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Con tutta la simpatia di noi gobbi.

Dopo lo 0-2 di San Siro (Lllorrente, Tevez) alcune brevi considerazioni, più una già più lunga.

Primo: se nel calcio il gol fosse un particolare, il Milan avrebbe meritato i 3 punti. Ma non lo è.
Secondo: quel numero 10 sulle spalle di Tevez inizia a non sembrarmi piú tanto strano.
Terzo: i milanisti l’hanno applaudito, lo scimmione, alla sua uscita. Beh, chapeau a loro.

A latere, un pensiero che dal calcio sconfina: Tevez, come tutti sanno, tre anni fa era già del Milan, tutto fatto. Ma si preferì confermare Pato, che trombava con la figlia del Presidente. Oggi Pato credo sorvegli le borse dei compagni mentre quelli giocano, in non so quale squadra -non di vertice- brasiliana; Tevez, beh, gioca in una maniera semplicemente mostruosa, e alla sua non verde età solo per monumentale idiozia del CT argentino non farà i mondiali.
Il che dimostra, anche a quelli che il lunedì preferiscono parlare di calcio invece che di politica, almeno due cose che in questa sede ma per altri motivi da tempo vado sostenendo: che il conflitto di interessi di chi prende decisioni lo paga chi da quelle decisioni lecitamente si attendeva il meglio; e che Berlusconi, con buona pace dei suoi generosi sostenitori, è da tempo rincoglionito.

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La vita è tutta una disillusione.

Ferito e mesto, sento che baratterei volentieri la recente fantastica vittoria di Civati alle primarie del PD per la qualificazione della Juventus agli ottavi di Champions League.
(Aspettate, mi fanno segni dalla regia…)

Ma Balotelli de che?

Certo che vendere Ibra (uno che ha vinto tutto e che da solo fa il gioco di una squadra) per 21 milioni e comprare qualche mese dopo Balotelli (uno che oltre ad avere vinto per ora una cippadiminchia da anche problemi di gestione ai suoi allenatori) per 20 da l’idea di che gran genio sia Berlusconi.
O, visto che viene letta come una manovra elettorale, di che idioti siano gli italiani.
I tifosi, dico.
Quelli che lo votano perché “è un bravo imprenditore”, “è un bell’uomo” o perché “fa arrabbiare la sinistra” quelli no, sono fini pensatori e cittadini consapevoli.

Ogni tanto passo a Maslianico, guardo il valico verso la Svizzera e sospiro. Mi capita sempre più spesso.

 

Il sabato sera del gobbo.

Juventus-Lazio è terminata sullo 0 a 0.
Vedo su Sky Lotito intervistato: dice che la Juve di grandi palle gol, poi, non ne ha create.
Nel riquadro di fianco, le pagelle: Marchetti ha preso 9. Per la sua elegante tutina, suppongo.

(Son tornato, eh?)

La gioia incredula del gobbo.

Già lunedì della settimana prima non ci volevo credere. “Matematicamente vinto lo scudetto” dicevano, e io, seh, ci casco, come no? I festeggiamenti li ho visti, ma chi si fida?
Questo lunedì ancora, hanno insistito: 84 punti, Milan a 80, scudetto vinto. Mah, vuoi vedere?
A oggi non ci sono smentite, e neppure l’Inter ha avanzato pretese sul nostro scudetto (che è grossa, ammetterete, per l’equivalente di serie A del bambino ciccione del cortile che “la palla è mia e se non vinco me la porto via”).
Quindi, timidamente e pronto a ricredermi, dichiaro che la mia amata Signora ha vinto lo scudetto. (Semmai edito il post.)

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No, dico, provate ad immedesimarvi: non è facile per un gobbo capacitarsi dell’exploit. Adesso, tutti i contifosi mi diranno che si era capito da gennaio, da ottobre, dal Trofeo Berlusconi di agosto, come no? Ma la verità è che se mi avessero detto

  • Che la squadra che da due anni arrivava ignominiosamente settima e perdeva contro ogni squadra che avesse una motivazione lievemente superiore a quella di un impiegato statale il venerdì pomeriggio  sarebbe arrivata prima senza mai perdere una partita e senza avere tutto sommato neppure mai seriamente rischiato di perderne una, quanto a gioco.
  • Che la squadra che da due anni viaggiava sui 40 infortuni a stagione e che da metà campionato in poi teneva due Primavera fissi in panchina per supplire alle assenze avrebbe avuto l’infermeria vuota come la sala di aspetto di un dentista col Parkinson.
  • La difesa titolare degli anni precedenti (perché Lichsteiner mica sarà un difensore, suvvia) sarebbe risultata a fine anno la meno perforata d’Europa, una roba che gli spartani di “300” alle Termopili a confronto erano benevoli addetti ai tornelli di un luna-park.
  • Che un vecchio lento, bollito e rotto come Pirlo avrebbe giocato ininterrottamente con ritmi e rendimenti spiegabili solo con la sua clonazione in sette esemplari che si davano il cambio facendo finta di cadere dietro i cartelloni pubblicitari.
  • Che il nostro capocannoniere alla fine dell’anno avrebbe avuto uno score vicino a quello di Piedidilegno Nocerino, ma che in compenso sarebbero andati in gol tutti i giocatori, attaccanti, centrocampisti, difesori, titolari, riserve, qualche Primavera e l’autista del pullman.
  • Che la squadra che l’anno scorso si passava la palla con la precisione e l’accuratezza con cui si maneggia un tocco di carbonella che si credeva -ma non era- spento sarebbe risultata alla fine terza in Europa per possesso palla, seconda solo alle divinità del Barcellona e ai mastini del Bayern.
  • Che Conte avrebbe in due giornate rottamato quello che consideravamo il più talentuoso dei nostri, cioè Krasic e al suo posto fatto giocare praticamente chiunque, da Pepe a Giaccherini a Estigarribia, il tutto guadagnandoci nel cambio.
  • MA SOPRATTUTTO che avrei dovuto tanta gioia ad un uomo col parrucchino

Insomma, se mi avessero detto tutto questo, secondo voi, avrei potuto rispondere con qualcosa di diverso di un prudente e circostanziato scettiscismo, tipo “cià, cià, va a caga’, neh?”.

Per questo motivo, anche se non me l’avete chiesto, vi comunico che io ho appena adesso cominciato a godere e conto di finirla intorno al 2027.
Adesso scusate ma vado a terminare di mettere a punto il neoculto pagano di Barzagli, Colui-che-attira-i-Palloni-con-la-Fronte; se vi interessa potete fare richiesta per divenire accoliti del culto, mettetevi in fila: ma in linea, che altrimenti salta il fuorigioco e Lui non vuole.

Quanto non li reggo.

Io non dovrei fare considerazioni sull’Inter, lo so. Primo, perché non sono titolato, non avendo una laurea in psicodramma (per la buona ragione che non esiste un corso universitario su questa materia, che è l’unica che potrebbe addentrarsi nelle spiegazioni di cosa succede da quelle parti); secondo, perché temo che, nonostante i miei sforzi di neutralità e imparzialità, in qualche modo traspaia una leggera e inconsapevole severità di giudizio, su quella squadra di odiosi stronzi (ecco, appunto).

Tuttavia, concedetemi un’osservazione, e giudicate poi voi quanto sia oggettiva o quanto dettata dal mio gobbissimo malanimo.

L’Inter ha iniziato il campionato in maniera pessima, col consueto balletto di giocatori svagati e allenatore sbagliato; si è trovata rapidamente ad un passo dalla zona retrocessione, per i lazzi di noi gobbi e dei loro cugini rossoneri.
Poi è arrivato Ranieri ad allenarla. Si è trovato in mano una squadra stanca, demotivata, con alcuni protagonisti bolliti e non certo rinforzata da una campagna acquisti svogliata e tendenzialmente braccina.
Dopo una partenza difficile, culminata con una sconfitta a Torino, è iniziata la rimonta: nove partite, otto vittorie e una sconfitta, quindici gol segnati contro tre subiti, il ritorno al gol di Milito e il lancio coraggioso di qualche giovane talento. Si è anche parlato di calendario facile, poi l’Inter ha rimesso in riga il Milan e la Lazio di seguito, e si è fischiettato con indifferenza.
Uno si immagina: sarà stato un  trionfo, per Ranieri, dalla curva alla stampa sportiva. Aaah, ma allora vi siete scordati di chi parliamo: degli interisti. E dei giornalisti.

Tanto che si possa dire, gli uni e gli altri sono moderatamente soddisfatti, e a Ranieri tributano sì e no l’assenza di contestazioni (i tifosi) e mmmh sssì ‘nzomma, critiche garbate sulla non spettacolarità del gioco (i giornalisti) .
Avesse fatto la stessa cosa Mourinho, ve le immaginate le lodi, i peana, i tributi? Lo Special One, il talento, i risultati inaspettati, le trombonate e le battutine…

Invece, questo onesto mestierante, questo vero allenatore (che ha seriamente rischiato con la Roma, una squadra ben più debole dell’Inter, di ciucciare via al Tromb One almeno un paio di scudetti negli ultimi anni) non fa dichiarazioni, non fa battutine, niente zeru tituli e prostitusione inteletuale (ah, le matte risate!). Serio serio, perfino un po’ mesto, continua a parlare di lavoro, di impegno, di fiducia. Poi perde in Coppa Italia col Napoli col sospetto di un rigore negato e non fa il segno delle manette, non insulta, non strepita: commenta “peccato” e “il calcio è così, domenica non abbiamo giocato bene e abbiamo vinto, stasera abbiamo fatto una buona prestazione e abbiamo perso”.
E i giornalisti lì, col taccuino in mano e la penna per aria a domandarsi “e io come ce lo faccio, il titolone?” e i tifosi a storcere il naso, “ssseh, ma vuoi mettere il Mou? A quest’ora aveva perlomeno messo un dito nell’occhio a Mazzarri, si era fatto espellere per convulsioni e squalificare per turpiloquio. Uno spasso!” e fa niente che il gioco di Mou, quanto a spettacolo, fosse ben spesso mediocre, consistendo essenzialmente in una elaborata versione del catenaccio del Padova di Nereo Rocco (tranne quando era sotto di un gol e metteva dentro sei-sette attaccanti, quello era obiettivamente divertente).

Insomma, quello che voglio dire è: piange il cuore a vedere un vero allenatore alla guida dell’Inter: il circo richiede pur sempre un pagliaccio.

Siamo noi, siamo noi, i campioni dello mondo siamo noooooi…

A proposito del signorile gesto del simpatico Giuseppe Blatter, che ha fatto consegnare la coppa del mondo ai francesi come l’avessero vinta loro (seh), mi viene da sorridere pensando: ma a quattro anni di distanza, quanto rosica, quello?