Archive for ottobre 2014

Anche se in ritardo, recensisco

Ho visto “Le Cronache di Narnia” dopo anni dalla sua uscita a causa dei bambini. Nel senso che prima erano piccoli per essere portati al cinema e ora sono abbastanza grandi per chiagnere “voio vede’e QUELLO”.
Ne consegue che la mia recensione non sarà attuale; ma cercherò di compensare con finezza di analisi.
Sì, perché giudicando dalle immagini  fantasy lavorate con la  grafica digitale, dallo sviluppo e complessità della trama, dalla fluidità della sceneggiatura per finire con la recitazione credo onestamente di dover dire che una cagata simile non l’avevo mai vista.

Almeno lo spelling, suwwia!

Ok, mi rendo conto che non è un argomento di importanza capitale ma -che volete?- ultimamente sono piuttosto in pace col mondo o forse mi sento solo consapevole che quelli che hanno ben chiaro cosa non va su questo pianeta e sanno esattamente cosa fare per rimediare prima o poi tirano in ballo un argomento a scelta fra la triade signoraggio (un po’ in calo), scie chimiche (attualissimo) e l’11 settembre come organizzato ed eseguito dalla CIA per vedere un tocco di cielo più ampio (un classico che non accenna a tramontare).
Nel mio piccolo invece sento di potere coraggiosamente affrontare un argomento alla mia portata: lo spelling della lettera V.
Siete anche voi di quelli che la chiamano “vu”. E se sì, perché?
O meglio, perché cazzo?

In italiano è “vi”, non “vu”.  Ve lo ricordate l’alfabeto? Io sì, almeno alcuni pezzi; e so che si conclude con “ti-u-VI-zeta”.
Sarà magari “vu” in francese, ma lo spelling non è esattamente l’ambito in cui valga la pena di sfoggiare la vostra erudita padronanza di quella lingua così sciarmànt.
Poi io magari ci metto del mio ogni volta che interpreto “vu” come “w” ma dovete ammettere che quando fate lo spelling di un indirizzo email con “vuvuvù” intendete “www” e non “vvv”.

Insomma, non sono io che sbaglio i codici fiscali, siete voi che siete strambi.

Poi gli mettono il caschetto.

Paraggi della scuola elementare, dove ho appena lasciato quella che deve per forza essere mia figlia, visto che mi ha chiesto di farle un disco e assieme a svariate canzoni dello Zecchino d’Oro e da Frozen vuole due canzoni dei Pixies (ammmore!).
In auto, la strada principale fa una curva e io mi ci immetto da una laterale nello stesso senso di marcia, quindi, guardando per bene a sinistra per dare la precedenza.
Mi rivolto guardando in avanti, a qualche metro da me c’è una mamma in bici con bimbo sul seggiolino, che risale contromano la corsia; si noti, la strada è larga e a doppio senso.
Suono col clacson in polemica, mi sgrana gli occhioni scocciata.
Abbasso il finestrino nel momento in cui mi passa accanto e le spiego che quello che ha fatto è pericoloso e che ha tutto il diritto di ammazzare sé stessa e prole ma non di utilizzare me per farlo. Mi risponde “ma io l’ho vista arrivare; e andavo piano!”

Dev’essere una di quelli convinti che se chiudi gli occhi diventi invisibile.

[Questo post segue idealmente “Intolleranza 05: il ciclista contromano” e precede il futuro “Com’è che adesso sono in galera“)

L’arte del prezzaggio nel fast food.

Da Burger King (bella cena la mia, eh?) oggi una confezione di Chili Cheese da quattro pezzi costa 1,50 €; quella da sei pezzi 3,50.
“Scusi, ho letto bene?”
“Sì, quella piccola è in offerta.”
“Capisco.”
“Allora gliene do una da quattro o una da sei?”
“No, ne vorrei DUE da quattro per 3,00.”
Mi guarda perplessa.

Si vede che è una dell’ufficio marketing -quello che ha deciso questo brillante prezzaggio- che sta coprendo il turno di un cassiere ammalato.
Così tutto si spiega.