Posts Tagged ‘figure storiche’

Figure storiche 32: la sfida.

Jennifer è una cara amica d’oltreoceano, cui mi legano bei ricordi e un filo che in quindici anni non si è mai spezzato. Da un po’ siamo anche in contatto via Facebook.
Proprio via quel social mi contatta con un messaggio in cui mi dice “Ciao, amico mio. Sto per scrivere un blog. La tua amica americana sta per intraprendere una sfida che intende vincere.” Ora, dovete sapere che Jennifer fra le altre cose pratica lo sport (boh, lo è, uno sport?) del body building, insomma si pompa i muscoli e vince anche della gare, come mi ha di volta in volta comunicato con legittimo orgoglio.

Quindi potete capire, credo, se con entusiasmo ho risposto al suo messaggio “Bene! Non vedo l’ora di leggere.”
E, da quelle persone sensibili che certamente siete, potete immaginare come mi sia sentito quando il suo successivo messaggio si è rivelato essere “Mi hanno diagnosticato un linfoma B.”

No, aspettate, in realtà come mi sia sentito pirla non potete immaginarlo davvero; non prima di sapere che, per uno di quegli scherzi che fa la digitazione contemporanea online, il suo commento è arrivato prima del mio, suonando infine il dialogo così:
Ciao, amico mio. Sto per scrivere un blog. La tua amica americana sta per intraprendere una sfida che intende vincere.
Mi hanno diagnosticato un linfoma B.”
“Bene! Non vedo l’ora di leggere.”

Mi ha perdonato, perché il suo cuore è più grande dei suoi bicipiti.

Insomma, se per la mia capacità di far figure di palta non c’è cura, per Jennifer per fortuna le cure esistono e lei le sta affrontando con un atteggiamento che ammiro. Il blog c’è, e se volte visitarlo per farle sentire il vostro supporto mi farete un piacere personale. Mi piace pensare che ogni tipo di supporto faccia qualcosa e conoscendola so che lei apprezzerà. http://myjourneythroughmgusandb-celllymphoma.blogspot.it/

Così poi magari non mi picchia.

Figure storiche 31: cazzocazzocazzocazzissimo.

Cazzocazzocazzocazzissimo!
(“Quattro matrimoni e un funerale”)

 

Ieri Gheo ha sposato Laura. Gheo è il nomignolo che sono autorizzato da sempre ad usare per chiamare Giovanni che da venti anni è per me un carissimo amico e collega. Ovviamente il matrimonio è stato pressoché perfetto: cerimonia presso il Comune di Morimondo (PV), festa in una cascina ristrutturata nei pressi, ottimo menu a chilometri zero, musica piacevole, intrattenimento per i numerosi pargoli, niente taglio della cravatta.

Dico “ovviamente” perché Gheo è una delle più assennate, organizzate e prudenti persone che conosco, tanto nel lavoro (uno dei pochi colleghi a cui affiderei a occhi chiusi tutti i ventisette euro che costituiscono il mio patrimonio) quanto nella vita privata. In effetti da quando lo conosco credo di avergli visto fare non più di due colpi di testa.
Uno fu più di dieci anni fa, quando mi confidò (credo, al tempo praticamente in esclusiva) di avere “conosciuto questa ragazza agli incontri del Bookcrossing che mi piace davvero un sacco”. Ricordo che dall’alto della mia saggezza, sapendolo impegnato, lo invitai a valutare le conseguenze e lasciar perdere; a riprova della sua lungimiranza, Gheo ignorò del tutto il mio consiglio e continuò a frequentare la ragazza, che poi è la Laura che ieri ha sposato.
L’altro colpo di testa l’ha commesso ieri.
Decidendo di sposarsi, dite? Allora non avete capito. Gheo ieri ha semplicemente coronato con un atto definitivo una storia d’amore solida che he retto alla prova del tempo, dopo anni di convivenza e dopo avere già avuto due figli, oggi di sette e quattro anni. No, il colpo di testa è stato scegliere un testimone di nozze palesemente inadeguato: me.

Eppure Gheo le aveva prese, le sue precauzioni, invitandomi a dormire fin dalla notte prima alla cascina, che dista solo qualche chilometro dal Comune di Morimondo, in modo da ridurre praticamente a zero la possibilità di un mio ritardo alla cerimonia.
Solo che.
Ok, solo che -confesso- ho agito in grande rilassatezza, fino a muovermi dalla cascina solo qualche minuto prima dell’appuntamento. E ovviamente mentre chiudevamo la porta del nostro alloggio un inconfondibile afrore di feci infantili, provenienti dal posteriore di Stefano mi segnalava che le cose non si mettevano bene, e che lo scarso margine si era già trasformato in lieve ritardo.
Riapri, lava il giovane deretano, nuovo pannolino, corri alla macchina.
“Faffo, hai chiuso male il portellone.” (me lo diceva la spia sul cruscotto)
“No, non l’ho chiuso io.”
“Sì, vabbè, sei sempre tu quella che lo chiude con la mano molle. Comunque lascialo ballare, andiamo che è tardi.”
E così partiamo alla volta del Comune, con molta fretta e poca lucidità, tanto che inizio a cercare la deviazione per il Comune esattamente cento metri dopo averla superata; procedo quindi dritto alla cieca, poi quando vedo che sto dirigendomi bello bello verso Abbiategrasso inizio a sospettare che qualcosa non vada, chiedo lumi al navigatore dello smartphone il quale mi dice in pratica “cretino, torna indietro”, passo sopra ad un’aiuola spartitraffico per fare prima fra lo sconcerto degli altri automobilisti e ritorno indietro, trovo grazie al navigatore la deviazione che avevo ignorato, giungo al Comune e trovo pure parcheggio. Il ritardo è ora tutt’altro che lieve.
Scendo, constato di avere viaggiato tutto quel tempo col portellone completamente aperto (non era chiuso male, non era chiuso proprio) e finalmente lo chiudo. Il parcheggio è al sole, tempo di cercarne un altro non c’è, quindi il cane viene con noi, lo si legherà fuori dal Comune. Solo che nella piazza di Morimondo, dove sorge il Comune accanto alla celeberrima Abbazia, è vietato l’ingresso ai cani, quindi perdiamo ulteriori minuti a consultarci fra noi prima di decidere di fottercene e di introdurre surrettiziamente il cane nelle bellissime sale consigliari del Comune.
Arrivo fendendo la folla perplessa e giustamente impaziente, mi metto al fianco dello sposo che mi attendeva imperturbabile come sempre ( e neppure la sposa da evidenti segni di odio nei miei confronti, cosa che la qualifica come donna materna e benevolente) e finalmente compio il mio civile dovere di testimone, quaranta minuti dopo l’ora fissata.
Per completare il quadro, si sappia che ho anche rovinato il certificato di matrimonio in pergamena destinato agli sposi, iniziando a firmare nella zona riservata allo sposo invece che nella mia; ho fatto a tempo a mettere la mia “S”, poi sono stato opportunamente fermato con un AAH! E Gheo ha potuto apporre di seguito la propria, di firma, dopo avere delicatamente barrato la mia “S”; adesso sembra che a firmare sia stato uno spostato che prima abbia firmato “S. Giovanni M.”, poi ci abbia ripensato e cancellato per modestia il “S.”.

Insomma, quello che voglio dire è che se gli amici sono quelli che ti vogliono bene per quello che sei, ieri si sono sposati due miei amici veri. E lo so per certo, perché Gheo aveva preparato (oltre ad una canzone che ha dedicato alla sposa cantandola intonato come un gesso sulla lavagna e sfoggiando una giacca di lamé dorata –sì, troppo a posto non è neppure lui) anche un breve discorso in cui ha ringraziato e detto due parole su ognuno dei testimoni ; e, parlando di me, ha detto che era certo che avrei trovato la maniera di ritardare la cerimonia. E no, non è stata una correzione dell’ultimo momento, il discorso era già stato scritto così.

Corrierino delle famiglie 22

Son mammo, cioé padre solo a casa con figli, assente giustificata la compagna che fa turno di notte.
Dopo cena, rilasso entrambi i pargoli sull’amaca, su cui ci piazziamo tutti e tre e ci facciamo cullare.
Arriva anche il cane, lo sento festare nei dintorni dell’amaca.
Poi improvvisamente realizzo con orrore che il nostro cane è in ambulatorio con Faffo e che quindi un altro cane si è introdotto in giardino. E’ Mya, l’esuberante cane dei vicini che di botto si mette a dare la caccia alle mie cavie, che iniziano a schizzare come palline da flipper per il giardino, con la differenza che le palline non squittiscono di terrore.
Io, ovvio, vado nel panico: che faccio? Lascio che il cane smembri i nostri roditori o salto giù dall’amaca lasciando il piccolo Stefano (dieci mesi) in balìa dell’amaca governata da Gaia (tre anni e dieci mesi)?
Decido di saltar giù e di affidare a Gaia il fratello: “non ti muovere” dico alla quattrenne “e bloccalo se si sporge, io fermo Mya”. La manovra inizialmente sembra riuscire, perché catturo il cane invasore con relativa facilità e, approfittando si una sua certa simpatia per me, lo trascino per il collare fino a casa sua, dall’altro lato della strada. Incontro anche l’altra vicina quella atletica, che non fa tempo a chiedermi come va? che si scatena l’inferno nel mio cortile. Pianti di bimbo: bimbo piccolo, vacca maiala. Mollo il cane ai vicini che se tardano ancora un po’ ad aprirmi il cancello glielo infilo fra le sbarre, mi congedo fanbtozzianamente con la perplessa vicina atletica (“eh, serata  complicata” – “vedo”) e corro dentro.
Stefano è sul prato, ha sulla fronte un segno rosso grande quanto il Molise e ha smesso di piangere solo perché trova più interessante assaggiare erba; sua sorella lo guarda con disapprovazione dall’amaca e mi spiega che “si è sporgiuto, si è sporgiuto, si è sporgiuto finché è caduto.”

Se mio figlio sopravviverà alle mie cure fino alla maggiore età  -e mi rendo conto che la cosa non è probabile- credo che diventerà reporter di guerra, per ritrovare la confortante atmosfera in cui è cresciuto.

Figure storiche 30: carnevale male interpretabile.

L’episodio che vi riferisco, una volta tanto, non è capitato a me e, leggendo, vi sarà chiaro che non avrebbe potuto: curioso tuttavia come a me facciano da tempo riferimento pulsioni di confessione di fatti imbarazzanti: “tu mi puoi capire” aggiungono sempre i rei confessi.

Infatti io comprendo perfettamente la collega X (della quale sono autorizzato a divulgare l’impresa, ma non il nome), bella donna single, che ha una nipote undicenne per la quale stravede, se, abitando in uno spazioso bilocale ideale per tenerci dei party di poche amiche, cede alle pressioni della nipote e concede casa sua per una festa di carnevale, che si occuperà tra l’altro anche di organizzare.

Trovo anche comprensibile che, spostata più volte la data per far coincidere la disponibilità delle ragazzine festanti e dell’anfitrione, si stabilisca la data della festa in maschera un paio di settimane PRIMA del carnevale. Insomma, l’importante è lo spirito, no?

Capisco che la collega, una volta adornata la casa di ghirlande e festoni, nonché preparato sontuoso buffet, si renda conto di non avere un costume da indossare; e che quindi tiri fuori l’idea dell’ultimo minuto: un grembiulino, un cappellino bianco su cui incrociare due pezzi di scotch rosso, zoccoli del Dr.Sholls bianchi e via, ecco improvvisata un’infermiera.

Pronti! Al’ora convenuta suona il citofono, è il primo invitato; lei apre il portone dabbasso. Poco dopo, si sentono passi sul pianerottolo, lei apre la porta sfoderando un sorrisone.
Ma non è l’invitato, che evidentemente si attarda aspettando l’ascensore: è il vicino di casa, che stava uscendo in compagnia del figlioletto; lui è voltato di spalle e sta chiudendo la porta, ma il ragazzino è lì davanti e la fissa. Lei si rende conto improvvisamente di essere vestita da infermiera qualche settimana prima di carnevale e fa la prima cosa che l’imbarazzo le suggerisce: chiude la porta di colpo e, in cuor suo, stramaledice le idee della nipote.

Credo che chiunque possa comprendere come, immaginando cosa il ragazzino abbia potuto riferire al padre, la mia collega sia abbastanza sicura in qualche modo di NON essere più guardata dal vicino con gli stessi occhi.

Figure storiche 29: la tempesta di ghiaccio

Ve lo dico subito per spegnere le possibili aspettative di dramma e brivido che l’espressione “tempesta di ghiaccio” potrebbe evocare: non si tratta di un racconto drammatico sullo scatenarsi delle forze della natura. E’ piuttosto un racconto grottesco, trattandosi di me.

Meteorologicamente parlando, il fenomeno, per quanto non frequente, non è per niente eccezionale; in effetti, è piuttosto semplice. Una temperatura particolarmente bassa si prolunga abbastanza a lungo da raffreddare il paesaggio, inteso come terreno, muri delle case, fili del telefono, tutto. In questo stato di cose, le precipitazioni sono impossibili. Tuttavia, un aumento delle temperature repentino potrebbe portare l’umidità a precipitare in forma di pioggerella -ma anche di nebbia- prima che la temperatura del terreno sia cambiata. A questo punto, l’umidità ghiaccia non appena tocca il suolo o un qualsiasi oggetto, senza avere il tempo di scorrere via o di formare pozze, rigagnoli o quant’altro. Di fatto, in questo modo, tutto si ricoprirà in maniera uniforme di una specie di patina di ghiaccio liscia come il vetro, come fosse stato spruzzato con lo spray. L’effetto finale, al suolo, sono strade che sembrano normali ma che sono smerigliate come fosse marmo.
Tutto questo, in realtà, l’ho appeso dopo.

Sì, perché quella sera, rientrando in auto a casa, del fenomeno non sapevo niente; sapevo solo che c’era una leggera pioggerella sottilissima sulla strada in salita (una mulattiera in ciottolato, in effetti) che costituisce l’ultimo tratto prima del borgo di mezzamontagna dove mi sono da anni rintanato ad abitare (dopo essere stato abitante della caotica, multietnica e affollatissima via Padova, Milano. Non sono tipo da vie di mezzo, a quanto pare).
La prima salita, per quanto ripida, è dritta: noto sì che le gomme fanno un paio di giri a vuoto: ma controllo di avere inserito il 4X4 (talvolta me ne dimentico e la presa delle ruote diventa intermittente) e, constatato che non me ne sono dimenticato, procedo.
Al primo serio tornate (curva a gomito, pendenza decisamente ripida) l’auto inizia a sculettare come una diciassettenne ad Arcore (ma gratis, in questo caso), poi come una baiadera ubriaca, infine sbanda, slitta e pattina come una vacca tarantolata su un pavimento appena tirato a cera. Di fatto, verso metà della rampa ne ho perso il controllo, sono quasi di traverso e decido di pestare coi due piedi sul freno per bloccarmi; freno a mano, bestemmia con un fil di voce, tensione nell’abitacolo.

Faffo, seduta di fianco a me, è così cosciente del dramma da non avere neppure tentato di profferire uno di quei consigli tipo “stai atento, neh?” o “ma non riesci ad andare dritto?” che in questi casi non si fanno mai mancare ad un automobilista nel panico, e che normalmente sortiscono l’effetto di lasciarlo nel panico e farlo anche incazzare, col che se ne va a ramengo la sua residua lucidità. Con un filo di voce, suggerisce che mentre io penso a come uscire da questo casino –e soprattutto prima che io ci provi- lei potrebbe uscire, anche per alleggerire l’auto. Che è una cosa che, se gliel’avessi suggerita io, avrei scontato fino alla fine dei miei giorni: puoi suggerire alla tua compagna ogni tipo di turpitudine sul suo conto, ma non un eccesso di peso.
Rimango quindi in auto con Gaia, che dormiva sul sedile dietro e che adesso pigola “pa-pàaa” con una voce che suggerisce che se io ho vissuto un consistente numero di stagioni, a lei, neofita della vita, non dispiacerebbe vederne ancora qualcuna. Insiemene guardiamo la mamma arrampicarsi a quattro zampe –non sto esagerando- per il sentiero fino a raggiungere il primo tratto pianeggiante.

Ora tocca a me: e io procedo con la prassi dei casi di mergenza, cioè colloquiare con le divinità, diciamo, in maniera conflittuale, ecco; e questo soprattutto perché mi rendo conto che una controllata marcia indietro è del tutto sconsigliabile, perché sono quasi certo che, alla prima perdita di aderenza, l’auto scivolerebbe a gran velocità, totalmente priva di controllo verso il muretto del tornante. Se invece cerco di salire, forse, sgommando e sbandando, posso riuscire a restare in carreggiata senza precipitare nel pascolo sottostante, dove la presenza della mia auto il mattino dopo sarebbe stata disapprovata dalle pecore che quel prato frequentano.
Una fulminea conversione ad una qualsiasi religione monoteista, una serie di sentitissime preghiere (si potrà essere ondivaghi, in materia!), inserimento del blocco del differenziale e via: giù il freno a mano, gioco di volante, polso e destrezza…

E va bene, sto scherzando: altro che destrezza, non chiedetemi come un guidatore mediocre come ma abbia potuto domare qual cavallo imbizzarrito che era diventata la mia auto su quella salita. Ma in qualche rocambolesco modo ce l’ho fatta.
Così, diminuita la pendenza, ho avuto modo di riprendere a bordo le mia donna, e di proseguire verso casa, non senza qualche occasionale scodinzolamento.

Arrivato a casa, scaricate compagna e figlia, mi manca di raggiungere la piazzetta del borgo, fare manovra per invertire la marcia e finalmente parcheggiare: dopo quello che avevo passato, mi figuravo, una bazzecola, dato che la pendenza della piazzetta è molto più modesta del tratto di mulattiera appena percorsa. Errore, come avrei scoperto di lì a poco.
Infatti, appena giunto in piazzetta e girato il muso dell’auto verso sinistra, normalmente inizio la marcia indietro con sterzo che mi mette in grado di ripartire in direzione opposta a quella da cui venivo. E anche stavolta inizio la marcia indietro: peccato però che più che una marcia si trattasse di uno scivolamento indietro  del tutto involontario e del tutto fuori dal mio controllo.
E’ vero infatti che la pendenza della piazzetta è poco pronunciata; ma è vero anche che la pavimentazione è stata recentemente rifatta ad opera del Comune con un ciottolato più fine, composto da pezzi più piccoli e meno irregolari, praticamente una cazzata visto che siamo in un borgo montano.
Praticamente, con lentezza ma senza possibilità di fermarla, l’auto inizia a scivolare pigramente ma ostinatamente all’indietro e a nulla valgono frenate, sgommate, saracche in turco (con tanti saluti alla mia recente conversione) e improperi. La preoccupazione cede presto al terrore quando mi rendo conto che dietro a me si staglia il muretto di recinzione del vicino Nicola; e, peggio ancora, se riuscissi sterzando (usando le ruote anteriori a mo’ di sci) ad evitarlo, mi attende una stradina molto, molto ripida imboccando la quale non ho la minima idea di quale velocità potrei prendere prima di schiantarmi contro una casa cinquanta metri più in basso. Sicché, con un’espressione più incredula che disperata, punto verso il muro del vicino, a costo di rimetterci ancora una volta (chi mi conosce sa di cosa parlo) la carrozzeria.

E qui avviene il secondo miracolo: com’è, come non è, l’auto si appoggia mollemente contro quel muretto senza in pratica danneggiare la carrozzeria (probabilmente ha toccato per prima la protezione laterale in benedetta plastica) e, ancora più inspiegabilmente, si ferma.
Riprendo quindi la respirazione polmonare, che avevo momentaneamente interrotto per lo stupore, e perché troppo impegnato a scivolare all’indietro su un’auto fuori controllo; l’improvvisa ossigenazione che ne deriva mi permette al mio cervello di capire che mai e poi mai avrei potuto pensare di tornare verso la piazzetta per ritentare la manovra.
Da dove sono, piuttosto, mi si apre una via del tutto pianeggiante che costeggia il lungo (cento metri? Centocinquanta?) muretto del vicino, che regge una recinzione a sbarre.  Solo al termine di quella recinzione c’è un piccolo spiazzo dove mi sarà possibile mollare l’auto  e rincamminarmi verso casa. Mi dirigo in quella direzione.

Parcheggio, e vi risparmio la descrizione della manovra, limitandomi a dire che sembravo, data la natura infida del terreno e la tensione dei miei nervi, un neopatentato di ottantasette anni che parcheggia in un loculo.
Tra l’altro, solo al termine del parcheggio mi accorgo che il cane è ancora in auto e che mi guarda con uno sguardo che dice, più o meno, io ho fiducia in te, sei il mio padrone, ci mancherebbe; ma guarda che l’ho capito che stavamo per ammazzarci.

La parte bella viene quando finalmente scendo dall’auto e per prima cosa constato che le mie scarpe non fanno più presa sul ciottolato di quanta ne facessero le gomme: lo constato rialzandomi da terra, per la precisione.
Praticamente, e vi prego di visualizzare la scena, percorro tutta la distanza fino alla famosa piazzetta spostando le mani da una sbarra all’altra della recinzione del vicino e pattinando intanto in maniera incontrollata e priva di coordinazione  coi piedi. E ovviamente sono senza guanti, e le sbarre sono gelate.

Arrivo alla piazzetta, aldilà della quale c’è casa mia, con Faffo affacciata alla finestra che è rapidamente passata dalla preoccupazione per la mia sorte (non vedendo più l’auto) al divertimento per la mia camminata da uomo-ragno degli spastici. Attraversata la strada, c’è finalmente casa mia, e la possibilità di inseguire Faffo con un mocio per batterla come si conviene con una compagna tanto irrispettosa.

Ma la cosa è più facile a dirsi cha a farsi, perché una volta abbandonata la presa sull’inferriata del muretto di Nicola l’attraversamento di quei due-tre metri della strada in pendenza è reso improbo dalla totale assenza di appigli, per le mani come per i piedi.
Faccio un paio di tentativi, ma, come quei bambini che hanno troppo freddo per entrare in piscina, mi ritrovo abbarbicato al mio fido muretto. Niente da fare, la suola delle scarpe scivola senza la minima presa.
Sto quasi per rassegnarmi a strisciare sul ciottolato ghiacciato (col rischio di scivolare a valle a pelle di leone, come nel Secondo Tragico Fantozzi) quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato. Non so se funzionerà, ma decido che è la cosa migliore da provare.
Estraggo quindi una scarpa e la poso delicatamente a terra prima di togliermi le calze.

A questo punto, fate uno sforzo di immaginazione e cercate di visualizzare l’espressione che mi si dipinge in faccia nel vedere la scarpa avviarsi, lentamente ma senza incertezze, lungo la strada ghiacciata in pendenza, scivolando verso valle. E già che ci siete, immaginatemi attaccato alle sbarre, su un piede solo, che guardo impotente la mia scarpa imboccare la strada, piegare alla curva come un bob in pista, scomparire alla mia vista mentre Faffo impietosa sghignazza alla finestra.
La seconda scarpa l’ho lanciata in giardino, poi, scalzo e incerto, a quattro zampe ho attraversato la stradina e mi sono attaccato al mio muretto, per poi entrare in casa a correre a farmi un pediluvio bollente.

La mia avventura ha avuto anche un breve epilogo il giorno dopo: Nicola, il vicino di casa, nel raccontare la sua discesa mattutina a piedi verso il paese (non meno avventurosa del mio rientro della sera prima visto che si è svolta nelle medesime condizioni post-tempesta di ghiaccio) così commentava: “In ogni caso dev’essere successo un casino giù in paese: c’era addirittura una scarpa per strada!”

Figure storiche 29: la tempesta di ghiaccio

Ve lo dico subito per spegnere le possibili aspettative di dramma e brivido che l’espressione “tempesta di ghiaccio” potrebbe evocare: non si tratta di un racconto drammatico sullo scatenarsi delle forze della natura. E’ piuttosto un racconto grottesco, trattandosi di me.

Meteorologicamente parlando, il fenomeno, per quanto non frequente, non è per niente eccezionale; in effetti, è piuttosto semplice. Una temperatura particolarmente bassa si prolunga abbastanza a lungo da raffreddare il paesaggio, inteso come terreno, muri delle case, fili del telefono, tutto. In questo stato di cose, le precipitazioni sono impossibili. Tuttavia, un aumento delle temperature repentino potrebbe portare l’umidità a precipitare in forma di pioggerella -ma anche di nebbia- prima che la temperatura del terreno sia cambiata. A questo punto, l’umidità ghiaccia non appena tocca il suolo o un qualsiasi oggetto, senza avere il tempo di scorrere via o di formare pozze, rigagnoli o quant’altro. Di fatto, in questo modo, tutto si ricoprirà in maniera uniforme di una specie di patina di ghiaccio liscia come il vetro, come fosse stato spruzzato con lo spray. L’effetto finale, al suolo, sono strade che sembrano normali ma che sono smerigliate come fosse marmo.
Tutto questo, in realtà, l’ho appeso dopo.

Sì, perché quella sera, rientrando in auto a casa, del fenomeno non sapevo niente; sapevo solo che c’era una leggera pioggerella sottilissima sulla strada in salita (una mulattiera in ciottolato, in effetti) che costituisce l’ultimo tratto prima del borgo di mezzamontagna dove mi sono da anni rintanato ad abitare (dopo essere stato abitante della caotica, multietnica e affollatissima via Padova, Milano. Non sono tipo da vie di mezzo, a quanto pare).
La prima salita, per quanto ripida, è dritta: noto sì che le gomme fanno un paio di giri a vuoto: ma controllo di avere inserito il 4X4 (talvolta me ne dimentico e la presa delle ruote diventa intermittente) e, constatato che non me ne sono dimenticato, procedo.
Al primo serio tornate (curva a gomito, pendenza decisamente ripida) l’auto inizia a sculettare come una diciassettenne ad Arcore (ma gratis, in questo caso), poi come una baiadera ubriaca, infine sbanda, slitta e pattina come una vacca tarantolata su un pavimento appena tirato a cera. Di fatto, verso metà della rampa ne ho perso il controllo, sono quasi di traverso e decido di pestare coi due piedi sul freno per bloccarmi; freno a mano, bestemmia con un fil di voce, tensione nell’abitacolo.

Faffo, seduta di fianco a me, è così cosciente del dramma da non avere neppure tentato di profferire uno di quei consigli tipo “stai atento, neh?” o “ma non riesci ad andare dritto?” che in questi casi non si fanno mai mancare ad un automobilista nel panico, e che normalmente sortiscono l’effetto di lasciarlo nel panico e farlo anche incazzare, col che se ne va a ramengo la sua residua lucidità. Con un filo di voce, suggerisce che mentre io penso a come uscire da questo casino –e soprattutto prima che io ci provi- lei potrebbe uscire, anche per alleggerire l’auto. Che è una cosa che, se gliel’avessi suggerita io, avrei scontato fino alla fine dei miei giorni: puoi suggerire alla tua compagna ogni tipo di turpitudine sul suo conto, ma non un eccesso di peso.
Rimango quindi in auto con Gaia, che dormiva sul sedile dietro e che adesso pigola “pa-pàaa” con una voce che suggerisce che se io ho vissuto un consistente numero di stagioni, a lei, neofita della vita, non dispiacerebbe vederne ancora qualcuna. Insiemene guardiamo la mamma arrampicarsi a quattro zampe –non sto esagerando- per il sentiero fino a raggiungere il primo tratto pianeggiante.

Ora tocca a me: e io procedo con la prassi dei casi di mergenza, cioè colloquiare con le divinità, diciamo, in maniera conflittuale, ecco; e questo soprattutto perché mi rendo conto che una controllata marcia indietro è del tutto sconsigliabile, perché sono quasi certo che, alla prima perdita di aderenza, l’auto scivolerebbe a gran velocità, totalmente priva di controllo verso il muretto del tornante. Se invece cerco di salire, forse, sgommando e sbandando, posso riuscire a restare in carreggiata senza precipitare nel pascolo sottostante, dove la presenza della mia auto il mattino dopo sarebbe stata disapprovata dalle pecore che quel prato frequentano.
Una fulminea conversione ad una qualsiasi religione monoteista, una serie di sentitissime preghiere (si potrà essere ondivaghi, in materia!), inserimento del blocco del differenziale e via: giù il freno a mano, gioco di volante, polso e destrezza…

E va bene, sto scherzando: altro che destrezza, non chiedetemi come un guidatore mediocre come ma abbia potuto domare qual cavallo imbizzarrito che era diventata la mia auto su quella salita. Ma in qualche rocambolesco modo ce l’ho fatta.
Così, diminuita la pendenza, ho avuto modo di riprendere a bordo le mia donna, e di proseguire verso casa, non senza qualche occasionale scodinzolamento.

Arrivato a casa, scaricate compagna e figlia, mi manca di raggiungere la piazzetta del borgo, fare manovra per invertire la marcia e finalmente parcheggiare: dopo quello che avevo passato, mi figuravo, una bazzecola, dato che la pendenza della piazzetta è molto più modesta del tratto di mulattiera appena percorsa. Errore, come avrei scoperto di lì a poco.
Infatti, appena giunto in piazzetta e girato il muso dell’auto verso sinistra, normalmente inizio la marcia indietro con sterzo che mi mette in grado di ripartire in direzione opposta a quella da cui venivo. E anche stavolta inizio la marcia indietro: peccato però che più che una marcia si trattasse di uno scivolamento indietro  del tutto involontario e del tutto fuori dal mio controllo.
E’ vero infatti che la pendenza della piazzetta è poco pronunciata; ma è vero anche che la pavimentazione è stata recentemente rifatta ad opera del Comune con un ciottolato più fine, composto da pezzi più piccoli e meno irregolari, praticamente una cazzata visto che siamo in un borgo montano.
Praticamente, con lentezza ma senza possibilità di fermarla, l’auto inizia a scivolare pigramente ma ostinatamente all’indietro e a nulla valgono frenate, sgommate, saracche in turco (con tanti saluti alla mia recente conversione) e improperi. La preoccupazione cede presto al terrore quando mi rendo conto che dietro a me si staglia il muretto di recinzione del vicino Nicola; e, peggio ancora, se riuscissi sterzando (usando le ruote anteriori a mo’ di sci) ad evitarlo, mi attende una stradina molto, molto ripida imboccando la quale non ho la minima idea di quale velocità potrei prendere prima di schiantarmi contro una casa cinquanta metri più in basso. Sicché, con un’espressione più incredula che disperata, punto verso il muro del vicino, a costo di rimetterci ancora una volta (chi mi conosce sa di cosa parlo) la carrozzeria.

E qui avviene il secondo miracolo: com’è, come non è, l’auto si appoggia mollemente contro quel muretto senza in pratica danneggiare la carrozzeria (probabilmente ha toccato per prima la protezione laterale in benedetta plastica) e, ancora più inspiegabilmente, si ferma.
Riprendo quindi la respirazione polmonare, che avevo momentaneamente interrotto per lo stupore, e perché troppo impegnato a scivolare all’indietro su un’auto fuori controllo; l’improvvisa ossigenazione che ne deriva mi permette al mio cervello di capire che mai e poi mai avrei potuto pensare di tornare verso la piazzetta per ritentare la manovra.
Da dove sono, piuttosto, mi si apre una via del tutto pianeggiante che costeggia il lungo (cento metri? Centocinquanta?) muretto del vicino, che regge una recinzione a sbarre.  Solo al termine di quella recinzione c’è un piccolo spiazzo dove mi sarà possibile mollare l’auto  e rincamminarmi verso casa. Mi dirigo in quella direzione.

Parcheggio, e vi risparmio la descrizione della manovra, limitandomi a dire che sembravo, data la natura infida del terreno e la tensione dei miei nervi, un neopatentato di ottantasette anni che parcheggia in un loculo.
Tra l’altro, solo al termine del parcheggio mi accorgo che il cane è ancora in auto e che mi guarda con uno sguardo che dice, più o meno, io ho fiducia in te, sei il mio padrone, ci mancherebbe; ma guarda che l’ho capito che stavamo per ammazzarci.

La parte bella viene quando finalmente scendo dall’auto e per prima cosa constato che le mie scarpe non fanno più presa sul ciottolato di quanta ne facessero le gomme: lo constato rialzandomi da terra, per la precisione.
Praticamente, e vi prego di visualizzare la scena, percorro tutta la distanza fino alla famosa piazzetta spostando le mani da una sbarra all’altra della recinzione del vicino e pattinando intanto in maniera incontrollata e priva di coordinazione  coi piedi. E ovviamente sono senza guanti, e le sbarre sono gelate.

Arrivo alla piazzetta, aldilà della quale c’è casa mia, con Faffo affacciata alla finestra che è rapidamente passata dalla preoccupazione per la mia sorte (non vedendo più l’auto) al divertimento per la mia camminata da uomo-ragno degli spastici. Attraversata la strada, c’è finalmente casa mia, e la possibilità di inseguire Faffo con un mocio per batterla come si conviene con una compagna tanto irrispettosa.

Ma la cosa è più facile a dirsi cha a farsi, perché una volta abbandonata la presa sull’inferriata del muretto di Nicola l’attraversamento di quei due-tre metri della strada in pendenza è reso improbo dalla totale assenza di appigli, per le mani come per i piedi.
Faccio un paio di tentativi, ma, come quei bambini che hanno troppo freddo per entrare in piscina, mi ritrovo abbarbicato al mio fido muretto. Niente da fare, la suola delle scarpe scivola senza la minima presa.
Sto quasi per rassegnarmi a strisciare sul ciottolato ghiacciato (col rischio di scivolare a valle a pelle di leone, come nel Secondo Tragico Fantozzi) quando ho un’illuminazione: immagino che a piedi nudi farei comunque più presa, potendo in qualche maniera, fra pianta e dita, modulare l’aderenza alla natura del terreno ghiacciato. Non so se funzionerà, ma decido che è la cosa migliore da provare.
Estraggo quindi una scarpa e la poso delicatamente a terra prima di togliermi le calze.

A questo punto, fate uno sforzo di immaginazione e cercate di visualizzare l’espressione che mi si dipinge in faccia nel vedere la scarpa avviarsi, lentamente ma senza incertezze, lungo la strada ghiacciata in pendenza, scivolando verso valle. E già che ci siete, immaginatemi attaccato alle sbarre, su un piede solo, che guardo impotente la mia scarpa imboccare la strada, piegare alla curva come un bob in pista, scomparire alla mia vista mentre Faffo impietosa sghignazza alla finestra.
La seconda scarpa l’ho lanciata in giardino, poi, scalzo e incerto, a quattro zampe ho attraversato la stradina e mi sono attaccato al mio muretto, per poi entrare in casa a correre a farmi un pediluvio bollente.

La mia avventura ha avuto anche un breve epilogo il giorno dopo: Nicola, il vicino di casa, nel raccontare la sua discesa mattutina a piedi verso il paese (non meno avventurosa del mio rientro della sera prima visto che si è svolta nelle medesime condizioni post-tempesta di ghiaccio) così commentava: “In ogni caso dev’essere successo un casino giù in paese: c’era addirittura una scarpa per strada!”

Figure Storiche 28: un omonimo

No, non ero in vacanza. A dirla tutta, ci vado adesso. Semplicemente, sto attraversando una fase di pigrizia per quanto riguarda l’aggiornamento del blog, di ossessione per un gioco da PC strategico (che dura da dieci anni, ma da quando ne ho scoperto la versione fantasy è peggiorata) e poi, e la butto lì en passant, sto lavorando ad un certo progetto riguardante una certa cosa che ha a che fare con lo scrivere, del quale non dirò altro per creare una parossistica e spasmodica attesa che a progetto concluso –o naufragato- potrò deludere.

Però mi dispiace di lasciarvi lì senza niente da leggere; quindi ho pensato di sfruttare il casuale contatto che si è creato tempo fa (collega di un amico del collega di un mio amico) con un simpatico omonimo che gode di uno status come il mio e per il quale che sociologia e psicologia non ha ancora trovato una definizione scientifica: insomma, quella tendenza a fare succedere i guai in maniera ridicola e surreale che lascia increduli tutti quelli a cui capitano contrattempi normali.

La “figura storica” di oggi è raccontata dallo stesso autore, salvo qualche mio intervento teso a peggiorarne lo stile perché posso ospitare uno che con me competa in sfiga, ma non in scrittura.

E’ per me un piacere, ladies and chesterfield, lasciare che Sandro vi racconti di

“Quella volta (Venerdi 4 Giugno 2010) che andando in trasferta da Milano a Genova…”


Viaggio scorrevole e sole splendente; tutto ok fino a quando a Sandro si accese fissa la spia della riserva all’altezza del bivio per Ventimiglia prima del passo del Turchino e pensò "tanto fra un po’ arrivo a Genova e faccio rifornimento al distributore di Multedo, che lì la benza costa di meno; la riserva ha quel minimo di autonomia che mi basta a non fermarmi in autostrada, dove i distributori ti pelano". Infatti, all’altezza dell’uscita di Pegli, in salita, in curva e all’ingresso di una galleria gli si spense inesorabilmente la macchina.

Per fortuna in quel momento stava transitando un furgone di soccorso dell’autostrada che si fermò e gli chiese se ci fossero dei problemi. Alla sua risposta (“mi si e’ spenta la macchina!!!”) l’equipaggio del furgone si offrì di chiamare per lui un carro attrezzi, raccomandandogli di non uscire assolutamente dalla macchina, per poi proseguire nel suo percorso lungo l’autostrada. Sandro si dispose all’attesa.

Qualche tempo dopo, mentre era in attesa del carro attrezzi arrivò una macchina della polizia stradale e, vedendolo fermo con le quattro frecce, si fermò a due passi da lui, incurante di essere in salita, in curva e all’imbocco di una galleria. Scese un baldo poliziotto che, senza alcun giubbotto catarifrangente, camminò lungo la prima corsia per raggiungere la macchina ferma e gli chiese perché era fermo. Lui rispose che era in attesa del carro attrezzi perche’ gli si era spenta la macchina e non partiva piu’ ed era gia’ intervenuto il servizio di soccorso autostradale. L’unica risposta che ricevette fu "ok ma deve togliersi da qui!"… no comment…

Arrivo’ finalmente il carro attrezzi che lo fece uscire al casello di Pegli (a venti metri da dove si era fermata la macchina), carico’ la macchina sul camion e gli chiese di scendere. Sandro si rifiutò rispondendo "no, ho paura!!!"
Allora quello, munito di tanta santa pazienza, con le macchine che continuavano a sfrecciare di lato, lo aiuto’a scendere dal lato del guardrail abbassando nuovamente la rampa del carro attrezzi e il fesso, con il suo cazzo di zainetto del computer, pesante duecento chili, scese dalla macchina e dalla rampa del carro attrezzi e sali’ sul carro attrezzi, che lo portò al distributore di Multedo a due metri dall’azienda per cui Sandro lavora, che era proprio il distributore dove Sandro aveva in mente di rifornirsi una volta uscito dall’autostrada!!!.
Gli fece il pieno di gasolio con la macchina sopra al carro attrezzi… spettacolare!!!

Dopo una serie di tentativi (il motore ormai era ingolfato) riuscì a mettergli in moto la macchina.
Tutto contento Sandro pagò il carburante al distributore e ringraziò caramente il carro attrezzi che gli rispose "sono 101 (centouno!) euro… meno male che abbiamo risolto!” Sandro, che non aveva neanche una banconota da 5 euri gli chiese se accettasse bancomat o carta di credito.
Lui rispose che c’era una banca poco più avanti e quindi, con la macchina ancora sul carro attrezzi, lo portò alla banca, dove Sandro prelevò 200 euri e glie li diede, aspettandosi 99 euri di resto.
Ovviamente quello non aveva resto e, impietosito, gli abbonò l’euro, tenendosi "solo" cento euri.

Sandro, con cento euri in meno ma con la macchina nuovamente funzionante, fece manovra e iniziò a dirigersi verso Via Manara. Fu a quel punto che si rese conto che non aveva più lo zainetto col computer..Ovviamente non sapeva ne’ il nome, ne’ aveva alcun riferimento di quel carro attrezzi…
PANICO!!!

Si fermò ad una fermata dell’autobus e cercò di fare il punto della situazione.
Aveva una ricevuta del carro attrezzi con il timbro di una società di soccorso stradale.
Chiamò il numero di telefono indicato nel timbro e disse che era appena stato soccorso da un carro attrezzi ma aveva dimenticato lo zaino col computer nel suo camion.
Gli venne chiesto il nome dell’autista… Risposta di Sandro: "BOH!"
Gli venne chiesto il numero del carro attrezzi… Risposta di Sandro: "BOH!"
Alla fine gli dissero di non muoversi da li’ (strada da Multedo a Sestri, prima della curva della stazione), che avrebbero cercato fra tutti i carri attrezzi quello che lo aveva soccorso.

Nel frattempo arrivavano gli autobus e, puntualmente, imprecavano contro la sua macchina, parcheggiata alla loro fermata: ma lui, forte della consapevolezza di non doversi muovere da li’, non si sposto’ di un centimetro.
Arrivarono i vigili e gli chiesero di andarsene.
Lui rispose che stava aspettando il carro attrezzi.
Gli chiesero se la macchina avesse dei problemi.
Risposta: "no, ma mi deve riportare lo zainetto e non so come rintracciarlo, quindi gli ho detto che sono qui e lui prima o poi arriverà"
Per fortuna arrivò finalmente il carro attrezzi che gli consegnò lo zainetto, davanti ai vigili, che stavano iniziando ad innervosirsi (il carro attrezzi era molto più ingombrante della macchina di Sandro e costituiva un ulteriore mega-ostacolo alla fermata degli autobus…

Finalmente raggiunse il parcheggio della sua azianda all’ultimo piano dell’edificio giallo fuori da via Manara.
Parcheggiò la macchina in un posto NON riservato alla sua azienda e si diresse verso l’ascensore, chiudendosi la porta dello stanzone alle spalle dove fu avvolto nelle tenebre.
Chiamò l’ascensore e aspettò, aspettò, … dopo un quarto d’ora circa gli venne il sospetto e aprì la porta dello stanzone, facendo entrare un po’ di luce che illuminò debolmente il cartello "FUORI SERVIZIO" appeso alle porte dell’ascensore…

TUTTO E’ BENE QUEL CHE FINISCE BENE!

Capite bene come io abbia le lacrime agli occhi nell’abbracciare questo mio omonimo, fratello di sventura e portatore del discutibile dono che me lo fa sentire così vicino.
Qualcosa mi dice che non è l’ultima volta che lo ospiterò da queste parti.

Figure Storiche 27: meno male che ci sono gli amici.

Alla festa del Bastardino del canile di Erba, un paio di amici mi rimproverano bonariamente di non aggiornare con la consueta frequenza il blog. Lup (che, a dire il vero, è stato recentemente degradato da “amico” a “conoscente” da quando ha vinto il torneo di fantacalcio che a un certo punto mi era parso di poter vincere io) mi specifica anche che ultimamente scrivo quasi solo di politica.


“E’ vero” ammetto “di Gaia non parlo da un po’, citazioni poche…”
“Ma le tue figure di merda?”

“Ah! Uhm… No, è che non ne faccio più da un po’” abbozzo.

Lorenzo è spietato: “Beh, non è proprio così.”
“Come?”

“Uhm… devo ricordarti la fiera Critical Wine di Moltrasio?” (Sì, sempre quella, ma l’edizione di quest’anno)

 

[Flashback: fra chi espone vini da degustare, ci sono anche bancarelle di salumi e formaggi. Davanti ad una di esse stazionano Lorenzo, la fidanza Mimonni e una signora. Sul banco fa bella mostra di sé un piattino di plastica con fettine di salame e bocconcini di formaggio.
Praticamente scavalco col braccio la signora, che sta parlando col bancarellista e acchiappo un assaggio di salame, per decidere se comprarlo. Lorenzo e Mimonni fanno cenni disperati con occhi, sopracciglia e bocca, sembra che segnalino l’imminente affondamento del Titanic; io addento il salame restituendo loro uno sguardo bovino del tipo “Beh? Che c’è?”La signora si volta e mi guarda allibita.
Era il suo piattino, appena acquistato.
Il bello è che il gentile bancarellista non fa a tempo a sostituire la fetta da me sottratta, che un’altra signora -che evidentemente aveva visto la scena ma non percepito il dramma- ne afferra una fetta a sua volta.
Ho scatenato una reazione a catena, che si interrompe solo perché la signora acquirente del piattino lo afferra e se lo stringe per bene al petto.]

 

“Ah, quello… già, suppongo che quella conti, eh?”

No, dico, bello avere amici così attenti.

Figure storiche 26 bis: stampelle.

E va bene, va bene, avete vinto: ecco a voi il veritiero racconto  di come abbandonai l’esercitazione militare che fin dall’inizio avevo tentato di sabotare (vedi post collegato).
Capitano, i particolari lei non li conosce a tuttoggi; li apprenda da queste righe.

Il giorno dopo il mio trionfale arrivo a Monteromano (questo il nome del sito dove si svolgeva l’esercitazione militare), lavorai di buona lena fin dall’alba per rimediare alla pessima prestazione del giorno precedente. Ora delle cinque di pomeriggio, però, i principali compiti della giornata erano esauriti e truppa e ufficiali furono messi in libertà. Eravamo accampati nei pressi di una caserma e ci fu offerto il supremo gesto di ospitalità: l’utilizzo del campo di calcetto. Figurarsi se non cooptavo -blandendo se bastava, facendo leva sull’autorità del grado se necessario- nove fanti con cui giocare. Uno era il troglodita di cui già dissi, tra l’altro.

Come mi feci male, è presto detto: misi male il piede dopo un intervento rude ai danni di un sottoposto e mi procurai una distorsione alla caviglia, piegando il piede all’interno. Succede anche a giocatori più bravi di me, cioè quasi chiunque.


Vale la pena invece di soffermarsi su come trasformai un incidente di gioco in una paralizzante menomazione i cui effetti durarono fino, ed oltre, al mio congedo.

Prima di tutto non smisi di giocare, ecché, scherziamo? Già avevo fatto la figura del pirla il giorno prima, volevo forse fare anche la figura della mammola? Quindi insistetti a correre sulla caviglia dolorante; prima rallentai, presto zoppicai, nel giro di qualche minuto strisciavo.
A questo punto decisi di ritirarmi verso gli spogliatoi, che sono –come scoprirete presto- il luogo della tragedia.

Entro nello spartano -ma funzionale- spogliatoio riservato a ufficiali e sottufficiali di Monteromano. Pur dolorante, mi spoglio e mi caccio sotto la doccia, ricordando vagamente che mi erano state fatte delle raccomandazioni, anche se non saprei esattamente dire quali; di non lasciare disordine, forse? Mah.
La giornata era stata stancante, faceva anche freschino: decido per una doccia bella calda.
Ora, direte voi, che siate o non siate medici: bella idea del ciufolo mettere una caviglia distorta sotto un flusso di acqua calda! Posso ammettere che non sia stato esattamente un colpo di genio, e va bene; ma insomma, ero ancora convinto che si trattasse di un dolorino destinato a passare entro breve. E poi avevo davvero voglia di una doccia calda, me l’ero meritata.

Finii la doccia, chiusi la manopola dell’acqua fredda e immediatamente, nel momento stesso in cui allungavo la mano verso quella dell’acqua calda, mi ricordai della raccomandazione ricevuta: “Tenente, mi raccomando, il termostato del boiler è saltato, e l’acqua calda è in realtà bollente. Chiuda prima l’acqua calda e poi quella fredda, se no è un casino.”
E lo fu, un casino.

Il getto d’acqua, in zero secondi, non più mitigato dall’acqua fredda, divenne bollente, tanto che dovetti ritirare la mano prima ancora di avere toccato l’altro rubinetto. Attonito, guardai il getto di acqua a temperatura folle, che mi separava dalla manopola. Le pareti del box doccia erano strettissime e il getto le occupava interamente, non c’era modo di aggirare quella cascata di acqua bollente e vapore.
Ci provai e dovetti più volte ritrarre la mano.
Come avrei potuto chiudere l’acqua?
Ci provai fasciandomi l’avambraccio con l’accappatoio; brillante idea, perché anche se l’acqua non raggiunse la mia pelle, a scottarmi il resto del braccio, la spalla e anche la faccia bastò il vapore sparato fuori dalla doccia infernale. Quindi, urlando improperi verso tutti i costruttori di  boiler del mondo e verso le loro mamme, lasciai cadere l’accappatoio, che andò dritto filato a posizionarsi nel box-doccia, intasandone lo scarico. E ovviamente, di rimuoverlo di lì, neanche a parlarne, a causa del getto ustionante.

Con raccapriccio rimasi immobile ad osservare l’acqua che riempiva la base del box-doccia e iniziava a tracimare sul pavimento: dico “osservare”, ma dovrei dire più propriamente “indovinare fra le nebbie”, perché il vapore tanto generosamente elargito dalla Doccia del Demonio stava saturando il locale, e sembrava di trovarsi una mattina di novembre alle otto a Locate Triulzi (per i non-lombardi: un posto molto, molto nebbioso), a parte la temperatura da sauna.

Per un attimo stetti davvero fermo lì, a contemplare il disastro. L’acqua fumante ricopriva il pavimento, a stento drenata dallo scarico in centro alla stanza. Provai una sensazione di impotenza orrenda.

Poi mi scossi. Montai in piedi su un tavolo (ahi! La caviglia!), aprii una finestra e riuscii a fare entrare un refolo di aria fredda, abbastanza da poter tornare a vedere. Poi mi guardai in giro. Ombrelli niente. Teloni di plastica neppure. Molle da camino con cui chiudere il rubinetto, neanche per sogno.
Allora afferrai il tavolino su cui ero salito, lo sollevai sopra la mia testa e, tenendolo per le gambe, mi ci misi sotto.

Ebbi un attimo di esitazione, durante il quale immaginai cosa avrebbe visto un ufficiale che avesse deciso di usare lo spogliatoio della caserma in quel momento lì: un sottotenente nudo come un verme, con in piedi a mollo in una spanna di acqua fumante, in mezzo alla nebbia, con un tavolino in testa. Sei mesi di manicomio militare a Baggio non me li avrebbe tolti nessuno.
Poi, mi gettai sotto la doccia, tavolo e tutto.

Per quanto bizzarro, il tentativo andò a segno: il tavolo fermò il getto per un tempo sufficiente a permettermi di afferrare la manopola, ululare perché il metallo era bollente, girarla, mollare tavolo e tutto e saltare via come un ranocchio pucciato nell’acqua bollente.
Estrassi poi l’accappatoio, l’acqua iniziò a rifluire, gli scarichi fecero il loro dovere e lo spogliatoio tornò, -dopo essere stato per qualche minuto una bolgia dell’inferno dantesco- ad essere un normale spogliatoio…  solo un po’ imperlato di vapore, ecco.

Mi ricomposi, indossai con grande dignità l’uniforme pressoché fradicia -per via del vapore- feci per rimettere gli anfibi: la caviglia destra sembrava un palloncino viola, tanto era gonfia: fra movimenti inconsulti, sforzi e soprattutto cinque minuti buoni di immersione in acqua bollente, avevo aggravato lo stato delle mie fasce muscolari, già vittime di distorsione, oltre ogni dire. Zoppicai fino alla branda e lì rimasi come una cozza abbarbicata al suo scoglio.
Non chiusi occhio per buona parte di quella notte e mi svegliai la mattina dopo con un melone rosa al posto della caviglia.
Nei due giorni seguenti arrancai penosamente per il campo con le stampelle, cercai di resistere al dolore: avevo già fatto il figurone del casello e non mi andava di tornare ferito dalle esercitazioni NATO per via del calcetto, sarebbe stato ridicolo. Ma una notte, quando per uscire –a quattro zampe- dalla tenda per orinare (di raggiungere i wc chimici non ci pensavo neanche) sotto la pioggia, ci misi cinque minuti e tornai coperto di fango, decisi che ne avevo abbastanza. Oltretutto, la mia utilità, in quelle condizioni, era perlomeno discutibile, perché mi limitavo per buona parte della giornata a recensire con dotte dissertazioni giornali porno, a favore di una attenta truppa, che del resto altri motivi per ammirarmi non ne aveva.
Mi presentai all’ufficiale medico, il quale, non senza un misto di titubanza e ribrezzo, mi rispedì a casa, stampelle e tutto. Il maggiore B. acuì, se possibile il disprezzo per me.

Particolarmente infelice fu il collega spilungone, che in tre giorni passò dalla malcelata soddisfazione per avere scampato il campo, alla brutta sorpresa di doverselo fare, convocato in fretta e furia, al posto mio. Al ritorno ebbe anche il cattivo gusto di mettere in giro la voce che ci avevo marciato su. Il che, parola, non era vero.
Ma non mi diedi gran pena per smentirlo: ero consapevole che, avessi dovuto raccontare la storia del tavolo in testa sotto il getto di vapore, beh, ci avrei fatto una figura ancora peggiore.

Capitano, sul mio onore, giuro che questa è la più pura verità su quell’episodio. Potessi dover fare da Milano a Monteromano in stampelle, se mento.

Figure storiche 26: capocolonna a rapporto.

Grazie a Facebook ho incontrato nuovamente il mio capitano. Eh sì, perché –per quanto possa risultare incredibile- non solo ho fatto il militare, ma ho anche portato la stelletta di sottotenente di complemento.
E così, fra le varie rievocazioni e i e-come-sta-coso-lì-come-si-chiama?,  mi sono praticamente impegnato a raccontare su questo blog una delle mie malefatte di quel periodo, probabilmente la migliore. Non l’unica, di certo.
(Mettetevi comodi, è un po’ lunga ma ne vale la pena.)

Manovre NATO, campo di esercitazione giù al sud, da qualche parte fra Napoli e Caserta: il Comando della Terza Armata partecipa e io sono fra i prescelti. Agli ordini del maggiore B. e a fianco del Sottotenente P., più anziano (inteso come anzianità di servizio) e più esperto di me (inteso come meno imbranato), abbiamo il compito di scortare una colonna di mezzi (camion, essenzialmente) carichi di dio sa cosa.


camionmilitarecopOra, dovete sapere che i mezzi militari non viaggiano così -come si potrebbe suppore- alla cazzo: c’è tutta una serie di regole da rispettare: velocità bassa (60 kmh massimo: vi dico, una pizza…) , una certa distanza fra un mezzo e l’altro, e sopra un certo numero di mezzi incolonnati è necessario spezzare in due tronconi la colonna, anche per non creare troppo disagio al traffico civile. Quindici mezzi per troncone, nel nostro caso; no, dico, mica paglia. E poi soste programmate, tabella di marcia, programma di approvvigionamento carburante, rancio e sosta-pipì per la truppa, il tutto sotto la supervisione da parte degli ufficiali.

Io vengo assegnato, con la mia jeep guidata da apposito autista, alla testa della seconda colonna, comandata dal capitano F.; la prima la comanda il Maggiore B. che ha ai suoi ordini l’altro sottotenente, P. Praticamente maggiore B. e capitano F. fanno la spola con la propria jeep fra le due colonne e controllano il regolare svolgimento delle operazioni cooordinateb da me e dall’altro sottotenente.
Non son del tutto contento, perché il fante alla guida della mia jeep è una specie di pacioso troglodita pugliese coi riccioli biondi, la cui idea di conversazione è darmi ragione qualsiasi cosa io dica, ma mediante grugniti. Pazienza, non sono lì a divertirmi.
Devo dire, il primo giorno va tutto bene. Alla testa della seconda colonna, mi è sufficiente fare quello che fa la prima (soste, deviazioni) a distanza di venti minuti e dietro preavviso del Maggiore B.
La sera giungiamo trionfalmente in Arezzo, bella e accogliente.

La mattina dopo, tuttavia, il diavolo ci mette lo zampino: l’esperto collega P, per motivi che non saranno mai precisati, canna l’ingresso in autostrada e, invece di imboccare Arezzo sud, torna indietro verso Arezzo Nord. Per motivi ancora più misteriosi io, invece, centro l’uscita comandata, Arezzo Sud. Ne risulta che il mio troncone di colonna, da secondo, passa a primo.
Il maggiore B. sembra piuttosto preoccupato della piega che stanno prendendo le cose ma, tant’è, non essendo neppure concepibile l’idea di una colonna di una quindicina di mezzi che ne supera altrettanti alla pazza velocità di sessanta chilometri orari, si rassegna a vedermi capo colonna, non senza una serie di raccomandazioni che ai miei orecchi suonano fastidiosamente a metà fra il paterno e il minaccioso.

Procediamo tuttavia con ordine e senza intoppi per tutta la mattinata e superiamo il nodo temuto, cioè il raccordo anulare di Roma. Inizio a credere che andrà tutto bene e che il maggiore si preoccupa per niente, come confido al troglodita, che mi risponde hmf, tene’.

A questo punto si verifica un piccolo intoppo: il maggiore, indietro rispetto a me di qualche chilometro con la sua jeep, cerca di contattarmi, ma la radio non riceve. Al tempo, chiamato a giustificarmi, mi fu facile imputare alla vetustà dell’apparecchio il fatto che ricevesse male; oggi, a diciotto anni di distanza -certo che ogni possibile reato punibile con la corte marziale io abbia commesso si sia prescritto- posso confessare che per buona parte del tragitto la lasciai spenta, per distrazione.
L’accesi quando me ne accorsi, appena in tempo per ricevere la chiamata di un preoccupato maggiore B. che chiedeva dove fosse arrivata la mia colonna. Con orgoglio risposi che avevamo appena superato la piazzola di Talposto, e che eravamo quindi in anticipo sulla tabella di marcia. Il tono non esattamente benevolo del maggiore mi chiarì che non si trattava per niente di una buona notizia, poiché fra la nostra uscita e la nostra posizione attuale c’era una e una sola area di sosta.

Il piano del maggiore, infatti, prevedeva che io sostassi con tutta la mia colonna alla penultima area di servizio prima dell’uscita predestinata, che poi era l’ultima uscita prima di arrivare a Napoli. Il sottotenente P., che mi seguiva a una ventina di minuti, avrebbe saltato quella sosta (anche perché è semplicemente impensabile di far fermare due convogli nella stessa area) e si sarebbe fermato alla successiva; io, a questo punto, mi sarei mosso solo dopo che lui avesse abbandonato l’ultima area di sosta e avesse quindi ripreso la testa della colonna. Solo che io, quella penultima area, l’avevo già passata senza che il maggiore potesse contattarmi e farmici fermare.
Così, l’unica cosa da fare ora era che io mi fermassi all’ultima area e che lì mi facessi superare dal collega; il maggiore avrebbe raggiunto lui, si sarebbe assicurato del regolare svolgimento della sosta e, soprattutto, gli avrebbe fornito i documenti di viaggio ministeriali per potere passare il casello del pedaggio. Io avrei invece incontrato all’ultima area di sosta il capitano F., che avrebbe fatto la stessa cosa con la mia colonna: avrei ripreso poi la marcia passando al casello per secondo.
Insomma, dovevo fermarmi e farmi superare dall’altra colonna: così mi ordinò il maggiore e così risposi che avrei fatto.
E l’avrei fatto, non ci fosse stato tutto quel caldo.

Ma era caldo, ero stanco e snervato dalla lentezza della marcia, la notte prima avevo dormito sì e no una fava, ero pure di cattivo umore per avere subito la rampogna del maggiore. Dissi al mio autista di svegliarmi non appena avesse avvistato la segnaletica che preannunciava l’area di sosta, mi misi comodo, cioè coi piedi stampati sul vetro del parabrezza, mi calai il basco nero sugli occhi e mi concessi una pennica.

Mi svegliai poco dopo; cioè, non proprio poco: avevo infatti la sensazione di avere dormito più del dovuto. Con un presentimento orrendo chiesi al troglodita ricciolo alla guida dove fossimo e quanto mancasse alla sosta. Muah, tene’, m’ sa che l’abbieumo passeuta, mi fa la bestia.
Ricordo di avere messo in dubbio in pochi secondi la sua intelligenza, la sua capacità di intendere l’italiano e la moralità della madre; lui era dispiaciuto, ma non spaventato dalle proprie gravi responsabilità. E, mentre ancora lo insultavo, si faceva lentamente strada in me la comprensione della situazione (alla quale il suo istintivo e primordiale cervello doveva evidentemente già essere giunto), cioè che le gravi responsabilità erano tutte mie: mai avrei potuto addossargli la colpa di alcunché, perché io ero l’ufficiale responsabile, e stavo dormendo.

Così, viaggiando verso l’ignoto, mi immaginavo con terrore e raccapriccio la faccia del mio capitano che, dalla piazzola dell’area di sosta dove avrei dovuto fermarmi, vide passare la mia jeep, con le suole dei miei anfibi ben stampate all’interno del parabrezza, e, subito dopo, quindici mezzi incolonnati coi loro bravi fanti alla guida, stanchi e  con le vesciche piene.
Ma c’è di più. Non avevo la minima idea di dove fossi esattamente, e l’idea di avere saltato non solo l’area di sosta, ma anche l’uscita dell’autostrada stava insinuandosi in me. Già immaginavo la mia colonna essere costretta a prendere la prima uscita della tangenziale di Napoli, tentare una manovra a U per risalire in senso inverso in autostrada, incasinarsi, bloccare il traffico; già mi pareva di sentire la notizia d’apertura al TG3 regionale della Campania: scellerato sottotenente blocca la tangenziale di Napoli per ore, ora è agli arresti a Gaeta.

La singolare fortuna che da sempre mi accompagna -e che fa sì che io caschi in continuazione, ma sempre in piedi- mi fece incontrare un cartello che diceva che la mia uscita era a 700 metri. L’intera colonna mise la freccia a destra e si diresse verso il casello.
Qui, fu il finimondo.
Imboccai l’uscita del casello, ma, alla richiesta di pagare il pedaggio, dissi che di soldi non ne avevo; mi chiesero i documenti di viaggio, ma quelli erano in mano al mio capitano, probabilmente ancora svenuto sulla piazzola.
E mentre discutevo coi casellanti, i mezzi della mia colonna, privi della mia guida ed autorità, si incolonnarono alla cazzo distribuendosi fra le varie uscite e le bloccarono tutte.
Arrivò il mio capitano, molto corrucciato. E poco dopo giunse sulla sua jeep anche il maggiore, schiumante rabbia, che, di fronte a tutta la truppa che nel frattempo vagava nei dintorni del casello (cercando di non farsela addosso), mi urlò a pieni polmoni:


GGGGGG (e urlò il mio cognome),
PORCO (e qui disse cose teologicamente discutibili)
DORMI COME UNA PUTTAAAAAAAAAAANA! ”

Maggiore e capitano sbrogliarono poi la situazione, e il casello intasato si sgorgò, come un lavello, non appena gli ufficiali superiori consegnarono agli inferociti casellanti i documenti necessari. Dopo un’oretta giungemmo infine al campo di esercitazione.
Il maggiore B. non mi volle più parlare, e mi duole dire che non lo fece fino al giorno del mio congedo; però non mi deferì mai ad alcuna corte marziale (dormire in servizio non è cosa senza conseguenze, se sei un militare), e di questo tuttora gli sono grato. Qualcosa mi dice tra l’altro -da sempre- che qualcuno probabilmente intercesse per me, e credo di sapere chi sia, vero capitano?
L’esercitazione Nato così poté essere svolta, anche se (e forse: poiché) io me ne tornai a casa in stampelle dopo qualche giorno. (Episodio che racconterò solo se pregato a furor di popolo; vi dico solo che non si trattò della vendetta del maggiore, che pure un paio di motivi per azzopparmi li avrebbe avuti.)

Ecco, signor capitano: ho raccontato tutto, come promesso, senza nulla omettere, in modo da condividere i nostri più o meno lieti ricordi.
Adesso però chiedo a lei, che di terminologia militare ne sa certo più di me, di togliermi un dubbio che mi assilla fin dai quei remoti giorni: ma com’ è che dorme, una puttana?