Posts Tagged ‘le mie crociate’

Almeno lo spelling, suwwia!

Ok, mi rendo conto che non è un argomento di importanza capitale ma -che volete?- ultimamente sono piuttosto in pace col mondo o forse mi sento solo consapevole che quelli che hanno ben chiaro cosa non va su questo pianeta e sanno esattamente cosa fare per rimediare prima o poi tirano in ballo un argomento a scelta fra la triade signoraggio (un po’ in calo), scie chimiche (attualissimo) e l’11 settembre come organizzato ed eseguito dalla CIA per vedere un tocco di cielo più ampio (un classico che non accenna a tramontare).
Nel mio piccolo invece sento di potere coraggiosamente affrontare un argomento alla mia portata: lo spelling della lettera V.
Siete anche voi di quelli che la chiamano “vu”. E se sì, perché?
O meglio, perché cazzo?

In italiano è “vi”, non “vu”.  Ve lo ricordate l’alfabeto? Io sì, almeno alcuni pezzi; e so che si conclude con “ti-u-VI-zeta”.
Sarà magari “vu” in francese, ma lo spelling non è esattamente l’ambito in cui valga la pena di sfoggiare la vostra erudita padronanza di quella lingua così sciarmànt.
Poi io magari ci metto del mio ogni volta che interpreto “vu” come “w” ma dovete ammettere che quando fate lo spelling di un indirizzo email con “vuvuvù” intendete “www” e non “vvv”.

Insomma, non sono io che sbaglio i codici fiscali, siete voi che siete strambi.

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Poi gli mettono il caschetto.

Paraggi della scuola elementare, dove ho appena lasciato quella che deve per forza essere mia figlia, visto che mi ha chiesto di farle un disco e assieme a svariate canzoni dello Zecchino d’Oro e da Frozen vuole due canzoni dei Pixies (ammmore!).
In auto, la strada principale fa una curva e io mi ci immetto da una laterale nello stesso senso di marcia, quindi, guardando per bene a sinistra per dare la precedenza.
Mi rivolto guardando in avanti, a qualche metro da me c’è una mamma in bici con bimbo sul seggiolino, che risale contromano la corsia; si noti, la strada è larga e a doppio senso.
Suono col clacson in polemica, mi sgrana gli occhioni scocciata.
Abbasso il finestrino nel momento in cui mi passa accanto e le spiego che quello che ha fatto è pericoloso e che ha tutto il diritto di ammazzare sé stessa e prole ma non di utilizzare me per farlo. Mi risponde “ma io l’ho vista arrivare; e andavo piano!”

Dev’essere una di quelli convinti che se chiudi gli occhi diventi invisibile.

[Questo post segue idealmente “Intolleranza 05: il ciclista contromano” e precede il futuro “Com’è che adesso sono in galera“)

Intolleranza 08, ripresa.

Siamo fermi al semaforo, una mattina di gennaio, io in auto e tu, scooterista che ovviamente  ti sei piazzato sulle strisce pedonali di fronte a me, pronto a scattare in netto ritardo quando il semaforo sarà verde, perché sei troppo avanti e dovresti torcerti il collo per tenerlo d’occhio. Fuori ci saranno sì e no tre gradi.

Ti osservo annoiato: indossi guanti, sciarpa tirata fin sotto il naso, cappello di lana, e ci mancherebbe col freddo che fa. Jeans. Scarpdetenis. Poi ti guardo la caviglia, è nuda. NU-DA.
Ci sono tre gradi, sei coperto ermeticamente come il caffè nei Pocket Coffee, ma la caviglia la lasci nuda perché ti han detto che coi scarpdetenis  stan bene i fantasmini. Se spegnessi il motore probabilmente potrei sentire distintamente il rumore dei tuoi capillari che si dannano l’anima per far sì che la tua caviglia non si ghiacci e si stacchi facendoti perdere il piede.

Considero seriamente l’Ipotesi di essere umano e di abbreviare le tue sofferenze dando un colpo di acceleratore e passandoti sopra; anche dal punto di vista darwiniano lo sento come un dovere verso la specie e la naturale tendenza al suo miglioramento.
Ma è tardi, non sono certo di farti secco al primo colpo e quelli dietro di me perderebbero il verde; oltretutto credo di ricordare che una serie di leggi penali  tutelino anche l’esistenza di perso0ne naturalmente votate al suicidio come te. Per questo, lascerò che il congelamento e la conseguente cancrena facciano il loro corso.
Ma sento di non avere fatto il mio dovere.

E’ verde, aspetto quegli infiniti due secondi che tu ti accorga che puoi partire e riparto lasciandoti al tuo destino di morte per assideramento, dolorosamente indifferente come un fante di Napoleone in ritirata in Russia.

Intolleranza 10: recensore, occhio a quello che fai.

Riprendo un commento dell’amica bookcrosser Lizzyblack, pubblicato in Facebook, che dice
“Ma che senso hanno le prefazioni dei libri in cui, subdolamente, ti spiattellano il finale? A parte farmi girar le balle, intendo…”
per esprimere il mio astioso ribrezzo per chi  con un commento, spesso con finalità commerciali, smonta tutta una delicata impalcatura di trama tesa a portare ad un certo risultato finale. Il commentino del Carneade di turno, scritto nel weekend perché l’editore te l’ha chiesto venerdì sera per lunedì alle 7, che fin dalle prime pagine fa collassare la struttura di un romanzo che ha richiesto mesi di scritture e riscritture.
Per non parlare dei film: giuro, non leggo recensioni, se non di pochi fidatissimi, per questo stesso motivo. Signori, se l’anticipazione dell’esito finale della vicenda  avesse un qualsiasi motivo di essere, ci pensa il regista a mettere quelle scene all’inizio: altrimenti, fatevi i cazzi vostri e state muti come un pecoraro della Locride che senta mugolii da un casolare, ok?
Come rispondevo a Liz, ci sarebbe da buttare Beccaria ai fossi, reintrodurre per decreto urgente la pena di morte mediante processo per direttissima ed esecuzione direttamente in aula.
Fosse per me, leggendo il Vangelo, al momento della resurrezione uno dovrebbe essere nelle condizioni di dire: “caaaaaaaaaaaaavoli, che finale, non me lo aspettavo, questa roba è meglio del Sesto Senso”.

Al solito, accetto e pubblico adesioni (nei commenti) alla crociata.

PRECEDENTI CROCIATE:

E’ ora che qualcuno lo dica.

Col coraggio della disperazione di un Fantozzi che dichiara che “la corazzata Potiemkin è una cagata pazzesca
(pausa per riprendere fiato)

dopo avere a lungo meditato questa mia posizione
(tossico nervosamente)

e pienamente consapevole della gravità delle mie parole
(pausa di riflessione, forse un’ultima possibilità di ripensamento, scartata)

dichiaro che
(prendo un bel respiro)

L’IPHONE E’ IL PRODOTTO DI MASSA PIU’ SOPRAVVALUTATO DI SEMPRE
fatta eccezione per Vasco Rossi (dal ’90) e Elton John (dall’inizio).

Ecco, l’ho detto. Sparate pure.

Quanto non li reggo.

Io non dovrei fare considerazioni sull’Inter, lo so. Primo, perché non sono titolato, non avendo una laurea in psicodramma (per la buona ragione che non esiste un corso universitario su questa materia, che è l’unica che potrebbe addentrarsi nelle spiegazioni di cosa succede da quelle parti); secondo, perché temo che, nonostante i miei sforzi di neutralità e imparzialità, in qualche modo traspaia una leggera e inconsapevole severità di giudizio, su quella squadra di odiosi stronzi (ecco, appunto).

Tuttavia, concedetemi un’osservazione, e giudicate poi voi quanto sia oggettiva o quanto dettata dal mio gobbissimo malanimo.

L’Inter ha iniziato il campionato in maniera pessima, col consueto balletto di giocatori svagati e allenatore sbagliato; si è trovata rapidamente ad un passo dalla zona retrocessione, per i lazzi di noi gobbi e dei loro cugini rossoneri.
Poi è arrivato Ranieri ad allenarla. Si è trovato in mano una squadra stanca, demotivata, con alcuni protagonisti bolliti e non certo rinforzata da una campagna acquisti svogliata e tendenzialmente braccina.
Dopo una partenza difficile, culminata con una sconfitta a Torino, è iniziata la rimonta: nove partite, otto vittorie e una sconfitta, quindici gol segnati contro tre subiti, il ritorno al gol di Milito e il lancio coraggioso di qualche giovane talento. Si è anche parlato di calendario facile, poi l’Inter ha rimesso in riga il Milan e la Lazio di seguito, e si è fischiettato con indifferenza.
Uno si immagina: sarà stato un  trionfo, per Ranieri, dalla curva alla stampa sportiva. Aaah, ma allora vi siete scordati di chi parliamo: degli interisti. E dei giornalisti.

Tanto che si possa dire, gli uni e gli altri sono moderatamente soddisfatti, e a Ranieri tributano sì e no l’assenza di contestazioni (i tifosi) e mmmh sssì ‘nzomma, critiche garbate sulla non spettacolarità del gioco (i giornalisti) .
Avesse fatto la stessa cosa Mourinho, ve le immaginate le lodi, i peana, i tributi? Lo Special One, il talento, i risultati inaspettati, le trombonate e le battutine…

Invece, questo onesto mestierante, questo vero allenatore (che ha seriamente rischiato con la Roma, una squadra ben più debole dell’Inter, di ciucciare via al Tromb One almeno un paio di scudetti negli ultimi anni) non fa dichiarazioni, non fa battutine, niente zeru tituli e prostitusione inteletuale (ah, le matte risate!). Serio serio, perfino un po’ mesto, continua a parlare di lavoro, di impegno, di fiducia. Poi perde in Coppa Italia col Napoli col sospetto di un rigore negato e non fa il segno delle manette, non insulta, non strepita: commenta “peccato” e “il calcio è così, domenica non abbiamo giocato bene e abbiamo vinto, stasera abbiamo fatto una buona prestazione e abbiamo perso”.
E i giornalisti lì, col taccuino in mano e la penna per aria a domandarsi “e io come ce lo faccio, il titolone?” e i tifosi a storcere il naso, “ssseh, ma vuoi mettere il Mou? A quest’ora aveva perlomeno messo un dito nell’occhio a Mazzarri, si era fatto espellere per convulsioni e squalificare per turpiloquio. Uno spasso!” e fa niente che il gioco di Mou, quanto a spettacolo, fosse ben spesso mediocre, consistendo essenzialmente in una elaborata versione del catenaccio del Padova di Nereo Rocco (tranne quando era sotto di un gol e metteva dentro sei-sette attaccanti, quello era obiettivamente divertente).

Insomma, quello che voglio dire è: piange il cuore a vedere un vero allenatore alla guida dell’Inter: il circo richiede pur sempre un pagliaccio.

Ma ti sembro il tipo che metterebbe una pelliccia?

Non lo sopporto, non c’è niente da fare.
Mi guardo in giro ed è tutto un fiorire di colli di pelliccia, bordi di pelliccia, maniche di pelliccia.

Era più facile prima, quando ti capitava una -rara- stronza coperta da uno stuolo di animali morti; ora, che gli stessi animali sono distribuiti, a pezzi, su –frequenti- stronzetti, non diminuisce il mio fastidio, la mia pena; in compenso aumenta il mio odio, perché deve distribuirsi su una pluralità di individui e ci sono soglie minime al di sotto delle quali c’è l’indifferenza, livello al quale non voglio scendere.

Ma di questa mia intolleranza per i colli di pelliccia ho già parlato.

Voglio solo aggiungere la curiosa esperienza che mi capita di provare in questi giorni. Già più di una volta ho fatto notare a persone che normalmente stimo (una, mia cognata, anche parecchio: lo dico perché legge questo blog e se a Natale mi negasse il dessert che fa lei potrei gettarmi dal balcone) l’osservazione “ma che ci fa una persona come te vestita con un collo di pelliccia come uno/a stronzo/a?”. Più o meno, queste le parole. So essere diplomatico, quando voglio.

Più di una volta, anzi praticamente sempre, mi viene risposto ma che, sei matto, ma mica è vera, è sintetica, figurati, proprio io. Mi tocca ritirarmi in buon ordine, concludendo ah, beh, mi pareva o qualcosa di altrettanto indicativo della mia voglia di chiudere il discorso prima di diventare troppo insistente.
Ma tutte le volte non riesco a sottrarmi ad una fastidiosa sensazione: che la questione sia stata solo elusa, e anche in maniera sbrigativa.

Se non approvo un indumento -perché grida di sofferenze inferte per vanità, di sangue che cola per moda, di sprezzante ostentazione di una moda da troia- mi spiegate in nome del cielo cosa cambia se la mia è solo un’imitazione?
Io non approvo, per dirne una, il Ku Klux Clan: ha senso che vada in giro con un cappuccio bianco e alla prima rimostranza di un mio amico, magari di colore, io risponda ma guarda che non è originale, è in flanella, sai per il freddo ? Non mi considerereste un po’ bizzarro?
Se andassi in giro indossando una pelle umana scuoiata, coi suoi bei brandelli di carne sanguinolenta, ma in latex, non mi guardereste con un tantino di disgusto?

Amici che non ammazzereste mai un coniglio o un ocelot, ma perché fate finta di averlo fatto, o di averlo fatto fare (che è la stessa cosa, da quando esiste la condivisione delle informazioni)?
Sintetica o vera, il messaggio che passate a chi vi guarda è “scuoiare vivo un cane tramortito a bastonate in Cina: perché no?”.

Fermi! Badate! Riflettete prima di rispondermi che io mica vesto per propagandare un messaggio.
Non facciamo altro, in realtà, quando scegliamo di cosa vestirci: e questo è il motivo per cui guardandovi in giro non vedete solo lunghi cappottoni di lana grezza, che a rigore è tutto quanto vi serve per non patire il freddo in questi giorni.
Ogni scelta di look vuole dare un messaggio che ci riguarda: sono un avvocato che ti spella; vivo in un centro sociale e dormo coi cani; mi piacerebbe essere in un poster di Dolce e Gabbana anche se il mio corpo ricorda una stufa; cose così.

Se non siete gli stronzi che indosserebbero una pelliccia, perché fate di tutto per sembrarlo?
Nell’attesa che me lo spiegate, io continuo ad odiarvi, per non perderci la mano.