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Difendiamo le famiglie normali

La mia è una famiglia normale, come tante che conosco. Magari non tutte sono perfette; c’è chi mena i bambini, chi scopa col vicino e all’occorrenza col postino, chi tifa Inter addirittura. Ma sono eccezioni: sono tutte famiglie normali.
Nella mia famiglia di persone coi capelli rossi non ce n’è.

Ora, io non ho niente contro quelli coi capelli rossi, a me non hanno mai fatto niente. Un benzinaio coi capelli rossi una volta mi ha fregato sul pieno, ma forse non dipendeva dai capelli. Forse.
In generale, possono fare quello che vogliono.

E’ che non se ne sente alcun bisogno. Sarebbe ingiusto, e credo anche anticostituzionale, costringermi da avere figli coi capelli rossi, o a tingerli se non li hanno. Percepisco anzi una minaccia alla mia famiglia dall’esistenza di famiglie composte da individui coi capelli rossi. La loro libertà finisce dove inizia la mia percezione di pericolo, non importa da cosa motivata.

Quindi facciano un po’ quello che gli pare, ma che senso ha definirle famiglie? Che esempio diamo, che modelli proponiamo ai nostri figli se li accettiamo come normali?

Io sono contro la teoria redhead, e dovreste esserlo anche voi.

Cortana, ti avevo detto macchiato FREDDO. (Due considerazioni)

Non conosco il rapporto che vi lega al vostro furbòfono. Il mio è del tipo “lo so che sei solo un oggetto e che sei al mio servizio. Ma DAVVERO non c’è un modo in cui io possa servire te?” Credo di amarlo e che sia una gran fortuna che sia privo di tette. Quindi, quando il mio Windows Phone mi ha proposto di utilizzare Cortana come interfaccia, specificando anche che è attivo in via sperimentale e chiedendomi “sicuro che non ti da fastidio se sto imparando?” (ammooore!) io ho risposto “ma scherzi?”. E Cortana, ovviamente, non ha capito.

Sì, perché Cortana, che trova in Sirius il suo corrispondente se avete un Android Phone, o qualcosa con un altro nome ma più costoso (sì, pure il nome) se avete un i-Coso, è il metodo per utilizzare il furbòfono senza dita, a voce. Puoi chiedergli una serie di cose per cui è settato per risponderti a tono. Per ora ho avuto successo con “svegliami alle 8.30”, “che tempo fa domani a Como?” e “chiama Protasio Salapinna, lavoro”. Cortana ascolta, capisce ed esegue. Ho invece fallito con “sposta alle 18 l’impegno delle 17” e, sorprendentemente “come la vedi tu?”. Cortana fa spallucce e compie una ricerca per me, oltretutto con Bing, che è una specie di Google svogliato e in ciabatte.

La prima profonda considerazione quindi è che siamo arrivati a quello che la fantascienza preconizzava quando ero bambino: tu chiedi, il computer capisce e risponde. La cosa che mi fa buffo è che quei computer immaginati da scrittori e sceneggiatori così preveggenti occupavano poco poco una stanza. Invece Cortana mi sta docile nella mano, e questo nessuno che io ricordi l’aveva neppure ipotizzato.

La seconda considerazione invece mi è scaturita da questo episodio: attivo Cortana intenzionato a chiamare un cliente. Un ex-collega che tuttora frequenta per abitudine il nostro ufficio (lui ci fa commissioni e noi gli concediamo l’uso della connessione wi-fi e della stampante, una simbiosi moderna che fa tutti felici) un attimo prima che io ordini la chiamata a Cortana saluta dal corridoio e fa per uscire, con sottobraccio una busta che consegnerà alla banca per mio conto. “Ciao, grazie mille” gli urlo dall’ufficio. “Prego, è un piacere” mi risponde Cortana. Cioè, è stato programmato per rispondere ad un cazzone che ringrazia il suo telefono. Vi rendete conto? Significa che Cortana, se magari non mi considera proprio un coglione, comunque accetta la possibilità. E neanche questo gli scrittori di fantascienza l’avevano previsto.

Un’ipotesi da approfondire.

Ieri ho inutilmente rovistato in quella giungla di carte che copre la mia scrivania in cerca di due libretti degli assegni che avrei dovuto consegnare domani ai clienti che me li avevano chiesti. Ho trovato una pastafrolla ancora nel suo sacchetto che avevo smarrito la settimana prima, ma non i libretti.
“Li hai persi?” mi è stato chiesto.
“No, persi no.”
“Ma se non li trovi…”
“Preferisco definirli temporaneamente dislocati in ubicazione non univoca.”

Stamattina infatti li ho ritrovati, nel mio zainetto da viaggio dove li avevo fin dall’inizio messi al sicuro.
Quindi ha  funzionato.
Sappiate quindi che il mio conto corrente è in momentanea sottovalutazione degli asset economici. Se funziona anche stavolta mi si aprono prospettive che fan tremare i polsi.

Almeno lo spelling, suwwia!

Ok, mi rendo conto che non è un argomento di importanza capitale ma -che volete?- ultimamente sono piuttosto in pace col mondo o forse mi sento solo consapevole che quelli che hanno ben chiaro cosa non va su questo pianeta e sanno esattamente cosa fare per rimediare prima o poi tirano in ballo un argomento a scelta fra la triade signoraggio (un po’ in calo), scie chimiche (attualissimo) e l’11 settembre come organizzato ed eseguito dalla CIA per vedere un tocco di cielo più ampio (un classico che non accenna a tramontare).
Nel mio piccolo invece sento di potere coraggiosamente affrontare un argomento alla mia portata: lo spelling della lettera V.
Siete anche voi di quelli che la chiamano “vu”. E se sì, perché?
O meglio, perché cazzo?

In italiano è “vi”, non “vu”.  Ve lo ricordate l’alfabeto? Io sì, almeno alcuni pezzi; e so che si conclude con “ti-u-VI-zeta”.
Sarà magari “vu” in francese, ma lo spelling non è esattamente l’ambito in cui valga la pena di sfoggiare la vostra erudita padronanza di quella lingua così sciarmànt.
Poi io magari ci metto del mio ogni volta che interpreto “vu” come “w” ma dovete ammettere che quando fate lo spelling di un indirizzo email con “vuvuvù” intendete “www” e non “vvv”.

Insomma, non sono io che sbaglio i codici fiscali, siete voi che siete strambi.

L’arte del prezzaggio nel fast food.

Da Burger King (bella cena la mia, eh?) oggi una confezione di Chili Cheese da quattro pezzi costa 1,50 €; quella da sei pezzi 3,50.
“Scusi, ho letto bene?”
“Sì, quella piccola è in offerta.”
“Capisco.”
“Allora gliene do una da quattro o una da sei?”
“No, ne vorrei DUE da quattro per 3,00.”
Mi guarda perplessa.

Si vede che è una dell’ufficio marketing -quello che ha deciso questo brillante prezzaggio- che sta coprendo il turno di un cassiere ammalato.
Così tutto si spiega.

Milano d’agosto

Metrò in agosto, Milano. La carrozza è semivuota, i pochi presenti sono turisti, extracomunitari (“giarganìss” secondo il gergo meneghino) e un milanese di nascita trapiantato altrove, cioè io.

L’aria è di scazzo agostano, e ne risente anche la programmazione della vocina che indica ai passeggeri la progressione delle stazioni ; infatti sta indicando il percorso esattamente opposto alla nostra linea, insomma il ritorno al posto dell’andata.

Ne nasce spaesamento e confusione, soprattutto per una turista orientale che crede di avere preso la direzione sbagliata e sta per scendere. La ferma un giargianìss sudamericano, che con gentilezza le spiega che “la vosce è sbaliata, segnora”. La signora ringrazia e ride della propria confusione, il giargianìss sorride a sua volta.

Poi arriva la stazione del giargianìss, che scende e invece di dirigersi verso l’uscita va verso la cabina e lo sento informare il guidatore, dal finestrino aperto, che sta dando indicazioni sbagliate e che dovrebbe provvedere perché la gente si confonde.

Ecco, in quel sudamericano ho visto quel misto di senso di appartenenza, cagacazzismo e spiccia cortesia che fa più Milano di quanto saprei spiegare. Ho pensato a Jannacci, non so perché, e mi sono quasi commosso.

Poi ho avuto il mio bel daffare a riconoscere la mia stazione da quella annunciata, perché il guidatore a intervenire ci ha messo un po’. Terùn.

A proposito del rapporto sul cambiamento del clima.

Qui una sintesi del rapporto.

E qui un discorso che capita a fagiolo, che ho letto in questi giorni.
“Possiamo trarre insegnamenti dalle antiche tragedie, nonostante le differenze fra passato e presente? Di primo acchito di potrebbe pensare di no. Sembra ridicolo pensare che i destini delle popolazioni del passato possano essere rilevanti per noi, in particolare per chi abita nei ricchi Stati Uniti. Gli antichi non possedevano la moderna tecnologia e non riuscirono a prevedere i cambiamenti climatici. Inoltre si comportarono in modo scriteriato e distrussero il loro ambiente senza pensarci: tagliarono le foreste, sterminarono la selvaggina, restarono a guardare mentre l’erosione distruggeva il suolo e costruirono città in zone aride, a rischio di siccità. Avevano capi dissennati che li costringevano a guerre costose e destabilizzanti, preoccupandosi solamente di rimanere al potere senza prestare alcuna attenzione ai problemi del paese. Alcune di queste società furono travolte da ondate di profughi affamati e disperati, che finirono per gravare pesantemente sulle già scarse risorse. Noi moderni siamo radicalmente diversi, non abbiamo nulla a che fare con questi primitivi e non c’è nulla che potrebbero insegnarci. Gli Stati Uniti, in particolare, sono il paese più potente e più ricco del mondo, con abbondanti risorse ambientali, guidato da leader illuminati, fornito di alleati leali e disturbato solo da pochi nemici deboli e insignificanti; nulla di tutto ciò ci riguarda.”

Jared Diamond, “Collasso”