in parlamento la nipotanza di Ruby con Mubarak e tutto sommato mi son consolato.

Poi è arrivato Prodi: un nome che non ho condiviso –per quanto son convinto che avrebbe fatto un buon lavoro, l’ha sempre fatto- perché espressione di un’arroganza che avrei trovato molto berlusconiana. Imporre un candidato di sinistra a torto o ragione odiato a destra avrebbe creato un gran brutto precedente; se poi, fra sette anni, a parti invertite, la destra avesse eletto Sgarbi, Brunetta o la Gelmini (dirli tutti e tre di fila mi provoca il disgusto di quando sollevi un sasso e ne sfuggono scarafaggi –hew!) la colpa sarebbe stata di quella scelta del PD. Lo so benissimo che l’attuale destra lo farebbe (e lo farà) senza bisogno di alcuna scusa, ma non è un buon motivo per fornirgliene; se non si fanno questioni di correttezza istituzionale non si è migliori dei propri impresentabili avversari.
Però poi Prodi è stato impallinato per motivi ben più bassi, una congiura di sapore così Baffetto-staila che non ho bisogno di prove per sapere sotto casa di chi andare col secchio di pece e le piume. Era uno sbaglio, ma non è per una congiura che ci si doveva ravvedere.  “L’è pezo el tacòn del buso”, avrebbe detto la me mama, veneta del Poesine.

Oggi dall’interno e dall’esterno ascolto spiegazioni su perché Rodotà non poteva essere votato.
Sarà, mi dico. Ma –uno- com’è che nessuno (e quando dico “nessuno” intendo “Bersani”, lo dico per i pochi che non abbiano chiaro che sono sinonimi) ha sentito il dovere di spiegarmelo? E –due- fra fallire nel tentare di eleggere il migliore dei candidati e fallire accoltellandosi fra parlamentari e grandi elettori dello stesso partito, boh, a me pare chiaro cosa sarebbe stato meglio.

Di fatto, fra me e il PD sarà il caso di prendersi una pausa, come si diceva al liceo al fidanzato/alla fidanzata che non si reggeva più.

Però, però;  ne ho per tutti, l’ho detto. Ne ho anche per gli altri due smargnifoni.

Perché, se è vero che Grillo ha alla fine appoggiato il candidato migliore, l’ha fatto con tale ritardo e facendo precedere la sua supposta apertura al Pd da una tale serie di rifiuti di dialogo, insulti e umiliazioni verso quel partito (e quindi verso i suoi elettori, fra cui ci sarei anch’io) da farmi concludere che si sia trattato solo di un’apertura strumentale, insincera, un bluff che come tutti i bluff si basa sulla convinzione –vincente, in questo caso- che l’avversario non abbia il coraggio di chiedere di vedere le carte.
D’altra parte la manovra è in perfetta coerenza col sinteticissimo programma politico di Grillo, cioè “tuttiacasaAH!”.
Ora, lungi da me rimproverargli la sua coerenza o negare la legittimità politica delle manovre per mantenerla. Sia solo chiaro che lo stato di cose in cui siamo e il governo delle larghe intese che sta per nascere, con i possibili orrori che ne deriveranno (una bella legge sulle intercettazioni da votare con Berlusconi, tanto per dirne uno) sono responsabilità del Movimento5Stelle non meno di quanto lo siano del PD. Che il M5S lo abbia fatto per scaltra scelta e non per castroneria come il PD non ne solleva di un grammo la responsabilità. Anzi.
Certo, il collo sul ceppo ce l’ha messo il PD; ma la mannaia di Grillo avrebbe potuto essere rivolta al Caimano. Il rischio sarebbe stato di cavare le castagne dal fuoco al PD; si è scelto il bersaglio facile, e anche qui scelta legittima, ci mancherebbe. Però, se è vero che i voti il M5S li ha raggranellati soprattutto a sinistra, beh, magari un paio di spiegazioni al proprio elettorato, che si ritroverà Berlusconi al governo, dovrà anche darle.

Chi invece non da spiegazioni, per la semplice ragione che nessuno nel suo schieramento (ma neppure nel Paese, se è per quello) è titolato a chiedergliele, è Berlusconi. I suoi, senza fare un plissé, hanno votato compatti e disciplinati Marini, la Cancellieri, avrebbero votato D’Alema, Paperoga o Darth Vader, bastava che lo chiedesse il Capo per i suoi motivi.
Mentre i sostenitori del PD si stracciavano le vesti, occupavano le sedi di partito, bacaiavano come mona (sempre le mie radici venete, non fateci caso), di là calma piatta, silenzio assoluto, Padrone-dicci-cosa-fare-anzi-fallo-direttamente-tu. Se mi ha imbarazzato il PD, non vi dico la repulsione che ho per i servi di Berlusconi.
Ma a lui, nessuno ha mai pensato di chiederlo, “perché no Rodotà”? No, certo, al PD si sminuzzano i maroni con la mezzaluna su quel mancato appoggio, ai Berluscones non si chiede nulla perché nulla ci si aspetta da loro se non il tenace perseguimento degli inconfessabili cazzacci loro. Normale, no?
E che niente possa venire di buono da un’intesa parlamentare con loro sta già a dimostrarlo la prima dichiarazione di Alfano sul governo venturo, tutta centrata sull’emergenza delle emergenze: no, non il lavoro. Neppure i cassintegrati da pagare. Come dite? L’evasione fiscale, i tagli agli sprechi, la riduzione dei costi della politica? Naaa, avete capito male: l’IMU, signori, l’IMU non solo da abolire per tutti indistintamente (pensionati con la minima come miliardari da una villa a figlio, di media tre per ognuno dei due-tre matrimoni)  ma addirittura da restituire, tanto si soldi dal bilancio ci avanzano ecché sarà mai? Capito la prima preoccupazione del grande Statista? Pagare in soldoni nostri i debiti di riconoscenza suoi, cinico e spudorato, come se avesse vinto lui e governasse col monocolore forzitaliota.

I colpevoli di quello che stiamo per affrontare, cari concittadini, vanno certamente ricercati nell’inadeguata classe dirigente del PD e nell’illusa dabbenaggine di chi li ha votati, non ultimo chi sta scrivendo.
Ma fatemi un piacere: non dimenticate di mettere da parte, dopo la giusta lapidazione della Sinistra, un paio di sassi delle dimensioni di un uovo d’alce (cit. W. Allen). Perché anche i due smargnifoni che ora pensano a quanti voti lucrare dal crollo della sinistra hanno qualcosa di cui risponderci, per quanto facciano finta di niente.

Finito il pippone, andate in pace.
Ah, andando via, dareste un calcio a questo sgabello? Poi allontanatevi, che non so che giro mi farà fare questa corda.

Non ci provate nemmeno.

Dev’essere andato più o meno così, il colloquio:
Ti conosco, mascherina.”
“No, sono io che ti conosco e so che immenso coglione tu sia. Quindi ora calmati e stai a sentire cosa voglio tu faccia.”
“Sì. Scusa.”

Quando alle primarie ho sostenuto che sarebbe stato meglio votare Renzi, supponevo di avere ragione. Quello che non sapevo è che avrei avuto ragione -e da vendere- anche se avessi sostenuto la candidatura di Topo Gigio.

La tragicomicità del suicidio politico di Bersani può essere resa solo riciclando una vecchia barzelletta.
“Senito? Si è suicidato il Segretario.”
“No! Ma come?”
“Impiccandosi.”
“Ma no.”
“Giuro, ero lì quando l’han tirato giù. Aveva la testa piena di bitorzoli, oltretutto.”
“Bitorzoli?”
“Si è impiccato con un elastico.”

Sorrido, ma sono furente.
E lo dico pubblicamente: se viene eletto Presidente dalla Repubblica un nome diverso da Rodotà, a partire dalla prossima tornata elettorale mi faccio un giro così largo lontano dal PD che quando torno la Serracchiani è bisnonna.